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Il dibattito Trump-Clinton. Istruzioni per l'uso

Chi sono e cosa vogliono i due candidati alla Casa Bianca. Tutto quello è successo nella campagna elettorale prima del primo faccia a faccia tra i due avversari.

26 Settembre 2016 alle 19:28

Il dibattito Trump-Clinton. Istruzioni per l'uso

Foto LaPresse

Nella notte ci sarà il primo faccia a faccia tra il candidato democratico alla Casa Bianca, Hillary Clinton, e quello repubblicano, Donald Trump. E' un passo decisivo verso le elezioni dell'8 novembre, data l'incertezza sull'esito della chiamata elettorale. Gli ultimi sondaggi dipingono un paese ancora incerto, dove anche gli elettori tradizionalmente democratici o tradizionalmente repubblicani potrebbero votare contro il candidato espresso dal partito al termine delle primarie. E così se al momento Clinton è in leggero vantaggio, l'esito in molti stati è fortemente incerto e i margini di errore sono ancora grandi, tanto che, come sottolinea Nate Silver, alla fine quest'incertezza potrebbe favorire Trump, proprio perché il popolo dei Miserabili (“deplorables”, così li ha apostrofati Hillary) ha trovato, grazie alla gaffe della candidata democratica, un’identità.

 

 

Se è dunque impossibile azzardare un pronostico su come andrà a finire la corsa alla presidenza americana, è invece utile approfondire il contesto storico e politico nel quale queste elezioni si svolgeranno e chi sono e cosa vogliono i due candidati alla Casa Bianca.

 

Se Donald Trump in corsa per la presidenza americana è una realtà consolidata, non era così all'inizio. The Donald era la variabile impazzita delle primarie del Gop, variabile che in molti credevano si fosse incasellata presto in un insuccesso pur bizzarro che fosse. Eppure "confusione e democrazia sono pressappoco sinonimi. Conflitto ed elezioni sono la stessa cosa. L’America ha avuto grandi narratori populisti, grandissimi demagoghi, ma il grado di semplificazione del discorso cui è arrivato Donald J. Trump è inaudito – scriveva Giuliano Ferrara nel maggio scorso –, è paradossalmente super sofisticato, e il suo successo e la rotta dei suoi competitori più formali, più centrati sulla vecchia ideologia repubblicana, si spiega solo con il contraccolpo dopo anni dilaganti di politicamente corretto, di governo delle élite, di compostezza accademica scuola Yale o Harvard, tipici del riluttante elegante inconcludente Barack Obama, al posto dello swagger, del portamento di sfida e di stile informale, di un Reagan o dei Bush o dello stesso Bill Clinton, anche loro e la loro epoca figli della riluttanza e della sciocca bonomia politica di un Carter, altro premio Nobel della pace come Obama (fatevi comminare un Nobel e uscite subito dalla politica, per carità". La sua candidatura spiazza e crea drammi interiori, drammi che ancora Giuliano Ferrara ha descritto.

 

 

“Il dibattito non sarà minimamente sulle questioni politiche. Sarà sulle emozioni, sulla capacità dei candidati di farci sentire più sicuri o meno sicuri”, ha detto Tony Schwartz, ex ghostwriter di Trump poi convertito a suo feroce critico, come ha segnalato Mattia Ferraresi.

 

Emozioni che The Donald è riuscito a incanalare meglio del candidato democratico. L'analisi di qualche mese fa dello scrittore Jim Ruth sul Washington Post, mette in evidenza come esiste una non esigua parte dell'elettorato americano che ritiene che "Trump ha una sola qualità redimente: non è Hillary Clinton. Non vuole trasformare gli Stati Uniti una democrazia sociale sul modello europeo, basata sul politically correct, con latte e biscotti gratis dove ogni ragazzino (ma anche gli adulti) guadagna un trofeo solo per farsi notare". Il problema infatti è sostanzialmente uno. Lo ha così sintetizzato poche settimane fa Paola Peduzzi: per molti "fidarsi di Hillary è un’impresa difficile". Ed è un'impresa difficile per la mancanza di trasparenza dell'ex first lady soprattutto in "una dinamica elettorale in cui la rabbia, la percezione di impoverimento, l’esclusione hanno il sopravvento su qualsiasi altro elemento, compresa la competenza".

 

E così se da un lato Trump viene considerato inaffidabile e inadeguato a guidare un paese come l'America, dall'altro è riuscito a conquistare una percentuale consistente della popolazione proprio per il suo essere fuori dagli schemi precostituiti della politica (seguendo un'ambiguità "che ha i tratti di un metodo"). The Donald ha sedotto, come racconta Mattia Ferraresi, "l’America bianca della desertificazione postindustriale, delle roulotte e della violenza domestica diventata rituale, delle ragazze madri, delle miniere di carbone della West Virginia e delle steel town della Pennsylvania, agglomerati di capannoni e uomini abbandonati" e anche l'elettorato cattolico (nonostante Papa Francesco), come riporta Matteo Matzuzzi, e quello mormone.

 


 

Per approfondire ulteriormente:

 

Cos'è successo alle convention che hanno confermato le candidature di Hillary Clinton e Donald Trump?

 

Minimum Trump

di Mattia Ferraresi

 

Quel che resta delle due convention: sul piano dello spettacolo ha vinto Hillary. Oscuratissimi i vice dell’uno e dell’altra

 


 

No, non sono stati i giornalisti a creare il fenomeno Donald Trump

 

Sul Washington Post Eugene Robinson smonta il mito secondo cui "The Donald" è diventato il candidato di punta delle primarie repubblicane grazie all'attenzione dei media.

 


 

Tutte le domande intorno alla polmonite presidenziale di Hillary Clinton

di Mattia Ferraresi

 

La salute della candidata democratica è passata da oggetto di teorie complottiste a tema centrale nella corsa finale alla Casa Bianca. Di certo, la gestione del dossier sulle condizioni fisiche della Clinton da parte del suo staff resta opaco

 


 

Perché l’Europa non dovrebbe frignare troppo se vince Trump

di Andrea Gaiani

 

Sarà pure impresentabile e “unfit” per risiedere alla Casa Bianca ma in termini di politica estera e di difesa Donald Trump dovrebbe risultare gradito nel Vecchio continente.

 


 

I profeti del “globalismo” annunciano l’apocalisse commerciale di Trump

di Mattia Ferraresi

 

La schermaglia fra il candidato e il think tank degli “uomini di Davos” rivela una guerra fra visioni del mondo. La dettagliata analisi sui dazi trumpiani e le altre misure per difendere l’industria domestica spiega che un approccio del genere “sarebbe disastroso per il benessere economico degli Stati Uniti e la sicurezza nazionale”.

 


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