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Perché è importante la notizia della morte del re di Thailandia

Un indovino l’aveva detto: entro i prossimi mesi sua maestà Bhumibol Adulyadej, re di Thailandia, nono sovrano della dinastia Chakri, sarebbe morto. La previsione si è avverata, almeno ufficialmente, alle 15.52 del 13 ottobre. La notizia è stata annunciata alla 18.50. La Thailandia è in lutto. E lo resterà per un anno.

13 Ottobre 2016 alle 15:00

Perché è importante la notizia della morte del re di Thailandia

Donne vestite di rosa in lutto, davanti all'ospedale dove era ricoverato il re (foto LaPresse)

Un indovino l’aveva detto: entro i prossimi mesi sua maestà Bhumibol Adulyadej, re di Thailandia, nono sovrano della dinastia Chakri, sarebbe morto.  La previsione si è avverata, almeno ufficialmente, alle 15.52 del 13 ottobre. La notizia è stata annunciata alla 18.50. La Thailandia è in lutto. E lo resterà per un anno.

 

Mezz'ora più tardi il primo ministro Prayuth Chan-ocha è apparso in tv a reti unificate per annunciare che il nuovo sovrano sarà il principe ereditario Maha Vajiralongkorn, designato successore nel 1972. La previsione era facile: da oltre dieci anni il re soffriva di gravi problemi di salute e dal 2009 la sua residenza era praticamente divenuta il Siriraj hospital di Bangkok, che lasciava solo per occasioni particolarmente importanti.

 

Negli ultimi mesi le notizie sulle sue condizioni si sono alternate ciclicamente, ma le voci sulla sua scomparsa erano sempre considerate quasi un maleficio da parte dell’ex premier Thaksin, deposto da un colpo di stato nel 2006 e considerato una sorta di “demone” da parte della nobiltà thai che lo aveva accusato di lesa maestà e di voler instaurare una repubblica.

 


Il re Bhumibol Adulyadej


 

Per l’attuale governo del generale Prayuth Chan-ocha, che ha preso il potere nel 2014 in seguito all’ennesimo colpo di stato militare ed è considerato un inflessibile sostenitore della famiglia reale, qualsiasi accenno alla possibile scomparsa di Sua Maestà era equiparabile a un reato di lesa maestà.

 

Da qualche giorno, tuttavia, in seguito all'ennesimo ricovero era stato sempre più difficile negare l'evidenza. Confermata soprattutto da un netto calo della borsa di Bangkok. Per gli analisti questo era il segno di un destino ineluttabile. Soprattutto considerando che i grossi capitali thai sono in mano a famiglie legate ai reali.

 

Nel frattempo, col passar delle ore e con le voci sempre più frequenti che giungevano dall'interno dell'ospedale, mentre le strade di Bangkok si desertificavano, migliaia di persone si sono radunate attorno all'ospedale e nei templi. Molti in maglietta gialla (simbolo del giorno natale del re, il lunedì) ancor più numerosi in rosa (il colore che un astrologo thai aveva assicurato propizio alla salute del re) hanno pregato le divinità del pantheon hindubuddista e bruciato incensi invocando la guarigione dell'amato sovrano.

 

La scomparsa di Sua Maestà Bhumibol, oltre che predetta, era ed è anche temuta. Secondo molti osservatori, infatti, con lui verrà a mancare quel riferimento morale, seppure indebolito, che garantiva una sorta di equilibrio nella critica situazione interna thai. Ma questo, forse, è un momento non del tutto sfavorevole al governo. Rafforzato dal si al referendum di modifica costituzionale dell'agosto scorso che ne legittima il potere e lo perpetua con un mandato difficile da contrastare, può affrontare meglio l'inevitabile situazioni di crisi del'interregno.

 

C'è già chi ha fatto osservare che la nuova costituzione, per essere valida deve essere sottoscritta dal re. Cosa che sarebbe dovuto accadere in novembre, una volta che fosse stata trascritta manualmente secondo antiche e ben codificate formule. Ma nel suo annuncio televisivo il premier Prayuth ha subito precisato che, in accordo con l'Assemblea legislativa nazionale, si procederà come previsto.

 

Nato negli Stati uniti nel 1927 e incoronato nel 1946, Bhumibol Adulyadej (nome che significa “forza dell'incomparabile potere del Paese”) era il sovrano più a lungo sul trono di ogni altro. Secondo la rivista Forbes era anche il sovrano più ricco, con un patrimonio stimato in oltre trenta miliardi di dollari (stime contestate dalla famiglia reale). Tempo e denaro che gli hanno permesso di divenire una figura semidivina per la maggior parte del popolo thai, versione contemporanea del “Dhammaraja”, colui che regna in nome della legge divina. Nonostante la monarchia thai sia costituzionale dal 1932 (in seguito a un colpo di stato), è con re Bhumibol che ha riacquistato un potere superiore, alimentato dal suo carisma (mentre il suo popolo sorride sempre, era noto per il suo atteggiamento “meditativo”). Il re, inoltre, ha conquistato l’amore dei thai per il suo attaccamento alle tradizioni, i suoi progetti di sviluppo e il sostegno a un’economia sostenibile d’ispirazione buddhista, la sua attenzione ai problemi sociali (è stato uno dei maggiori artefici della lotta alla droga in Thailandia) e i suoi interventi che negli anni ’90 avevano scongiurato il rischio di una guerra civile e innescato una reale transizione verso la democrazia. Anche per questo era considerato un padre della nazione e l'anniversario del suo compleanno, il 5 dicembre, era stato associato alla festa del papà. Al tempo stesso, re Bhumibol aveva rafforzato l’immagine sacrale della monarchia restaurando antiche tradizioni quali la “prosternazione” e proteggendosi con una legge sulla lesa maestà che rendeva lui e la sua famiglia inviolabili. Legge che negli ultimi anni è stata anche utilizzata da tutte le fazioni thai per screditare gli avversari.  Dal 2009, infatti, con l’aggravarsi delle condizioni di salute del re, la Thailandia è entrata in un periodo d’instabilità politica: ogni governo cercava di ottenere il suo imprimatur e, non riuscendoci, affermava che il silenzio valeva per un assenso: il re era troppo superiore per “interferire” nella politica nazionale.  Intanto, secondo molti osservatori, anche vicini alla famiglia reale, si stava svolgendo un vero e proprio “Game of Thrones”.

 

Il suo successore , il primogenito Maha Vajiralongkorn, non è altrettanto amato dal popolo, specie dalla nobiltà, che gli rimprovera i trascorsi rapporti d’affari con l’ex premier Thaksin e molti pettegolezzi sulla sua vita privata. Per questo erano, e sono, in molti, a dubitare dell'effettivo passaggio di potere.

 

Del resto, secondo una profezia, il nono dei Rama, dovrebbe essere l’ultimo re della dinastia. Ma a questo c’è rimedio. «Se non sarà un re, sarà una regina» sembra abbia detto un’indovina molto famosa, confortando le speranze sia dell’ammart, l’aristocrazia thai, sia dei phrai, il popolo, accomunati nell’amore verso la principessa “angelo”, la secondogenita di re Bhumibol, Maha Chakri Sirindhorn. Secondo un emendamento alla costituzione del 1997 (concepito dal potente “Privy Council” il “cerchio magico” dei consiglieri del re), infatti, la principessa può salire al trono.

 

Secondo alcuni osservatori, quindi,  il tutto potrebbe risolversi, come tutto nel regno, "al modo thai": il principe potrebbe accettare l'investitura per poi abdicare in favore di suo figlio (ma anche su quale ci sono controversie). Nel frattempo la principessa svolgerebbe il ruolo di reggente.

 

Negli ultimi tempi, tuttavia, con l'aggravarsi delle condizioni del re, l'erede designato ha riguadagnato posizioni e, soprattutto, volontà di regnare, rassicurato e forse anche sostenuto dal governo che vedrebbe in lui un personaggio più facilmente controllabile. A quanti dicono i bene informati che popolano Bangkok, lo stesso generale Prem Tinsulanonda, presidente del Privy Council e considerato il Grande Vecchio dietro ogni intrigo di corte (a 96 anni è ancora riverito e temuto come quando era a capo del governo), avrebbe sostenuto l'incoronazione del principe Maha.

 

Ormai da anni si discute su che cosa accadrà dopo la morte di re Bhumibol. Secondo molti non poteva morire finché la situazione politica non si fosse stabilizzata. L’unica cosa certa, secondo Lee Jones, della University of London, quel che ci si può  attendere è “un prolungato periodo di lutto nazionale accompagnato da isteria istituzionalizzata”.

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