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Forse il no al referendum in Colombia consentirà una pace più forte

Parla Juan Rafael Mesa Zuleta, ambasciatore di Bogotà in Italia: "Il voto del no non è stato un fenomeno compatto". Aperti sette tavoli di negoziato, mentre molti colombiani chiedono che governo, leader del No e Farc si mettano d’accordo.

20 Ottobre 2016 alle 12:53

Forse il no al referendum in Colombia consentirà una pace più forte

Proteste contro il risultato del referendum di pace tra governo colombiano e Farc (foto laPresse)

“Il risultato del referendum sulla pace in Colombia è stato una sorpresa, perché tutti i sondaggi davano una vittoria per il sì. Ma dopo la grande tristezza in capo a 72 ore abbiamo ricevuto la buona notizia del Nobel per la Pace assegnato al presidente Juan Manuel Santos”. Avvocato e grande esperto di radio e televisione, Juan Rafael Mesa Zuleta, che da aprile è stato designato dal governo di Bogotá ambasciatore in Italia, ha parlato a un evento che è stato organizzato a Roma dall’Osservatorio Mediatrends America – Europa. Il processo va dunque avanti. Dopo che il cessate il fuoco è stato prorogato fino al 31 dicembre, oggi Santos termina di raccogliere le proposte di emendamento all’Accordo di Cartagena che sono state fatte dai rappresentanti del fronte del no, per poi elaborare il nuovo progetto che verrà portato ai negoziatori delle Farc all’Avana. E il 27 ottobre inizia il nuovo dialogo con l’Esercito di Liberazione Nazionale (Eln): l’ultimo importante gruppo guerrigliero ancora alla macchia in Colombia. Nato anch’esso come le Farc nel 1964, l’Eln è militarmente molto più debole: non più di 1500 elementi, contro i 5765 che le Farc dichiarano. Ispirato a un misto di castrismo, sessantottismo e teologia della liberazione, l’Eln ha però una struttura più assembleare rispetto al verticalismo staliniano delle Farc. Ha infatti criticato lo stile segreto e elitario dei negoziati dell’Avana, e reclama un dibattito pubblico con coinvolgimento delle “masse” che paradossalmente finisce per saldarsi con molte delle critiche che all’Accordo di Cartagena sono state fatte dal fronte del No.

 

“No hay mal que por bien no venga” recita però un proverbio che i colombiani amano particolarmente. Anche l’ambasciatore Mesa Zuleta osserva che forse il no al referendum consentirà una pace più forte. “In realtà, il voto del no non è stato un fenomeno compatto”, spiega. “C’è chi ha votato no perché è contrario a ogni cedimento ai ‘comunisti’ delle Farc da posizioni di destra. C’è chi ha votato no perché vede nella trattativa con qualunque gruppo di insorti un’abdicazione dello Stato di Diritto. Le chiese protestanti hanno orientato verso il no un elettorato molto disciplinato, per via di una polemica sorta la settimana prima del referendum a proposito di alcuni opuscoli sull’educazione di genere che erano stati distribuiti nelle scuole. C’è chi ha votato no per opposizione al presidente Santos. I più hanno votato no semplicemente perché in disaccordo su questo o quel punto del testo. Ma dopo il risultato è stato chiarito che nessuno dei leader del No voleva che il Trattato venisse stracciato. Tutti propongono semplicemente modifiche, più o meno importanti. Appunto per raccogliere queste proposte sono stati aperti sette tavoli di negoziato, mentre molti colombiani manifestavano per chiedere che governo, leader del No e Farc si mettessero d’accordo”.

 

Il Centro Democratico dell’ex-presidente Álvaro Uribe Vélez chiede ad esempio che il sistema di Giustizia Speciale per la Pace sia gestito da magistrati ordinari, che i guerriglieri colpevoli di delitti di lesa umanità se pentiti debbano comunque scontare tra i 5 e gli 8 anni di privazione effettiva della libertà “sia pure in fattorie agricole” e non possano diventare deputati o senatori, che le Farc diano tutte le informazioni in loro possesso in materia di coltivazioni illecite e i reati di narcotraffico non siano amnistiati. L’associazione delle vittime delle Farc vuole che il gruppo paghi indennizzi con il proprio patrimonio, restituisca i minori reclutati e dia i dati di tutti i sequestrati. Per la leader del Partito Conservatore Marta Lucía Ramírez la prevista riforma agraria deve privilegiare le vittime e le Farc devono garantire che, diventate un partito, non si finanzieranno con gli utili di attività illegali. L’altro ex-presidente Andrés Pastrana chiede in più che la riforma agraria non danneggi in nessun modo la proprietà privata. L’ex-procuratore generale Alejandro Ordóñez esige garanzie sui temi del gender e della famiglia. Ma non sarebbe stato più logico fare prima il referendum e poi la firma, proprio per evitare l’imbroglio giuridico che ne è seguito? E la vittoria del no non è stata anche una protesta contro questo diktat? “Di analisi ne sono state fatte tante”, ammette al Foglio l’ambasciatore. “C’ è pure chi ha ritenuto che invece la firma ha favorito il sì. Comunque, dal punto di vista giuridico la questione è sempre stata chiara. La firma aveva una funzione puramente cerimoniale: la partenza effettiva dell’Accordo è sempre dipesa dal voto referendario”.

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