cerca

Telepredicatori di sinistra

Il linciaggio liberal di Jimmy Fallon, il comico che ha trattato Trump come un ospite normale. E’ imperativo che al cospetto del candidato la voglia di ridere e divertire scompaiano istantaneamente, e anche l’intrattenitore più leggero in circolazione deve assumere l’atteggiamento di Oriana Fallaci di fronte all’ayatollah Khomeini.

23 Settembre 2016 alle 06:14

Telepredicatori di sinistra

Jimmy Fallon (foto LaPresse)

New York. Jimmy Fallon ha alzato le spalle quando lo hanno incalzato, con garbo, fuori da un ristorante: “Ma avete mai visto il mio show? Io non sono duro con nessuno”. Il conduttore del Tonight Show si era trovato a difendersi dall’accusa più insidiosa, quella di essere soltanto un comico, uno che quando si ritrova in studio Donald Trump gli scuote con energia il leggendario ciuffo per vedere l’effetto che fa e gli lancia battute facili per ritagliare un buon angolo di entertainment, non gli punta in faccia una lampada e in diretta gli grida che è un razzista e un pazzo paranoico, pretendendo che esibisca istantaneamente la dichiarazione dei redditi. Fallon, come ha detto, non è mai duro con nessuno. Non incalza, non mette sotto torchio, non rimesta, non arzigogola. Nella vita fa il comico, non il telepredicatore, e quando Hillary Clinton è stata sua ospite ha usato lo stesso metro, ricavando anche un momento di autoironia quando le ha consegnato un sacco pieno di “softballs” lasciate nel camerino da Trump. La “softball”, in gergo, è la domanda facile e prona, una palla lanciata a bassissima velocità per permettere all’interlocutore di fare un “home run” facile facile.

 



 

Fallon non è duro con nessuno, ma i suoi colleghi, comici televisivi, sono convinti che avrebbe dovuto fare un’eccezione per Trump. Samantha Bee, la anchorwoman di Full Frontal, ha guidato la cordata dei telepredicatori indignati, dicendo che Fallon e la Nbc, produttrice dei fortunati reality trumpiani, hanno “tacitamente approvato un demagogo razzista” perché “gli ascolti contano di più delle persone di colore”. Seth Meyers, mattatore di A Closer Look, ha rincarato la dose. Lui Trump non lo inviterà mai, non gli darà spazio pubblicitario gratuito, non alimenterà il processo di estensione del suo ego pericoloso. Quando ha detto “Obama è nato negli Stati Uniti, punto”, Meyers ha risposto così: “Fuck you, punto esclamativo”.

 

Con toni diversi, ma non meno perentori, si sono espressi molti altri rappresentanti dello showbiz, secondo i quali c’è un limite anche all’intrattenimento. I grandi giornali hanno applaudito con compìto senso di responsabilità questo piccolo episodio di linciaggio di un comico che aveva osato far ridere. E’ imperativo che al cospetto di Trump la voglia di ridere e divertire scompaiano istantaneamente, e anche l’intrattenitore più leggero in circolazione deve assumere l’atteggiamento di Oriana Fallaci di fronte all’ayatollah Khomeini. Che il mondo dello spettacolo tenda a sinistra è una questione vecchia quanto la rotazione triennale, ma qui c’è più della vecchia minaccia di trasferirsi in Canada in caso di vittoria di George W. Bush. C’è il trionfo di un’egemonia culturale liberal che ha trasformato i conduttori degli show serali in “explanatory journalist di sinistra con qualche battuta ogni tanto”, come ha scritto Ross Douthat sul New York Times.

 

In un contesto politico dove i punti di riferimento sono saltati, dove George H. W. Bush vota per Hillary e i neoconservatori sono alla corte della dinastia più odiata – tutti indizi del substrato liberal comune che giace al di sotto delle differenze politiche – il ruolo del comico engagé è pure più rilevante. Non si tratta più di bastonare la destra e fare l’occhiolino alla sinistra, ma di distinguere fra il lato giusto e quello sbagliato della Storia, di separare il legittimo dall’impresentabile, l’umano dal subumano. Una responsabilità che sarebbe delittuoso minimizzare. Dall’alto del loro accento britannico, John Oliver e Trevor Noah spiegano agli americani urbani e cosmopoliti le brutture dell’America. Stephen Colbert, un tempo autore di surreali manifestazioni parapolitiche imperniate sul gusto del ribaltamento e il senso dell’assurdo, ora moralizza il paese grazie al suo imprimatur di cattoprogressista che va a messa dai gesuiti dell’Upper East Side; se Jon Stewart aveva diffuso il monologo rauco che scarnifica le ipocrisie dei potenti e offre le loro frattaglie sanguinanti al pubblico, i suoi successori hanno elevato il suo stile a norma generale. Fallon è venuto meno al ruolo che, a sua insaputa, era stato creato per lui e per tutti i protagonisti del settore, quello dell’anglosassone “cane da guardia” o del più latino cronista con la schiena dritta che non può non fare domande scomode. “Ma io sono soltanto un comico” non è un’obiezione valida, ché il comico nell’America di oggi è un telepredicatore sotto mentite spoglie.

 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi