Rajoy incontra il leader di Podemos Pablo Iglesias a Madrid (foto LaPresse)

Nel duello spagnolo Rajoy-Iglesias si scontrano due visioni del mondo

Eugenio Cau

Il primo ministro spagnolo, che tutti si aspettavano sconfitto, non è affatto andato ko, anzi

Roma. Le “mozioni di censura” in Spagna sono un rituale serio e grave. Il modo più facile per tradurle in italiano è “mozione di sfiducia”, perché a questo servono: a dimostrare che il governo non gode più della fiducia del Parlamento e a far cadere il presidente del Consiglio. Ma le mozioni di sfiducia spagnole non sono quell’evenienza ormai ricorsiva a cui sono abituati gli elettori italiani. Prima di questa settimana, nella storia democratica spagnola, ergo dal 1978, ci sono state soltanto due mozioni di censura, una contro Adolfo Suárez nel 1980 e una contro Felipe González nel 1987. Si tratta di eventi drammatici, con discussioni fiume e ampie prove di forza retorica: l’ultima mozione fu discussa per tre giorni interi. Soprattutto, hanno una regola di ferro ineludibile: se la mozione vince e il governo cade, l’esponente dell’opposizione che l’ha presentata diventa automaticamente primo ministro.

 

Per questo ieri, quando Pablo Iglesias ha difeso davanti alle Cortes in seduta plenaria la terza mozione di censura della storia spagnola, tutti gli occhi erano puntati sul giovane leader di Podemos. Non che la mozione contro il premier conservatore Mariano Rajoy abbia qualche possibilità di passare: Iglesias non ha i numeri. Ma la prova di forza del leader populista è grande, e tutti pensavano che in base alla sua performance, alla sua capacità di attirare voti dai socialisti e dalle altre formazioni della sinistra, da quanto fosse riuscito a mettere in difficoltà Rajoy, Iglesias avrebbe potuto lanciare una seria Opa sulla leadership della sinistra in Spagna, contesa tra lui e i socialisti.

 

Ieri alle Cortes Pablo Iglesias ha parlato per tre ore, per poi riprendere la parola più e più volte nel corso del dibattimento. Ha accusato Rajoy di corruzione, ha cercato di essere presidenziabile presentando una specie di programma di governo, ha usato tutte le sue armi retoriche, che sono tante, vista la sua ampia esperienza televisiva. Uno show notevole.

 

Quello che nessuno si aspettava, tuttavia, è che il premier Rajoy, grigio burocrate spesso visto come un politico mediocre, che secondo molti avrebbe perfino disertato il dibattito per evitare il confronto, ha messo su uno show uguale e contrario. Non solo Rajoy ha partecipato e ha risposto colpo su colpo alle accuse dei podemiti (ha risposto alle tre ore di discorso di Iglesias, ma anche alle due di Irene Montero braccio destro e fidanzata del leader di Podemos, che ha aperto la sessione con accuse durissime. Certo, Rajoy ha usato armi retoriche diverse da quelle di Iglesias: ironia tagliente, parlar raffinato e citazioni di Savonarola e Torquemada e Quevedo. Ma il premier è riuscito a tirare giù molteplici applausi scroscianti, e ad assestare colpi decisivi, quando, dopo aver preso in giro Iglesias per l’inutilità di una mozione che già si sa essere perdente, ha ribadito che un governo di Podemos sarebbe “letale per l’interesse generale”, una sconfitta per un paese ben indirizzato sulla strada della ripresa. “L’eccesso è il veleno della ragione”, ha detto Rajoy a Irene Montero (citazione di Quevedo) mettendo in guardia contro i movimenti massimalisti.

  

Così la grande Opa di Iglesias, che sperava di usare la mozione per rafforzare la sua posizione, si è tramutata in un duello tra leader e concezioni di governo. E Rajoy, che tutti si aspettavano sconfitto, non è affatto andato ko, anzi.

Di più su questi argomenti:
  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.