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Putin tra assedio reale e percepito, così si spiega la politica di Mosca

Il presidente Putin ha risposto ieri per ore alle domande rivoltegli dal pubblico televisivo. Una trasmissione che ha costituito un’importante occasione anche per noi, perché ci ha consentito di misurare tutta la distanza che esiste attualmente tra le percezioni di Mosca e quelle che prevalgono qui.

15 Aprile 2016 alle 10:03

Putin tra assedio reale e percepito, così si spiega la politica di Mosca

Foto LaPresse

Il presidente Putin ha risposto ieri per ore alle domande rivoltegli da un vasto pubblico televisivo. Per quanto si tratti di un appuntamento ormai rituale, non deve sfuggire il fatto che questa volta la diretta con il capo del Cremlino nascondesse insidie più elevate che in passato. Il leader russo ha infatti lasciato aperti i microfoni in un momento di particolare debolezza, stanti le difficoltà economiche in cui si dibatte la Federazione e la grande delicatezza del momento politico internazionale che la vede protagonista. Questa trasmissione ha inoltre costituito un’importante occasione anche per noi, perché ci ha consentito di misurare tutta la distanza che esiste attualmente tra le percezioni di Mosca e quelle che prevalgono qui. Rispondendo ai suoi concittadini, Putin ha quindi parlato anche a noi. E’ risultato evidente ancora una volta che vediamo il mondo con occhi diversi. Mentre la narrativa prevalente in occidente dipinge l’attuale leadership russa come dedita alla realizzazione di un disegno di restaurazione imperiale, la Russia si sente infatti attaccata da molteplici direzioni. E non senza qualche ragione.

 

Il suo tentativo di riconciliazione con i vincitori della Guerra fredda è stato ricompensato da un doppio allargamento che ha portato Nato e Unione europea a poche centinaia di chilometri dalla propria capitale. Putin si sarà anche annesso la Crimea, ma nel 2014 ha perso il controllo di quasi tutta l’Ucraina e con questo anche la speranza di costruire con la Germania quella partnership strategica sulla quale contava per porre davvero in discussione gli attuali equilibri globali. Altro che riconquista del Baltico. A un certo punto, il leader del Cremlino ha persino creduto che gli si stesse preparando una Majdan a Mosca, magari con l’aiuto di qualche interessato complice locale. E forse lo teme ancora, come lascia pensare la recente creazione di una Guardia Nazionale posta direttamente agli ordini della sua amministrazione presidenziale.

 



 

Se non partiamo da questo punto, poco si può capire dell’attuale condotta della Russia, che sta muovendosi nella prospettiva della limitazione del danno, puntando alla ricucitura dei rapporti con l’Europa. Lo si è visto anche in occasione dell’intervento in Siria, che è servito non solo a puntellare un alleato sul punto di essere sconfitto, ma altresì a rimodellare l’immagine di Mosca, che ai disorientati europei vuole ora mostrarsi nelle vesti della potenza che agisce per la stabilità, in ciò contrapponendosi a un’America quasi rassegnata alla prospettiva del caos diffuso. Di quell’azione russa ha peraltro approfittato anche Obama che tuttora tuona contro Assad ma è stato ben felice che qualcuno ne abbia impedito il rovinoso crollo, permettendo alla Casa Bianca di continuare a coltivare il sogno di un medio oriente tenuto in equilibrio dal bilanciamento reciproco di Arabia Saudita, Iran e Turchia senza alcun apporto statunitense.

 

Dalla prospettiva di Washington, però, è necessario che la Russia rimanga comunque sotto pressione. Di qui, ed è storia di questi giorni, l’attacco sferrato contro il Cremlino tramite la pubblicazione dei Panama papers, a quanto pare trafugati con un’operazione illegale che sarebbe stata finanziata anche dalla Open Society Foundation di George Soros, grande ammiratore del modello ottomano. Allo stesso contesto vanno probabilmente ricondotti anche i bagliori di guerra registratisi in Nagorno-Karabakh, dove gli azeri, alleati dei turchi, hanno tentato un colpo di mano contro gli armeni, amici di Mosca, subito dopo un incontro tra John Kerry e Ilham Aliyev. Che tutto questo sia il frutto di una regia ben precisa è forse una fantasia dei complottisti. Anzi, lo è sicuramente. Ma basta poco a ravvivare la sindrome dell’aggressione esterna nella testa di un paese che è stato invaso da occidente almeno tre volte negli ultimi duecento anni.

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