Da sinistra Fillon, Macron, Mélenchon, Le Pen e Hamon (foto LaPresse)

Tutto quello che c'è da sapere sulle elezioni presidenziali in Francia

Mauro Zanon

47 milioni alle urne per scegliere il successore di Hollande. Da Le Pen ad Hamon chi sono i cinque candidati che correranno per la vittoria finale

Domenica 23 aprile, 47 milioni di elettori francesi sono chiamati alle urne per scegliere il nuovo presidente della Repubblica, successore di Francois Hollande. I seggi saranno aperti dalle 8 alle 19. I candidati sono 11. Se nessuno raggiungerà la maggioranza assoluta dei voti il ballottaggio tra i primi due classificati si terrà dopo due settimane: il 7 maggio. Di seguito i ritratti dei 5 candidati in corsa per la vittoria finale.

 


 

Marine Le Pen

Il suo sogno è la Frexit, l’uscita della Francia dall’Unione europea, e il ritorno alle quattro “sovranità perdute”: territoriale, monetaria, legislativa ed economica. Marine Le Pen, leader del Front national, è sicura in cuor suo di andare al ballottaggio delle presidenziali francesi, cinque anni dopo essersi fermata al primo turno con il 17,90 per cento dei suffragi. Da quando ha preso le redini del partito fondato dal padre Jean-Marie, nel 2011 al Congresso di Tours, Marine Le Pen ha trasformato il Fn da partito di protesta a partito che aspira a governare. Senza dimenticare i fondamentali del Fn storico, lotta contro l’islamizzazione, stop all’immigrazione scriteriata e retorica securitaria, la Le Pen, ispirata dal suo vice gollista, Florian Philippot, ha ricentrato il suo discorso sul sovranismo economico e sul sociale. La strategia della “dédiabolisation” e la creazione di collettivi ha permesso al Fn di introdursi in settori della società civile che gli erano preclusi quando al vertice c’era “Menhir”. Pesca voti tra i molti sconfitti della globalizzazione, le vittime della deindustrializzazione, i piccoli commercianti della Francia profonda, i giovani disoccupati, ma anche tra gli operai e la funzione pubblica (insegnanti compresi). Tra le sue misure figurano un bonus di 80 euro per le famiglie che hanno un reddito inferiore a 1.500 euro, 5,5 miliardi di sostegno alle imprese, il ritorno alla pensione a 60 anni con 40 di contributi, rifiuto di tutti i trattati di libero-scambio, divieto di importazione di prodotti che non rispettano le norme dei produttori francesi e la creazione di un referendum di iniziativa popolare con 500.000 firme.

 

Emmanuel Macron

Tre anni fa lo conoscevano solo i giornalisti francesi che coprivano l’Eliseo. Oggi, Emmanuel Macron è il favorito per sostituire François Hollande sul gradino più alto della République. L’ex ministro dell’Economia del governo Valls II, a soli 39 anni, è l’outsider delle presidenziali 2017, l’unico candidato di rupture tra i cinque principali presidenziabili. Nato a Amiens, nella provincia francese, Macron ha frequentato le scuole dell’élite, prima Sciences Po, poi l’Ena, si è formato con il filosofo Paul Ricoeur, è stato correlatore della Commissione Attali e alla banca Rothschild, dove ha lavorato per due anni, si è guadagnato il soprannome di “Mozart della finanza”. I suoi detrattori, giacobini e non, dicono che è un “fottuto banchiere” figlio del sistema, lui invece sostiene di non venire dal “serraglio parigino”, di essere sempre stato un ragazzo “spinto dall’ambizione divorante dei giovani lupi di Balzac” salito ai piani alti del potere grazie alla meritocrazia repubblicana. Da quando è diventato ministro dell’Economia nel 2014, dopo essere stato vice segretario generale dell’Eliseo, la sua ascensione è stata folgorante. Il 6 aprile ha lanciato il suo movimento politico, En Marche!, con l’obiettivo di superare il vecchio schema sinistra-destra. Il 30 agosto ha abbandonato il presidente Hollande, dopo due anni a Bercy in cui ha rivoluzionato in senso liberale il dizionario della sinistra. Il 16 novembre ha annunciato la sua candidatura alle presidenziali. Flessibilità, autonomia, mobilità e Europa sono i quattro cardini del suo discorso. Progressista sulle questioni di società, liberale sul piano dell’economia, Macron vuole riattivare il motore franco-tedesco, rilanciare la voglia di Europa, somministrare una cura dimagrante all’ipertrofica macchina statale francese, abolire la tassa d’abitazione (l’Imu francese) per l’80 per cento dei cittadini, introdurre le pensioni à la carte, rompere i determinismi sociali, e recuperare gli sconfitti della globalizzazione, conciliando libertà e protezione.

 

François Fillon

Il suo cammino doveva fermarsi a novembre, secondo i sondaggi. Alle primarie dei Républicains, era dato come il “quarto uomo”, dietro Alain Juppé, Nicolas Sarkzy e addirittura Bruno Le Maire. Ma a novembre, François Fillon, ha stravinto. E ora, nonostante il Penelope Gate, lo scandalo sui presunti impieghi fittizi della moglie che doveva travolgerlo, l’ex delfino di Sarkozy è ancora lì a giocarsela, a ridosso dei due favoriti in vista del primo turno: Marine Le Pen e Emmanuel Macron. Fillon è in politica da una vita. È stato ministro del Lavoro e dell’Istruzione sotto Chirac, poi primo ministro sotto Sarkozy, ed è convinto che sia arrivato il suo momento per assumere la guida del paese, che il suo elettorato, conservatore e cattolico, è compatto e premierà la sua conoscenza dei dossier, la sua esperienza e la sua solidità. Più ancora di Marine Le Pen, Fillon ha fatto della lotta al terrorismo islamico la sua priorità. Sul tema ha anche scritto un libro, “Vaincre le terrorisme islamique”. Soprannominato il “Thatcher francese” per il suo programma autenticamente liberale in economia (taglio di 100 miliardi della spesa pubblica, pari all’8 per cento del totale, e taglio di 500.000 funzionari pubblici, su un totale di 5,4 milioni) e conservatore sulle questioni di società, Fillon è un putiniano di ferro e sostenitore di una politica estera multipolare. Il suo ipotetico governo sarà un arco repubblicano che va da Sens Commun, formazione vicina alla Manif pour tous (il movimento di protesta contro i matrimoni e le adozioni gay) a Nathalie Kosciusko-Morizet, esponente dell’ala più progressista dei Républicains.

 

Jean-Luc Mélenchon

Nessuno immaginava che il tribuno della France insoumise, Jean-Luc Mélenchon, a poche ore dal voto, potesse essere lì, accreditato attorno al 20 per cento, con possibilità concrete di andare al secondo turno. Ministro dell’Istruzione del governo Jospin dal 2000 al 2002, Mélenchon ha abbandonato il Partito socialista nel 2008, in rottura con Ségolène Royal, per fondare il Front de gauche, partito di orientamento neogiacobino. Innamorato della izquierda di Hugo Chavez e di Fidel Castro, ha dichiarato, dopo un soggiorno in Venezuela, di volersi ispirare alle misure attuate dall’ex presidente per sconfiggere povertà e disoccupazione. Benoît Hamon, candidato del Partito socialista, gli aveva proposto un’alleanza, per evitare una dispersione di voti della sinistra radicale. Mélenchon ha detto no, perché con i suoi ologrammi, il suo canale Youtube molto pop, i suoi aperitivi indomiti e la sua simpatia guascona il ribelle che vuole mandare in pensione la Quinta Repubblica per far entrare la Francia nella Sesta (addio “monarchia” repubblicana gollista) pensa di farcela da solo. L’aumento del salario minimo garantito a 1.300 euro netti, il ritorno alla pensione a 60 anni, la riduzione dell’orario di lavoro legale a 32 ore, il rifiuto dei trattati di libero-scambio, la difesa dei servizi pubblici, il “protezionismo solidale” e la lotta contro le politiche di austerity di Bruxelles sono le priorità del suo programma.

 

Benoît Hamon

A gennaio, ha vinto a sorpresa le primarie del Partito socialista contro Manuel Valls, l’ex primo ministro, l’ala radicale del partito del président aveva applaudito, ma ora Benoît Hamon fa i conti con le drammatiche intenzioni di voto (7 per cento), che, se confermate, potrebbero decretare la fine della sua parabola politica e chissà la fine del Ps. A 49 anni, Hamon potrebbe essere l’ultimo candidato del Partito socialista della storia repubblicana, partito che è stato fondato nel 1971 a Epinay da François Mitterrand. È stato assistente di Lionel Jospin nel 1997, poi eurodeputato, consigliere regionale e portavoce del Ps. Da ministro dell’Istuzione del governo Valls I (è stato estromesso dal Valls II assieme agli altri frondisti del governo, Arnaud Montebourg e Aurélie Filippetti) è stato uno strenuo militante dell’insegnamento della teoria del genere a scuola fin dalla tenera età. Da candidato alle primarie del Ps, si è fatto notare per la sua proposta sul revenu universel, su cui tuttavia ha già cambiato idea. È ultraprogressista sulle questioni di società, sì all’utero in affitto, sì alla Pma per le coppie lesbiche, sì all’eutanasia, sì alla legalizzazione della cannabis. Sulle questioni economiche è consigliato dall’economista guru della gauche Peter Pan Thomas Piketty, sogna di essere il Pablo Iglesias francese ma dopo lo scrutinio presidenziale rischia di essere rapidamente dimenticato.