Referendum per la pace in Colombia (foto LaPresse)

Così è fallito il referendum della pace in Colombia

Il 50,21 per cento dei colombiani ha detto no all’accordo di pace tra le Farc e il governo Santos. La Colombia è divisa. L’analisi del voto offre molti spunti di riflessione

Ginevra. Domenica, il referendum in Colombia sull’accordo di pace con le Farc (Forze armate rivoluzionarie colombiane) per porre fine a una guerra durata 52 anni ha segnato l’ennesimo scivolone dei sondaggisti. Dopo mesi passati ad assicurare la vittoria schiacciante del sì, il 50,21 per cento dei colombiani ha invece detto no all’accordo. Eppure, appena una settimana fa a Cartagena, il governo del presidente Juan Manuel Santos e gli alti comandi dei guerriglieri avevano firmato ufficialmente l’accordo di pace scaturito da quattro anni di trattative a Cuba. I media internazionali avevano celebrato la vittoria al referendum come un fatto compiuto, il leader delle Farc, Timochenko, aveva chiesto perdono alle vittime della violenza e Santos già si vedeva, venerdì prossimo, nominato al Nobel per la Pace. Dopo il responso delle urne la speranza sembra sfumata, e secondo molti osservatori i colombiani, davanti alla scelta tra fare del loro paese un esempio a livello internazionale oppure fare un salto nel vuoto, hanno scelto quest’ultimo. La Colombia è divisa: il tasso d’astensione al referendum è stato del 62,57 per cento e anche l’opinione dei pochi che sono andati a votare è spaccata in due.

 

L’analisi del voto offre molti spunti di riflessione: il sì ha vinto nelle zone più colpite dalla violenza, mentre i no si sono imposti soprattutto nei grandi centri urbani. Ha giocato un ruolo l’impegno profuso dall’ex presidente Alvaro Uribe Vélez che si è speso moltissimo per far affondare l’accordo. Uribe aveva anche alcune ragioni personali visto che le Farc gli hanno ammazzato il padre e il fratello, ma sotto la sua presidenza (con Santos ministro della Difesa) le Farc erano state quasi sconfitte militarmente. Importante anche la critica all’accordo da parte delle chiese evangeliche, che in passato le Farc avevano dichiarato come obiettivo militare perché i sacerdoti avevano cercato di convincere i giovani a non entrare nella guerriglia. Santos era convinto di averle portate dalla sua parte: è stato solo l’ennesimo errore di una lunga serie. Quello che ha però davvero indispettito i colombiani che si sono recati alle urne è stato l’atteggiamento assunto dai guerriglieri durante i negoziati.

 

La pretesa di un perdono per le violenze compiute che si era spinta fino a chiedere un alto numero di scranni sicuri in Parlamento per il partito politico che dovrebbe sorgere dalla radici della formazione guerrigliera più antica dell’America latina. Richiesta poi parzialmente rientrata. Sarebbe sbagliato però, ritenere che l’alto tasso di astensione sia un segno di apatia. Anche i colombiani che non sono andati a votare hanno voluto mandare un messaggio – dire cioè che non hanno creduto né al presidente, né alle Farc. Santos non è popolare in patria: l’economia colombiana corre a livello macroeconomico, ma i risultati della crescita non influiscono sulla vita dei cittadini. Il lavoro magari c’è, ma è assai mal pagato, gli stipendi sono bassi, le infrastrutture sono insufficienti e la corruzione nella politica è tale che il colombiano medio non ha alcuna fiducia nella classe politica. Anche la sicurezza nel paese non è migliorata, anzi. Sono proliferate nuove formazioni guerrigliere e i cartelli criminali si sono moltiplicati.

 



La storica firma dell'accordo di pace. A sinistra il presidente Juan Manuel Santos, a destra il leader delle Farc Timoleon Jimenez (foto LaPresse)


 

Anche le Farc hanno collaborato al risultato di questo voto referendario,  continuando a mettere bombe e perpetrare attacchi contro l’esercito, salvo poi dare la responsabilità a commando locali. Una bugia, vista la struttura verticistica dei ribelli. Le Farc hanno inoltre rifiutato di pagare qualsiasi rimborso economico per i danni causati. Questo malgrado in aprile un reportage dell’Economist avesse raccontato del tesoro nascosto che i guerriglieri avevano accumulato con il narcotraffico, il sequestro e altre attività illecite.

 

E adesso? Questo risultato potrebbe voler dire la morte politica di Santos che ha annunciato un meeting con i sostenitori del no e i negoziatori di Cuba. Si potrebbe persino arrivare a un rimpasto governativo. Le posizioni sono però ancora distanti. Gli oppositori all’accordo vogliono che sia negoziato un nuovo documento secondo cui i comandi delle Farc siano incarcerati e non ricevano seggi parlamentari blindati. In base al testo bocciato dal referendum, non solo avrebbero potuto partecipare alle elezioni presidenziali e legislative del 2018, ma avrebbero ottenuto anche dieci seggi non elettivi fino al 2026. Le Farc hanno promesso che non riprenderanno le armi. Nuove riunioni sono state indette a Cuba con i rappresentanti delle due parti.