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Chi è García Linera, il Richelieu di La Paz che vuole prendere il posto di Morales

Dopo che il leader indio ha perso il referendum per un nuovo mandato al potere, il suo potentissimo vice è pronto a prenderne il posto. Ecco il comunista che sa conquistare i cuori dei latifondisti

26 Febbraio 2016 alle 15:24

Chi è García Linera, il Richelieu di La Paz che vuole prendere il posto di Morales

Álvaro García Linera

Buenos Aires. Cita Antonio Gramsci a memoria, è politicamente molto più radicale di Evo Morales ed è il regista del governo boliviano di questi anni. Sta facendo di tutto per saltare fuori dal buco del suggeritore e candidarsi finalmente alla presidenza della Bolivia nel 2019. Álvaro García Linera, bianco, sociologo formato alla Unam di Città del Messico, ha 53 anni ed è il numero 2 a la Paz.

 

Evo Morales, nella rivoluzione indigenista che ha profondamente trasformato la Bolivia, ci metteva la faccia da indio e il carisma del leader sindacale, ma è stato sempre Álvaro García Linera a dettare la linea negli ultimi nove anni.

 

Ora che Morales ha perso il referendum con cui sperava di poter cambiare la Costituzione per potersi candidare ancora (il primo mandato l'ha ottenuto nel 2006, da allora ha sempre vinto, fino a domenica scorsa) dovrà mollare il palazzo presidenziale e il suo vice vuol essere il candidato del Movimento al socialismo (Mas) al suo posto. La coppia scoppia. García Linera per Evo è stato molto più che un vice. E' il suo alter ego, la sua metà politica.

 

E' comunistissimo, ma molto duttile. E' un abile mediatore. E' stato lui a convincere Morales che, per governare senza sussulti, è necessario trattare con i nemici. Cedere, concedere, non irrigidirsi. Ha avuto carta bianca e si è seduto a dialogare con tutti. E' andato a cercare un accordo con i radicalissimi minatori di Potosí, in marcia su la Paz con candelotti di dinamite in mano, e con gli ustascia croati trapiantati nei latifondi di Santa Cruz che vogliono la secessione dell'est boliviano. Con i gruppi armati indigeni che a mesi alterni accusano Morales di "svendere la patria aymara" e con i governatori orientali che si rifiutano di stringere la mano al presidente indio perché, dicono, "noi non siamo Tarzan e non parliamo con le scimmie". Ha trattato anche con i nostalgici del Terzo Reich scappati a Santa Cruz alla fine della Seconda guerra mondiale. E' riuscito a fare breccia e a ottenere consensi anche nelle terre, politicamente per lui assai ostili, della "mezzaluna fertile" boliviana, che sognano la secessione per diventare un minuscolo Kuwait bianco e ricchissimo, senza tasse e senza indigeni al governo.

 

I leader politici di Santa Cruz, capitale della mezzaluna fertile, sono apertamente razzisti e sono tradizionalmente sostenuti dalla stragrande maggioranza della popolazione orientale, per lo più meticcia. Essere riuscito a guadagnare terreno, a rosicchiare voti per il Mas, in quell'area del paese, è stato un miracolo politico compiuto da García Linera.

 

E’ stato lui ad aver accolto molte delle richieste della destra durante la riscrittura della Costituzione della Bolivia: riconoscimento di ampia autonomia amministrativa ai dipartimenti e sostanziose concessioni economiche alle oligarchie locali. Dopo aver imposto la nazionalizzazione del gas, ha dato ai separatisti quello che desideravano sul piano economico: terra e quattrini.

 

La Bolivia è terra di latifondo e le oligarchie di Santa Cruz temono la riforma agraria molto più di quanto hanno temuto gli effetti della nazionalizzazione degli idrocarburi. Poche famiglie sono proprietarie di terre sconfinate, occupate illegalmente da decenni. Gli oppositori più radicali di Morales controllano con un forte radicamento territoriale i due terzi del paese, con il 42 per cento del prodotto interno lordo nazionale e l’85 per cento delle riserve di idrocarburi. Era impossibile per il governo del Mas non trattare con loro. Linera ha lasciato nicchie di privilegio economico ai padroni dell’est boliviano e ha mantenuto intatto l’obiettivo di dare diritto di cittadinanza reale agli indigeni, restituire loro per legge il diritto di vivere nella terra in cui sono nati. Un salto avanti di secoli.

 

[**Video_box_2**]García Linera è riuscito a mantenere in piedi un governo che, dei tanti socialisteggianti che hanno dominato la scena latinoamericana nell'ultimo decennio, è l'unico che si è preoccupato di produrre ricchezza prima di distribuirla.

 

La Bolivia ha toccato tassi di crescita superiori al 6 per cento. La Paz, storica debitrice del Fondo monetario internazionale, presta oggi denaro ai suoi vicini. Dieci anni fa i profitti dell'export del petrolio erano di 400 milioni di dollari, oggi sono di 6 miliardi. E' stato avviato un piano per lo sfruttamento del deserto di sale di Uyuni, ai piedi del vulcano Tunapa, con il suo tesoro sotterraneo di 10 milioni di tonnellate di litio, prezioso per l'industria tecnologica. Le imprese nazionalizzate – gas, petrolio, elettricità, telefoni (ex Telecom) – funzionano. Quel modello di governo, ispirato al comunitarismo indigeno delle antiche comunità aymara, qualsiasi cosa sia, si è rivelato abile, intelligente, molto pragmatico.

 

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