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I falsi miti del politicamente corretto

Dopo Guantanamo, l’inglese Harith era stato risarcito con un milione di sterline. Era l’idolo di ong e giornali di sinistra e il Consiglio d’Europa lo aveva arruolato contro la “tortura”. Ma si è fatto esplodere a Mosul per l’Isis

23 Febbraio 2017 alle 06:00

I falsi miti del politicamente corretto

Un'immagine di Jamal al Harith

Roma. Quattro anni fa il Guardian, il giornale della sinistra britannica, lo aveva immortalato in un servizio sui “sopravvissuti di Guantanamo”, gli inglesi “ingiustamente” incarcerati nella prigione di massima sicurezza, le “vittime dell’‘icona americana dell’illegalità’”. “Sono i sopravvissuti del centro di detenzione definito il ‘gulag dei nostri tempi’”, scriveva il Guardian sotto la fotografia di Jamal al Harith. “Sono stati imprigionati, interrogati e detenuti senza accusa né processo; alcuni affermano di essere stati torturati; tutti hanno subìto effetti sulla salute fisica e mentale”.

 

Nato Ronald Fiddler, cristiano convertito all’islam, al Harith tornò a Manchester dall’isola di Cuba grazie all’attivismo di David Blunkett, ministro dell’Interno dell’allora premier inglese Tony Blair. Blunkett assicurò che nessuno dei prigionieri che era riuscito a far scarcerare da Guantanamo sarebbe stato “veramente una minaccia per il popolo britannico”. Al Harith venne subito accolto in Inghilterra come un eroe, la vittima innocente della iniqua “war on terror” post 11 settembre, colui che si era trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato. Harith aveva anche tentato inutilmente di denunciare Donald Rumsfeld, allora segretario della Difesa americano, per le “torture” inflitte a Gitmo. Harith intascò 60 mila sterline dal Mirror e da Itv per rilasciare una intervista esclusiva sulla sua esperienza a Guantanamo. Harith fece causa al suo governo e la magistratura britannica decise di indennizzarlo con un milione di sterline (ieri Tony Blair ha fatto sapere che c’erano i conservatori al governo quando Harith venne risarcito). Con i soldi del contribuente, Harith acquistò subito una villetta a Stockport, del valore di duecentoventimila sterline. Se non bastasse, il Consiglio d’Europa arruolò pure al Harith come testimone chiave nella campagna contro gli abusi che i cittadini europei avevano sofferto a Guantanamo. Harith era diventato il perfetto testimonial contro la “tortura” e il simbolo che un mondo migliore era possibile. La sua storia finirà anche in numerosi libri, da “Guantanamo Bay and the Judicial-moral Treatment of the Other” a “Guantanamo: Violation of Human Rights and International Law?”, quest’ultimo pubblicato dal Consiglio d’Europa.

 

Pochi giorni fa, al Harith ha compiuto il suo ultimo “viaggio”: si è fatto saltare in aria a Mosul, in Iraq, per conto dello Stato islamico, che ha prontamente diffuso il video dell’operazione suicida. L’intelligence inglese aveva provato in ogni modo a spiegare che Harith era “una minaccia elevata per gli Stati Uniti e i loro alleati”.  L’islamista aveva finito per prestare il suo volto anche a Cageprisoners, una delle organizzazioni umanitarie più influenti e di maggior successo del Regno Unito, accolta al numero dieci di Downing Street, alle cui serate di raccolta fondi sono comparsi Vanessa Redgrave, Peter Oborne e Sadiq Khan, una ong finanziata dal Joseph Rowntree Trust, il fondo creato dal magnate del cioccolato, e dalla Roddick Foundation, la charity della fondatrice di Body Shop.

 

Una fotografia pubblicata ieri dal Times mostra al Harith assieme a Moazzam Begg, il fondatore di Cage, oltre che a lungo testimonial di Amnesty International nelle campagne per la chiusura di Guantanamo. Prima uscirono i video di una serata dell’organizzazione umanitaria in cui, fra gli ospiti d’onore, c’era Anwar al Awlaki, il religioso yemenita-americano ispiratore di tanti attacchi terroristici. L’allora segretario generale di Amnesty, l’italiano Claudio Cordone, disse: “Begg e altri nel suo gruppo Cageprisoners hanno idee molto chiare sul ruolo del jihad in chiave difensiva. Queste idee sono antitetiche con i diritti umani? La nostra risposta è no”. Poi c’era stato il caso di Asim Qureshi, nuova guida di Cage. Non solo ha definito il decapitatore dell’Isis Jihadi John “un uomo magnifico”, ma un video ha anche mostrato Qureshi in una manifestazione all’ambasciata americana a Londra. Si vede Qureshi incitare “il jihad dei nostri fratelli e sorelle in Iraq, Afghanistan, Palestina e Cecenia”.

 

Scandalo in Danimarca: sussidi ai jihadisti

La storia di Jamal al Harith ricorda quella del kuwaitiano Abdullah Saleh al Ajmi, che prima di lasciare dietro di sé otto morti a Mosul era riuscito a far pubblicare le sue poesie nella raccolta “Poems from Guantanamo” dalla casa editrice dell’Università dell’Iowa. La lettura delle sue poesie fu al centro di una grande serata con quattrocento invitati alla Seton Hall Law School. Le sue poesie divennero persino un corso di laurea alla City University di New York. Gore Vidal, anticonformista di rango, disse che grazie ad al Ajmi “Guantanamo ha finalmente trovato la sua voce”. Il New York Times paragonò le poesie alla lirica araba che canta l’amore e la sofferenza dei detenuti.

 

A leggere la storia del loro “fratello” di Manchester che ha preso in giro giornali, governi e istituzioni europee, lo Stato islamico si starà adesso sbellicando dalle risate. Seduto su quel milione di sterline che pare sia finito nelle casse degli adepti del califfo. Come sono sicuramente finiti nel tesoretto dell’Isis i 96 mila dollari che la Danimarca ha pagato a 36 cittadini andati a combattere per il Califfato. Prima si facevano assegnare la pensione d’invalidità perché malati o inabili al lavoro. Poi se ne andavano in Siria a fare jihad. La vicenda è stata rivelata ieri da un’inchiesta del quotidiano danese Berlingske, secondo cui dal 2014 al 2017 il welfare danese è stato una delle più importanti fonti di finanziamento della guerra santa islamica.

Jamal al Harith, il “kamikaze sorridente”, era il perfetto testimonial di un mondo migliore, guarito dai mali del post 11 settembre. E’ svanito in quella nuvola di fumo a Mosul.

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