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L’imbonitore e la secchiona

Il dibattito fra Trump e Hillary è il grande test dei rapporti di forza

Donald lavora sull’improvvisazione per polverizzare l’avversario ma può far leva sulle nuove debolezze di Obama - di Mattia Ferraresi

25 Settembre 2016 alle 06:18

Il dibattito fra Trump e Hillary è il grande test dei rapporti di forza

I busti di Hillary Clinton e di Donald Trumo (foto LaPresse)

New York. Lunedì Hillary Clinton e Donald Trump si affrontano nel primo dibattito, il rituale televisivo che si ripete ogni quattro anni dai tempi in cui un John Fitzgerald Kennedy abbronzato ha surclassato Richard Nixon, sudaticcio e antitelevisivo. Chi aveva seguito quel dibattito via radio aveva avuto l’impressione che a vincere fosse stato il repubblicano, che aveva argomenti solidi, ma non bucava lo schermo. Alla Hofstra University di Long Island andrà in scena invece il più televisivo dei confronti, un evento che potrebbe tranquillamente superare qualunque altro – dal Super Bowl alla notte degli Oscar – in termini di audience e che ha come protagonisti un incontenibile ego con il ciuffo cresciuto alla scuola comunicativa del reality show e la candidata più preparata e secchiona della storia americana, ma con enormi difficoltà a stabilire una connessione emotiva con l’elettorato. I modi in cui i due si stanno preparando allo scontro testimonia la distanza dei pianeti da cui provengono. Con una segreta squadra di sparring partner, Hillary si sta preparando ad affrontare non un Trump soltanto, ma tutti i Trump che potrebbero presentarsi sul palco. Sarà l’imbonitore populista dei comizi o quello più presidenziale visto a Città del Messico? Punterà sull’aggressione personale, per toglierle fiato in quegli slot da due minuti in cui il dibattito si articola, oppure andrà sulle questioni politiche? La Clinton si sta attrezzando per non farsi trovare impreparata davanti a nessuno scenario.

 

Nei prossimi tre giorni si concentrerà esclusivamente sulla preparazione, interiorizzando messaggi da spedire all’elettorato e costruendo un prontuario di risposte pronte per tenere testa al più imprevedibile degli avversari. Molto probabilmente rimarrà fedele alla linea, criticata da alcuni democratici, di “disaggregazione” di Trump dal Partito repubblicano: da mesi ormai tratta il candidato come una patologia del mondo conservatore, non come la sua espressione, con l’intento di mostrare ai repubblicani indecisi, legati al partito più che a un volto, che si sta consumando il tradimento dello spirito del Gop. Hillary si allena riproducendo fedelmente i novanta minuti di dibattito che si concentreranno su tre temi così vasti da lasciare aperta ogni strada a Lester Holt, il moderatore di Nbc: “Direzione dell’America”, “conquista della prosperità” e “sicurezza dell’America” sono le tre sezioni.

 

Alla preparazione di Hillary Trump oppone una calcolata improvvisazione. I suoi consiglieri dicono che non ha la pazienza di fare un “mock debate” di un’ora e mezza, rifiuta di stare in piedi al leggio, non usa il cronometro per allenarsi a dare risposte efficaci di due minuti, ma preferisce lunghi scambi a braccio con un consigliere che lo incalza. La strategia sembra confermare  quello che Tony Schwartz, ex ghostwriter di Trump poi convertito a suo feroce critico, prevede per lo show di lunedì: “Il dibattito non sarà minimamente sulle questioni politiche. Sarà sulle emozioni, sulla capacità dei candidati di farci sentire più sicuri o meno sicuri”.

 

Offrire una percezione confortante è una missione nella quale Trump è facilitato dalla continuità dell’avversario con l’Amministrazione Obama, che chiude il sipario con un’America che nonostante i numeri generali della ripresa soffre all’interno dei confini ed è in posizione di debolezza nella gestione del caos globale. E’ possibile, tuttavia, che ci sia da parte di Trump molta pretattica in questo minimizzare il suo lavoro di preparazione, ché un abbassamento delle aspettative giova sempre a chi insegue. Non perdere è il vero obiettivo in un dibattito che tradizionalmente si valuta in termini negativi: il perdente, non il vincitore, rimane scolpito nella memoria dell’elettorato.

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