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Trump seppellisce tutti

Alle primarie del New Hampshire trionfa il frontrunner populista, mentre Sanders stravince contro Hillary. I repubblicani disperdono voti e Rubio finisce quinto. Se la notte non restituisce un vincitore morale, il perdente materiale è lui

10 Febbraio 2016 alle 08:39

Trump seppellisce tutti

Donald Trump (foto LaPresse)

Donald Trump ha vinto le primarie repubblicane del New Hampshire con oltre il 34 per cento dei voti. Le urne hanno confermato i sondaggi, che questa volta non sono andati fuori strada, com’era invece successo in Iowa. Vittoria a valanga, senza sbavature né margini d’interpretazione, con Trump che s’è ripreso la palma di frontrunner prendendo più del doppio dei voti del secondo classificato, John Kasich. E’ il ritorno in grande stile dopo il passo falso di Des Moines. Il discorso della vittoria è stato uguale a tutti gli altri discorsi di Trump, ma con più enfasi e più dati fasulli spacciati per fatti assodati, tipo la disoccupazione reale al 42 per cento.

 

 

Il piazzamento al secondo posto del governatore dell’Ohio non è una sorpresa, visto che ha corso su e giù per il New Hampshire come nessun altro. Nessuno aveva un “ground game” capillare come il suo, e martedì ai seggi non era difficile incontrare elettori repubblicani  – ma soprattutto indipendenti – che sostenevano Kasich con l’argomento del meno peggio. Il suo problema è che in questo momento non ha le risorse e la capacità organizzativa per ripetere l’operazione altrove. Si vedrà.

 

Staccati di alcuni punti seguono, in sostanziale situazione di pareggio, Ted Cruz e Jeb Bush. Il primo giocava fuori casa, il secondo ha speso una valanga di soldi per un risultato modesto. Marco Rubio è quinto, e ha superato appena la soglia del dieci per cento. Se la serata non restituisce sfolgoranti vincitori morali – a parte la dispersione del voto – il perdente materiale è chiarissimo: Rubio. Il risultato sopra le aspettative in Iowa aveva alimentato l’idea che potesse essere lui la voce moderata, per dire così, che poteva riunire sotto una candidatura credibile le anime del partito repubblicano stordite dai pugni antiestablishment di Trump e Cruz. L’idea è come minimo rimandata. Benché i precedenti siano fatti per essere superati, storicamente il candidato che ha ottenuto la nomination repubblicana ha sempre vinto almeno uno stato fra Iowa e New Hampshire.

 

Al ricevimento di Rubio per lo spoglio c’era il clima allegro che si respira allo stadio quando la squadra di casa è sotto di tre gol al Novantesimo, culmine di una settimana resa difficilissima dalle ripetizioni meccaniche di frasi fatte – Robot Rubio – e attacchi all’arma bianca di avversari che poco avevano da guadagnare e pochissimo hanno guadagnato. Lui ha ammesso l’errore: “Molti di voi questa sera sono delusi, e la colpa è mia. Quello che è successo al dibattito di sabato non succederà mai più”.

 

[**Video_box_2**]Una digressione a parte merita lo strano caso di Chris Christie, che a partire dal dibattito di sabato scorso ha fatto qualunque cosa per danneggiare Rubio. Una virulenza jersey-style del genere non si era ancora vista nel campo repubblicano, e molti si dicevano che era l’ultima, disperata chance per il pingue e squattrinato governatore di rientrare in corsa. Risposta sbagliata. Christie è finito al sesto posto, con un misero sette per cento, risultato che non gli permette nemmeno di partecipare al dibattito della South Carolina, ed è possibile che la sua campagna finisca qui. Dietro garanzia di anonimato, qualunque attivista della campagna di Rubio dice tranquillamente che Christie ha fatto la battaglia su mandato di Jeb, l’ex mentore tradito. Il campo repubblicano è attraversato da una serie di doloroso guerre per procura, cosa che aiuta innanzitutto il trionfatore di giornata, Trump.

 

Com’era previsto, Bernie Sanders ha vinto le primarie democratiche con oltre venti punti di distacco su Hillary. Nulla di strano, ma la vittoria non premia soltanto le idee rivoluzionarie di un candidato capace di agitare ma anche la disciplina fin qui impeccabile della sua campagna. Bernie non guida uno sgangherato pulmino di nostalgici del socialismo, ma una macchina politica che con precisione svedese fa sentire all’avversaria “the bern”. Un dato da tenere d’occhio è la tenuta di questi meccanismi organizzativi in stati dove il brooklynite trapiantato in Vermont è culturalmente e politicamente perduto, vedi la South Carolina, prossimo nella lista. Hillary ha accettato la sconfitta con eleganza e ha rilanciato la sua campagna con un messaggio d’intonazione progressista, con attacchi ai banchieri, ai finanziamenti elettorali sbrigliati, alla necessità di una riforma dell’educazione. Per schivare le mazzate di Bernie, Hillary si sposta a sinistra.

 

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