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Come cambia il mondo con Trump presidente

Europa, Nato, medio oriente, Asia. La stampa americana disegna le nuove geometrie delle alleanze dopo l'avvicendamento alla Casa Bianca: la sua elezione prelude a "un'America più concentrata sui propri affari interni, e orientata a lasciare che il mondo si prenda cura di sé stesso".

10 Novembre 2016 alle 14:02

Come cambia il mondo con Trump presidente

Le copertine dei giornali dopo la vittoria di Trump (foto LaPresse)

All'indomani dell'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, la stampa americana si interroga sugli effetti di queste elezioni storiche sul caotico scacchiere internazionale. Per la prima volta da prima della Seconda guerra mondiale, sottolinea il New York Times, gli Stati Uniti "hanno eletto un presidente che promette di abbandonare l'internazionalismo praticato dai suoi predecessori di entrambi i partiti, e costruire muri fisici e metaforici".

 

L'elezione di Trump prelude a "un'America più concentrata sui propri affari interni, e orientata a lasciare che il mondo si prenda cura di sé stesso". La "rivoluzione degli outsider" che ha consentito a Trump di sbaragliare l'establishment statunitense, prosegue l'editoriale, è però anche il riflesso di dinamiche globali già palesate quest'anno dal referendum sull'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. La vittoria di Trump "potrebbe alimentare i movimenti populisti, nativisti e nazionalisti già in crescita in Europa e in altre parti del mondo".

 

Sul Washington Post, l'opinionista David Ignatus prova a immaginare la politica estera della prossima amministrazione presidenziale statunitense. Si tratta di un esercizio difficile, premette l'autore dell'editoriale, "data la scarsa esperienza" del nuovo inquilino della Casa Bianca. E' probabile, secondo Ignatus, che Trump "proverà a perseguire a grandi linee le promesse formulate durante la campagna elettorale": ciò significherebbe un ripensamento almeno parziale degli approcci a "Russia, medio oriente, Europa e Asia"; in particolare Donald potrebbe ricercare un "focus 'realista' sugli interessi nazionali statunitensi, e il rigetto dei più costosi impegni statunitensi all'estero", con tre implicazioni: prima tra tutte, uno sforzo verso il miglioramento delle relazioni con la Russia. Trump, ricorda Ignatus, ha affermato più volte nel corso della campagna elettorale - e non senza contraccolpi politici - di essere pronto a collaborare con il presidente russo Vladimir Putin, e ha perfino messo in dubbio che la Russia possa aver interferito con il processo elettorale statunitense tramite attacchi informatici.

 

In secondo luogo, scrive Ignatus, Trump riorienterebbe gli sforzi e le priorità militari statunitensi dal confronto muscolare con Mosca alla guerra contro lo Stato islamico e il terrorismo, non disdegnando nemmeno una cooperazione indiretta in tal senso con il dittatore siriano Bashar el Assad. In terzo luogo, Trump eserciterà quasi certamente pressioni sugli alleati europei affinché dipendano meno dagli Stati Uniti per far fronte all'onere economico della loro difesa. E' improbabile, secondo Ignatus, che Trump si possa dedicare allo "smantellamento della Nato", come paventato dai suoi detrattori. In Europa, la vittoria di Trump potrebbe rafforzare candidati e movimenti che esprimono simili visioni nazionalistiche.

 

Per quanto riguarda l'Asia, conclude l'opinionista, la nuova amministrazione presidenziale statunitense punterà probabilmente a rinegoziare gli accordi economici e commerciali, e a costringere la Cina a rivalutare la propria moneta. E' ancora troppo presto per ipotizzare quali potranno essere le conseguenze di questo "approccio combattivo" alla globalizzazione. Il nuovo presidente - ammonisce Ignatus - dovrebbe però tenere bene a mente un concetto: "Disfare la globalizzazione è impossibile, ma minare la leadership globale degli Stati Uniti sarebbe sin troppo semplice".

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