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Fiducia alla Brexit

May festeggia due buone notizie: l’economia inglese va e la Nissan non scappa, anzi investe (molto).

27 Ottobre 2016 alle 20:02

Fiducia alla Brexit

Theresa May (foto LaPresse)

Milano. Nella litigiosissima Inghilterra giovedì sono arrivate due notizie importanti che hanno per un giorno silenziato i catastrofisti anti Brexit. La prima riguarda la crescita del pil: +0,5 per cento nell’ultimo trimestre, peggio dello 0,7 del trimestre precedente ma meglio delle previsioni che si assestavano attorno allo 0,3 per cento. L’Office for National Statistics dice che i numeri risultano “largamente inalterati in seguito al referendum sulla Brexit”. Secondo i calcoli del Tesoro pre-referendum, in questo momento l’economia britannica avrebbe già dovuto essere in recessione e così gli economisti  e i politici pro Brexit  hanno potuto celebrare la fine del mondo schivata (per ora) e dare ancora un po’ addosso agli ex già parecchio tormentati, il cancelliere dello Scacchiere George Osborne e l’ex premier David Cameron (il quale non è nemmeno più parlamentare: alla byelection per sostituirlo, la settimana scorsa, ha vinto un liberaldemocratico naturalmente anti Brexit. Come ha scritto il Financial Times, si è aperta la stagione delle suppletive-minireferendum sulla Brexit: d’ora in avanti ogni sostituzione di un conservatore sarà vissuta come un voto sull’uscita dall’Ue).

 

La seconda notizia è forse più importante, perché è il primo segnale di fiducia industriale dato al Regno Unito che s’appresta a divorziare dall’Ue: la Nissan ha annunciato che produrrà due nuovi modelli di automobili, la Qashqai e l’X-Trail Suv, nei suoi stabilimenti del Sunderland, che produce più automobili dell’intera Italia e che è la roccaforte operaia (e laburista) che ha votato a stragrande maggioranza a favore della Brexit. Nella decisione di Carlos Ghosn, chief executive di Nissan uscito la settimana scorsa da Downing Street con un sorriso, gli analisti intravvedono anche qualche indizio su come sarà la Brexit.

 

James Blitz, autore dei “Brexit Files” del Financial Times, scriveva martedì che il premier, Theresa May, sta valutando un’ipotesi di negoziato con l’Ue che preveda l’uscita dal mercato unico ma che consenta allo stesso tempo alle aziende con un indotto complesso – come quelle del settore automobilistico – di ottenere un regime speciale su misura che garantisca il commercio intraeuropeo senza tariffe. Si tratta di un’idea di soluzione ibrida che il governo britannico accarezza da tempo, ma che finora si è scontrata con due problemi rilevanti: l’Ue è contro il “cherry-picking”, non vuole fare concessioni sui propri princìpi costitutivi. Questa ipotesi inoltre entrerebbe in collisione con le regole che la Wto stabilisce per i suoi paesi membri, creando conflitti commerciali difficilmente ricomponibili.

 

Si continua quindi a rimanere nel campo delle ipotesi, mentre le liti tra ministri e tra governo e Parlamento diventano ogni giorno più aspre. Intanto è tornato, a sorpresa, alla ribalta Michael Gove, l’ex ministro della Giustizia che prima tradì l’amico Cameron sulla Brexit e poi tradì l’amico Boris Johnson, ora ministro degli Esteri, nella corsa alla successione di Cameron. Gove, che da qualche settimana si era messo a rilasciare interviste concilianti in cui mostrava pentimento per gli “errori commessi” e ridimensionava la portata delle sue infedeltà, è entrato a far parte della commissione Brexit che alla Camera dei Comuni avrà il compito di monitorare il governo e il negoziato con l’Europa (la commissione è a maggioranza anti Brexit, ed è guidata dall’ex ministro ombra laburista Hilary Benn).

 

In sintesi: Gove potrà commentare il lavoro della May, la quale come prima cosa, appena nominata premier, si era premurata di defenestrarlo. Ma in questo momento il rientro dell’infedele è con tutta probabilità il meno preoccupante dei pensieri della May: il primo porta il nome di Philip Hammond, cancelliere dello Scacchiere, che sta elaborando il suo “autumn statement” e che fa da centro-raccolta (ostile) di tutte le perplessità e le paure della City sulla Brexit, sulla versione “hard” del divorzio e sui metodi spicci del premier. A proposito di City: è partita la battaglia per accaparrarsi il business londinese. Dublino vuole ospitare l’European Banking Authority, l’agenzia fondata nel 2011 con sede a Londra, cioè vuole diventare il centro finanziario d’Europa. La stessa ambizione è condivisa da Francoforte e da Parigi (anche da altre città meno competitive, come Varsavia e Amsterdam), ma per tutti si tratta di una pretesa velleitaria: la possibilità che si costituisca in Europa un centro finanziario equivalente a Londra è in questo momento considerata pari a zero.

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