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Perché nell’agenda di May non c’è ancora un vero piano per la Brexit

Durante il pranzo a Villa Pamphilj, Renzi ha riformulato la stessa richiesta: diteci in modo chiaro come volete procedere con la Brexit. Ma Theresa non vuole dare dettagli sull'uscita del Regno Unito, nemmeno a Renzi. I dispetti dell’Ue ostaggio di Londra.

27 Luglio 2016 alle 20:15

Perché nell’agenda di May non c’è ancora un vero piano per la Brexit

Theresa May e Matteo Renzi a Roma (foto LaPresse)

Roma. Theresa May non vuole proprio dire che cosa ha in mente sulla Brexit, forse non lo sa neppure lei, certo non ne parla con i colleghi dell’Ue: non l’ha fatto la settimana scorsa con la cancelliera tedesca, Angela Merkel, con il presidente francese, François Hollande, e non l’ha fatto nemmeno ieri a Roma con il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. L’Europa è appesa alla decisione del premier britannico, s’illude ancora di riuscire a condizionarla, ma tappa dopo tappa di questo tour s’accorge di dover soltanto attendere, e si spazientisce: ieri la Commissione europea ha nominato Michel Barnier come commissario per la Brexit e la decisione è stata vissuta a Londra come una dichiarazione di guerra: francese, ex commissario per il Mercato unico, Barnier è considerato ostile al Regno Unito e alla City (il suo istinto gollista, ha scritto il Financial Times, lo rese dopo la crisi del 2008 “la nemesi del ministero del Tesoro britannico”). Si procede così insomma, tra dispetti e abbracci, e la strada per la Brexit appare ogni giorno politicamente più accidentata.

 

Durante il pranzo a Villa Pamphilj, Renzi ha riformulato la stessa richiesta: diteci in modo chiaro come volete procedere con la Brexit. L’incertezza è il male più temuto in questo momento, per i mercati e per la politica, e questo tentennamento fa pensare che ancora una volta il gioco di potere interno al Regno Unito – tra i falchi della Brexit e le colombe, di cui in teoria fa parte anche la May – rischi di bloccare qualsivoglia reazione europea alla gestione dell’uscita del Regno Unito.

 

Nemmeno l’Europa ha un piano da offrire, naturalmente, ma più passa il tempo più si corre il rischio che la Brexit diventi un esempio mortale per il resto del continente. May s’ostina a non fornire dettagli, come ha mostrato ancora ieri nell’accaldata conferenza stampa nel parco di Villa Pamphilj –  sfondo Cupolone, giornalisti e delegazioni nervosi e sudati, bottigliette d’acqua che andavano a ruba, lo staff di Theresa preoccupato, preparatele un bicchiere d’acqua fresca per ogni evenienza, eppure lei non ha fatto una piega, nonostante non fosse per nulla agghindata per una giornata estiva: “Non mi sentirete mai lamentarmi del sole dell’Italia”, ha detto prima di chiudere l’incontro con i giornalisti, unico barlume di umanità mostrato in pubblico. May conferma l’etichetta di “misteriosa” che le hanno appiccicato addosso i reporter inglesi, e la sventola come se fosse una garanzia: fidatevi della mia serietà, anche se non la comprendete.

 

La politica interna del Regno Unito continua così a tenere in ostaggio il resto dell’Europa. Renzi non fa parte di quel gruppo di leader e commentatori che si augura un nuovo referendum o quantomeno la possibilità di far finta di niente: la Brexit ci sarà, ha detto il presidente del Consiglio, e non potrebbe essere altrimenti perché il rovesciamento di una decisione popolare va contro il principio di democrazia (sulla parola democrazia, la May ha annuito con enfasi). E’ importante però sapere come sarà, questa Brexit, se la pretesa britannica di partecipare al mercato unico con un’esenzione di qualche tipo sulla circolazione delle persone ha una possibilità di riuscita o se ci sarebbe a quel punto un muro da parte dell’Ue. Gli interpreti di May sostengono che l’ipotesi di uscire del tutto (e in fretta) dal mercato unico – era la via invocata dai più liberali del fronte del “leave” – sia sfumata, ma che sulla questione immigrazione sia in corso un secondo tempo del regolamento di conti nel Partito conservatore. A osservare l’entourage di May ieri a Villa Pamphilj – riconoscibile perché le signore avevano scelto tutte sfumature di rosso, un po’ ereditato dal predecessore Cameron, un po’ “leave”, e poi la fedelissima, aggueritissima Fiona Hill – appariva chiaro che la transizione di potere è ancora in corso, e che questo ha un effetto sui tempi del negoziato con l’Europa: finché il premier inglese non sistema le questioni di casa, difficilmente sistemerà quelle con l’Europa.

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