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Sull’inevitabilità di Guantanamo

Gli americani hanno un prigioniero di Is e non sanno dove metterlo

3 Marzo 2016 alle 06:27

Sull’inevitabilità di Guantanamo

Il carcere di Guantanamo (foto LaPresse)

Le Forze speciali americane hanno catturato un leader importante dello Stato islamico in Iraq e ora sono indecise su che farsene. Succede, quando il tuo presidente ha appena annunciato (per l’ennesima volta) l’intenzione di chiudere il centro di detenzione di Guantanamo, e quando il trauma di Abu Ghraib non è mai stato superato. Mai più, ha detto Obama in riferimento a entrambi i casi, ma ora che la guerra allo Stato islamico si intensifica, e l’America è stata costretta a mandare in Iraq 200 membri soprattutto  delle Delta Force, il contingente più numeroso dal ritiro del 2011, perché i bombardamenti non bastano, è inevitabile che ci siano dei prigionieri, e l’Amministrazione non ha una strategia per gestirli.

 

Ci sono stati altri miliziani di Is catturati prima, ha scritto il New York Times che ha fatto lo scoop, ma mai importanti come quest’ultimo. Gli americani hanno iniziato a interrogarlo in una struttura temporanea a Erbil, sono convinti che abbia informazioni preziose, ma si è già aperto il buco nero legale: come giustificare formalmente la sua detenzione? In che prigione chiuderlo, per quanto tempo, con quali presupposti? In un caso simile, quello della moglie del baghdadista Abu Sayyaf, catturata nel raid che uccise il marito, le autorità americane hanno tenuto prigioniera la donna per alcuni mesi, per poi affidarla ai curdi e, dopo aver raccolto le prove, emettere un mandato d’arresto con tutti i crismi. Si pensa a un meccanismo simile anche per l’ultimo arrestato: lasciarlo a curdi o iracheni, almeno per un po’ – con tutti i problemi di sicurezza e di rispetto dei diritti umani che la scelta comporta. A questo punto non converrebbe tenere aperto Guantanamo?

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