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Non solo Riad. Così prende piede il nuovo soft power dei regimi autoritari

I nuovi strumenti di Cina, Russia, Iran e Arabia Saudita per influenzare l’opinione pubblica occidentale: i media, l’istruzione e l’economia. Un’offensiva.

27 Aprile 2016 alle 14:54

Non solo Riad. Così prende piede il nuovo soft power dei regimi autoritari

Il presidente cinese Xi Jinping (foto LaPresse)

Per circa vent’anni la democrazia liberale è stata un dogma universale, scolpito tanto nei popoli, nelle élite, nell’organizzazione dei poteri sovranazionali quanto nelle azioni sullo scacchiere geopolitico. Negli ultimi dieci anni, invece, per molteplici fattori il rapporto tra democrazia e autoritarismo sembra aver subìto una netta inversione di tendenza a danno della prima. Storicamente la scelta dell’occidente è stata, fin dalla Guerra fredda, quella d’integrare i regimi non democratici nell’ordine liberale internazionale perché, per i leader democratici, il dialogo paziente con gli autoritarismi avrebbe comportato vantaggi reciproci. Tuttavia, pur essendo insediate nell’ordine capitalistico globale e nelle sue strutture istituzionali, le potenze autoritarie come Cina, Russia, Iran e Arabia Saudita non hanno prodotto svolte democratiche, ma al contrario hanno sviluppato politiche e pratiche per contrastare l’avanzata democratica tanto internamente quanto nelle proprie sfere d’influenza.

 

Oggi le autocrazie stanno proiettando operazioni di potere fuori dai propri confini impegnandosi nella confutazione politica dell’universalismo democratico, puntando efficacemente su strumenti di soft power, come i media, l’istruzione e l’economia, capaci d’influenzare l’opinione pubblica occidentale. Tuttavia, il palcoscenico in cui i poteri autoritari sono maggiormente protagonisti è quello geopolitico. Di queste ore è la notizia che l’Arabia Saudita, nel tentativo dichiarato di slegarsi dal petrolio nei prossimi decenni, punta a costruire il più grande fondo sovrano del pianeta, oltre a vendere il 5 per cento della compagnia petrolifera Aramco. Il mercato al servizio di un regime autoritario.

 

La stessa Arabia Saudita ha intrapreso una campagna di bombardamenti in Yemen nello sforzo di sfidare il rivale Iran in un’area che sconta un vuoto di potere. La Cina sta estendendo la propria influenza militare nel mar Cinese meridionale, mentre la Russia sembra aver avviato una vera e propria politica di potenza: negli ultimi diciotto mesi ha annesso la Crimea invadendo l’Ucraina, e intrapreso azioni militari significative sul fronte medio-orientale. I bombardamenti russi in Siria del 2015 hanno colto l’occidente in contropiede, come è stato nel 2014 con il blitz ucraino. L’Iran, nel frattempo, ha moltiplicato i propri interventi militari in Afghanistan, Iraq, Libano e Siria.

 

La determinazione nell’uso del potere militare da parte di questi regimi illiberali è il segno di un cambiamento nell’equilibrio di poteri sulla scena internazionale, tuttavia è l’utilizzo degli strumenti di soft power contro le democrazie occidentali a costituire l’aspetto più significativo e raffinato del nuovo autoritarismo. Per soft power, come sottolinea lo studioso Joseph Nye, s’intende la capacità di uno stato di attrarre politicamente altri stati attraverso la diffusione di politiche e valori stabiliti da quel paese. Il soft power è lo strumento attraverso cui i nuovi autoritarismi guidano l’assalto, in termini generali, alla democrazia e ai suoi princìpi.

 

Come sottolinea il docente americano Larry Diamond in “Authoritarianism goes global?”, c’è una cassetta degli attrezzi delle potenze non democratiche, fatta di investimenti, aiuti, media nuovi e tradizionali, organizzazioni non governative attraverso cui questo processo si forma e determina. Uno strumento particolarmente efficace sembra essere quello di organizzazioni non governative filo-regimi autoritari che contrastano la versione delle ong occidentali nel monitoraggio elettorale e del rispetto dei diritti umani attraverso operazioni di contro-propaganda. Quella degli aiuti alle nazioni amiche e degli investimenti è una strategia particolarmente affinata dai cinesi che molto hanno investito su think tank, università, rapporti con istituzioni occidentali e internazionali per trasmettere l’immagine di un regime pulito, capace di incrementare gli standard di trasparenza e accountability.

 

Inoltre, gli autoritarismi hanno imparato a parlare la lingua globale dei media nuovi e tradizionali. Da un lato c’è l’allargamento dei social network a fasce sempre più estese della popolazione accompagnato da una censura costante di profili, blog e giornali, mescolato con propaganda governativa attraverso quegli stessi strumenti, dall’altro c’è il rafforzamento delle televisioni su scala globale. La tv cinese Cctv e quella russa Rt hanno moltiplicato le proprie basi occidentali e ampliato le lingue in cui i propri canali televisivi vengono trasmessi. Al contrario di quanto si possa credere su queste frequenze non va in onda alcuna mitizzazione dei regimi illiberali che mai sarebbe accettabile dal pubblico occidentale, quanto approfondimenti sulla corruzione di tutti i regimi politici, e in particolare delle democrazie liberali, e l’esaltazione dei valori nazionali tradizionali come elemento di stabilità politica. Non potendo parlare bene di se stessi all’estero per le pressioni del mondo occidentale, i nuovi regimi contrattaccano via parabola l’ordine politico occidentale.

 

Di fianco alle iniziative culturali e mediatiche c’è l’indebolimento delle istituzioni dell’ordine liberale internazionale perché i nuovi autoritarismi lavorano trasversalmente insieme nelle stanze dell’Onu, dell’Osce e di altri organismi, con il fine di neutralizzare la cultura dei diritti umani e l’avanzamento del verbo liberal-democratico. Al tempo stesso, i regimi non democratici stanno rafforzando le proprie organizzazioni che promuovono delle “authoritarian-friendly norms” come la Shanghai Cooperation Organization e la Eurasian Economic Union.

 

In un tempo relativamente breve i nuovi autoritarismi hanno forgiato una formidabile infrastruttura per sfidare le democrazie e i loro valori e hanno avviato una reale concorrenza di potere “normativo” rispetto ai paesi occidentali. Come osserva il politologo statunitense Alexander Cooley, i regimi non democratici stanno spostando il focus dai diritti umani, consunto slogan del liberalismo internazionale degli ultimi anni, a temi loro più congeniali come quelli di sovranità statale, pluralismo delle civiltà e difesa dei valori tradizionali in contrapposizione ai princìpi delle democrazie liberali.

 

Da ultimo, Cina, Russia e Iran sono diventati maggiormente internazionalisti non solo sul piano militare, ma soprattutto sul piano istituzionale e mediatico. L’utilizzo degli strumenti di soft power resta oggi l’aspetto più interessante, e allo stesso tempo più preoccupante, del nuovo rapporto tra autoritarismi, capitalismo e democrazie liberali. La sfida al pluralismo e alle libertà individuali è diventata più efficace e subdola, complice anche la debolezza strutturale delle democrazie occidentali nell’organizzare il proprio consenso domestico e le proprie strategie militari esterne. Alla competizione del capitalismo autoritario le democrazie occidentali dovranno rispondere attraverso soluzioni economiche e politiche capaci di ordinare una nuova governance mondiale, ma anche flettendo i propri muscoli laddove ve ne è bisogno perché, prendendo a prestito un’espressione di Samuel Huntington, le democrazie occidentali tendono a dimenticarsi della propria superiorità militare, mentre i non occidentali, e le grandi autocrazie in particolare, non lo fanno mai. E così continuano a costruire la propria strategia di attacco a ciò che resta del potere dell’occidente.

 

Lorenzo Castellani è direttore scientifico della Fondazione Luigi Einaudi

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