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“Separando teologico e politico, l’Europa è cieca all’islam”. Parla il grande intellettuale Birnbaum

La sinistra ha costruito uno sradicamento della fantasia religiosa. La religione è vista come una mera illusione, destinata a essere dissipata dal progresso. Questo discorso mira a prevenire la confusione tra islam e jihadismo. Il direttore del Monde des Livres, la sezione letteraria del primo quotidiano francese, svela le ipocrisie di quella sinistra che confonde chador e perizoma.

12 Aprile 2016 alle 10:07

“Separando teologico e politico, l’Europa è cieca all’islam”. Parla il grande intellettuale Birnbaum

Fotoi LaPresse

Roma. Studente modello iscritto a una scuola cattolica di Bruxelles, adolescenza serena e pasciuta con un fratello eroe nazionale dello sport belga. Era questo Najim Laachraoui, il terrorista che ha assemblato le bombe degli attentati e che si è fatto saltare in aria all’aeroporto di Zaventem. Una delle tante storie che inficiano la doxa di tanta sinistra, secondo cui il terrorismo è figlio dell’emarginazione del lumpenproletariat musulmano. Dovevano bastare i profili dei diciannove kamikaze dell’11 settembre, che provenivano tutti da rinomate famiglie mediorientali (Mohammed Atta non ha conosciuto un giorno di miseria in vita sua). Chi, proprio a sinistra, non ci ha mai creduto è Jean Birnbaum, intellettuale della gauche, direttore del Monde des Livres, la sezione letteraria del primo quotidiano francese, e autore del libro “Un silence religieux” (Seuil). “E’ una cecità ostinata che segna il rapporto tra la sinistra e la questione religiosa”, dice Birnbaum al Foglio.

 


Jean Birnbaum


 

“La sinistra ha costruito uno sradicamento della fantasia religiosa. L’emancipazione sociale era inevitabilmente l’emancipazione in materia di credo religioso. La religione è vista come una mera illusione, destinata a essere dissipata dal progresso. La sinistra è sempre stata l’‘avanguardia’ nella negazione. A Parigi nel 2015 degli uomini hanno seminato il terrore nel nome di Allah e la prima reazione del presidente Hollande, ma anche di molti intellettuali, è stata quella di annunciare: non ha nulla a che fare con l’islam! Questo discorso mira a prevenire la confusione tra islam e jihadismo. Ma per me, riflette qualcosa di più profondo: il fallimento nel nominare la religione. Dopo secoli di secolarizzazione, abbiamo dimenticato quello che il filosofo Michel Foucault ha descritto nella sua corrispondenza in Iran nel 1978 per il Corriere della Sera: l’enorme potere della ‘spiritualità politica’”.

 

Siamo dunque fermi a Karl Marx e all’“oppio dei popoli”? “Se la sinistra rileggesse Marx vedrebbe che prendeva molto sul serio la religione, lui. Questa domanda è all’origine stessa del suo viaggio politico e filosofico. Quindi un paradosso: lo spettro che non smette di tormentare la sinistra, Marx, era egli stesso infestato dai fantasmi della religione. Molte persone di sinistra sembrano aver imparato da Marx formule spesso fraintese: la religione come il ‘sospiro della creatura oppressa’. Pertanto, nella fantasia di sinistra, il pensiero tende a essere equiparato a una creatura oppressa. Questo pregiudizio ha conseguenze dirette su come affrontare il jihadismo: alle origini del destino terrorista, ci sarebbero necessariamente frustrazione sociale e povertà intellettuale. Ma questa immagine è stata più volte smentita dai fatti. I giovani che si uniscono alla lotta jihadista non sono poveri e ignoranti. Tra questi, ci sono figli dei ricchi e molto istruiti. Ciò che unisce i jihadisti a Parigi, Aleppo, Bruxelles e Nairobi, non è una origine sociale, è un potere religioso, la stessa aspettativa messianica, una comunità di gesti e testi”.

 

Cos’è il “silenzio religioso” del titolo del suo libro? “Sono rimasto colpito dal silenzio delle manifestazioni che seguirono gli attacchi jihadisti in Francia – dice Birnbaum – Questo silenzio è stato due volte religioso. In primo luogo, perché ha preso in prestito il fervore. Poi perché ha segnalato una massiccia negazione della religione. Nessuno ha trovato ancora le parole per nominare la minaccia”.

 

Di ieri la notizia che la “voce dell’Isis”, un francese convertito all’islam di nome Fabien Clain, che ha rivendicato gli attentati, è ripassato per la Francia dopo il massacro di Charlie Hebdo. Cosa ci dicono le storie di questi convertiti, i figli perduti dell’occidente? “Il fenomeno dei convertiti è fondamentale perché è dinamite su tutti i vecchi schemi di riferimento che alcuni stanno cercando di applicare al jihadismo”, continua al Foglio Jean Birnbaum, che cura la sezione letteraria del Monde. “Su questo, ci sono due illusioni complementari. La sinistra vede i jihadisti come poveri, come abbiamo già detto. La destra li confonde con gli immigrati. Ma l’essenza della religione è quella di essere senza paese o confini. Il jihadismo è una causa la cui influenza è così potente che può inghiottire un giovane cresciuto nella campagna francese o uno studente brillante che proviene da una famiglia cristiana. E’ il potere della magnetizzazione globale del jihadismo. Quando i politici e gli intellettuali martellano senza sosta sul fatto che gli attacchi non hanno ‘nulla a che fare’ con l’islam, il loro discorso è a doppio taglio: pugnalano alle spalle tutti i musulmani che combattono all’interno della loro tradizione per cercare di sottrarsi ai fanatici.

 


Hollande e Manuel Valls, Parigi, tributo alle vittime dell'attacco terroristico (foto LaPresse)


 

Nel libro cito un passo di Jacques Derrida che dice in sostanza questo: l’Europa è riuscita a separare il teologico e il politico, così che deve reinventarsi un nuovo modo di articolare. Se vi è un modo per restringere il terreno su cui il jihadismo prospera è indubbiamente una riarticolazione tra movimento sociale, slancio politico e un po’ di memoria teologica dell’occidente”. Da ultima, a sinistra, è esplosa la polemica sul velo fra ministri, stilisti e filosofi. “Il problema, ancora una volta, sta nella difficoltà a prendere sul serio la religione”, conclude Birnbaum. “Sono due scogli simmetrici: si riduce il velo a un puro segno di sottomissione o lo si rende un segno che non significa nulla. Qui è in discussione il nostro rapporto con il simbolico che abbiamo perso. Non c’è niente di più reale, e a volte più violento, del simbolico. La gente dice: ma perché siamo disturbati dal velo, quando non siamo scioccati dal perizoma? Come se non ci fosse differenza tra una mutandina seducente e un simbolo religioso che impegna ogni rapporto con il mondo, il corpo, la vita”.

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