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L’Europa che si è persa le frontiere

L’immigrazione, la Brexit e la tesi onirica della dismissione dei confini

25 Giugno 2016 alle 06:18

L’Europa che si è persa le frontiere

foto LaPresse

Pesa l’irrazionalità nelle urne? Sì, certo, da qualche secolo. Il Regno Unito da domani riuscirà a sigillare i propri confini e a governare l’immigrazione spingendo un bottone? No, certo, non sarà la prossima uscita dall’Unione europea a fermare i flussi di persone in arrivo verso Londra. Detto tutto ciò, se è vero che il dibattito sull’immigrazione ha pesato eccome sul risultato del referendum di giovedì – in cui i voti per il “leave” hanno superato quelli per il “remain” – una ragione c’è e non riguarda soltanto gli inglesi.

 

Esistono tante motivazioni incomprensibili e sbagliate dietro la rivolta delle masse della cosiddetta “Little England”, dietro le tesi ammalianti di quelli che vengono bollati come “populisti”. La globalizzazione, per esempio, non prevede freni d’emergenza, e se anche ci fossero sarebbe meglio non utilizzarli: il Regno Unito, già nel suo antico formato imperiale, ha dimostrato quanta ricchezza possa essere generata solo grazie al collegamento di mercati, produttori e consumatori. Tuttavia non sarebbe sbagliato, di tanto in tanto, interrogarsi su cosa non vada della speculare “rivolta delle élite”, cioè su una serie di convinzioni che l’establishment europeo,a partire da quello nato e pasciuto a Bruxelles, ha tentato di imporre alla “Little England” e a tanti altri. Un caso di scuola è la costruzione onirica di una Europa che possa di fatto fare a meno dei confini esterni. E’ tutt’altro che da reazionari, per esempio, sostenere che una piena libertà di circolazione all’interno dell’Unione europea necessita di un governo rigoroso delle frontiere esterne che abbiamo in comune. Il Regno Unito questa convinzione l’ha sempre mantenuta, un po’ a tutti i livelli, tanto che Londra è sempre rimasta fuori dallo spazio Schengen. Ciò detto, sulla scorta delle crisi divampate ai confini esterni dell’Unione europea, insomma alla prima occasione in cui si è manifestata una pressione migratoria consistente e concentrata nel tempo, i vertici istituzionali dell’Ue hanno fatto capire di voler applicare il solito mix di trovate burocratiche e scaricabarile.

 

La leadership intellettuale e spirituale non è stata da meno: “Un posto per tutti”, titolava l’Osservatore Romano due giorni fa, sintetizzando le parole di Papa Francesco. Eppure abdicare al controllo dei confini, cioè all’esercizio della sovranità che è proprio di ogni entità politica propriamente detta, non può non creare sconcerto, insicurezza, irritazione e rigetto in ampie fette della popolazione. Il senso comune, in questo caso, è tutt’altro che da biasimare: un’immigrazione ben gestita ha, tra le precondizioni, un processo minimamente efficace e credibile di integrazione dei nuovi arrivati. Lo dice la stessa esperienza dei paesi contemporanei che accolgono immigrati con maggiore successo, vedi per esempio gli Stati Uniti e l’Australia. Il nuovo motto “fiat accoglienza, pereat mundus” è fallimentare, prim’ancora che impopolare.

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