Chi è che vuole destabilizzare la Thailandia?

L’attentato a Bangkok, la Città degli angeli, in bilico tra politica e magia.

18 Agosto 2015 alle 08:55

Chi è che vuole destabilizzare la Thailandia?

Un poliziotto sul luogo dell'attentato a Bangkok

La “Città degli Angeli” si è trasformata in un inferno. Poco prima delle sette di sera ora di Bangkok (le due del pomeriggio in Italia), una bomba è esplosa nel centro della capitale thailandese. Ore dopo il conto delle vittime è incerto: nell’orrore della carneficina il numero dei morti oscilla tra i dodici e i ventisette (16 secondo la prima conferenza stampa della polizia), decine, forse un centinaio i feriti. Numerosi, sembra, gli stranieri. Non se ne conosce ancora la nazionalità, ma è quasi certo si volessero colpire proprio i turisti. L’area dell’esplosione, dove sono state scoperte altre due bombe, è una delle più frequentate dai visitatori di Bangkok.

 

Secondo le prime notizie una carica al tritolo sarebbe stata collocata sotto una panchina a poca distanza dall’altare dedicato a Erawan, nome con cui in Thailandia è venerato il Dio Brahama. Nonostante si tratti di una divinità hinduista, anche per i thai, ferventi buddisti, rappresenta una sorta di nume tutelare cui rivolgersi per ogni genere di grazie.

 

E così, come sempre accade in Thailandia, ogni spiegazione è in bilico tra l’analisi politica e la magia. Il paese, infatti, sta vivendo un periodo di forti contrasti sia tra le fazioni politiche che si confrontano anche violentemente dal 2006 e sono sfociati nel golpe del 2014, sia tra governo centrale e insorgenti islamici che reclamano l’indipendenza di tre provincie nel sud del paese. Un conflitto, quest’ultimo, che dal 2004 a oggi, ha provocato la morte di oltre 6000 persone, sia buddisti sia musulmani.

 

Il luogo dell’attentato di oggi, quindi, potrebbe far pensare a un’escalation nel terrorismo musulmano, un vero e proprio cambio di strategia. Sia pure annunciato. Sino a quest’anno, infatti, gli attentati islamisti in Thailandia erano stati circoscritti alle zone di cui si reclama l’indipendenza. Ma poi l’esplosione di un’autobomba nell’isola di Koh Samui, popolare destinazione turistica, aveva fatto pensare a “una nuova fase del conflitto”. E c’è già chi ricorda che nel 2006 la statua del Dio Erawan era stata decapitata da un vandalo poi linciato dalla folla: secondo alcuni era un malato di mente, ma per altri era un fanatico musulmano, come avrebbero dimostrato alcuni tatuaggi in caratteri arabi sulla sua schiena.

 

Il luogo dell’attentato può suscitare altri sospetti. L’altare di Erawan, infatti, si trova a un angolo della Ratchaprasong Intersection, grande incrocio al centro di Bangkok che nel 2010 era “occupato” dai “rossi”, la fazione politica che sostiene l’ex premier Thaksin deposto da un colpo di stato nel 2006. L’incrocio e le aree circostanti, delimitati dai lussuosi centri commerciali, furono sgombrati dall’esercito in un’operazione che costò la vita a decine di manifestanti. Da allora è un luogo simbolo per l’opposizione all’attuale governo. Inoltre, secondo alcuni ultraconservatori, il vero responsabile della decapitazione della statua nel 2006 sarebbe proprio l’ex premier Thaksin che avrebbe ordito tale complotto per assicurarsi il potere con un oscuro rituale di magia nera.

 

Chiunque sia il responsabile ha ottenuto il suo scopo: destabilizzare ulteriormente la Thailandia e creare un gravissimo danno a un’economia già a rischio di recessione. L’attentato non potrà non avere ripercussioni sul turismo, una delle maggiori fonti d’entrata, ma anche su quegli investitori esteri che avevano cominciato a diffidare della stabilità del paese.

 

[**Video_box_2**]Altra conseguenza quasi inevitabile sarà un inasprimento nel regime del generale Prayut Chan-o-cha, autore del golpe del 2014 e attuale primo ministro del governo costituito dai militari. Ma questo, a sua volta, potrebbe provocare il riaccendersi delle manifestazioni dei rossi.

 

Una cosa è certa: domani i thai pregheranno il dio Erawan, e tutte le divinità del loro pantheon, affinché proteggano il loro paese.

 

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