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Aleppo, l’America tratta a nome di chi?

Washington vuole negoziare in Siria ma senza sporcarsi le mani

4 Maggio 2016 alle 19:44

Aleppo, l’America tratta a nome di chi?

Un bombardamento aereo ad Aleppo (foto LaPresse)

Anche ieri ci sono stati decine di morti per i combattimenti e i bombardamenti nella città di Aleppo e anche ieri si è parlato di una tregua tra le parti, raggiunta da americani e russi. I titoli delle agenzie dicono proprio così: Mosca e Washington hanno trattato per il prolungamento della tregua ad Aleppo e mentre si capisce che i russi trattano perché sono legati al regime di Assad e le loro parole hanno influenza non si capisce a che titolo trattano gli americani. L’Amministrazione Obama non ha alcun controllo su quello che accade sul campo in Siria, per sua scelta deliberata (“don’t do stupid things”, è la linea del presidente Barack Obama), che vuol dire: non immischiarti in quell’orrendo problema che è la Siria). Non si capisce quindi come il segretario di stato Kerry possa sperare di sedersi a un tavolo di negoziato ed essere ascoltato. L’America al massimo ha in mano qualche leva su paesi alleati che invece in Siria sono intervenuti, come la Turchia e l’Arabia Saudita, e poco più. E’ vero, Washington ha mandato forze speciali a combattere nell’est del paese, ma quella è una guerra contro lo Stato islamico in una terra di nessuno abbandonata dal regime ormai anni fa. Ad Aleppo lo Stato islamico non c’è (è più a est, in una parte della provincia, non in città). Ci sono invece tutti i gruppi dell’opposizione siriana, da quelli che hanno passato il test di affidabilità della Cia a quelli che appoggiano in pubblico al Qaida.

 

Che fare dunque? E’ chiaro che reiterare lo schema corrente “tregua – tregua che fallisce – carneficina di civili – tregua, etc.” non funziona. E’ un ciclo autodistruttivo che produce vittime civili. La Russia in qualche modo si è guadagnata un posto ai negoziati, tenendo in piedi Assad tra le macerie del suo paese. L’America non offre nulla. Vorremmo sbagliarci, ma proseguendo in questa direzione ci aspettano: un’altra tregua breve, un numero imprecisato di stragi di civili, un’ondata di profughi, un probabile assedio di Aleppo con annessa crisi umanitaria. Le tregue funzionano quando i due interlocutori che si parlano hanno il potere di interrompere i combattimenti. Per ora così non è. E peggio del non far nulla, c’è il pretendere di stare facendo qualcosa.

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