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Gli scricchiolii nell'impalcatura di Hillary

Le sfuriate eccessive di Bill e le voci di un rimpasto nello staff sono lo specchio della candidata tormentata dal passato. Ci si mette pure Bloomberg. La fonte dell’insoddisfazione è l’incapacità di trasmettere un messaggio positivo, che guarda avanti.

9 Febbraio 2016 alle 05:39

Gli scricchiolii nell'impalcatura di Hillary

Bill Clinton (foto LaPresse)

Mentre una preoccupata Hillary scatenava sulle nevi del New Hampshire tutta la forza propulsiva di Bill, promosso addirittura a castigatore del sessismo e delle disonestà di Bernie Sanders, il quotidiano Politico ha lanciato la notizia che il team della sua campagna elettorale sta collassando, la famiglia è furibonda e sta preparando un rimpasto, e sarà pianto e stridore di denti per i consiglieri che non consigliano a dovere. La fonte dell’insoddisfazione, spiega Politico, è l’incapacità di trasmettere un messaggio positivo, che guarda avanti, e mentre il manager Robbie Mook è un timoniere saldo e sarà ulteriormente responsabilizzato, al centro della tempesta c’è il capo dei sondaggisti, Joel Benenson, il quale a sua volta non è entusiasta dell’abitudine della famiglia di chiedere (e ascoltare) pareri, su materie di sua competenza, al solito crocchio di amici capitanato da Sidney Blumenthal, al quale Hillary si affida su qualunque argomento, da Bengasi al New Hampshire.

 

Da tempo si vocifera di una ristrutturazione. Dopo la vittoria al microscopio in Iowa era stato il New York Times a riportare le voci di un ampio taglio di teste, e anche prima dal quartier generale di Brooklyn era trapelata una certa insoddisfazione. Il problema è che tutte queste tribolazioni interne creano quel senso di déjà vù che è il terrore segreto di Hillary. Nel 2008 la cacciata in malo modo di Patti Solis Doyle, la manager della campagna che ai giornalisti diceva “quando io parlo è Hillary che parla”, aveva mostrato le crepe di un edificio elettorale che sembrava solido ma era costruito sull’argilla. David Axelrod, consigliere obamiano che nutre per la famiglia Clinton più o meno gli stessi sentimenti che Bernie prova per il board di Goldman Sachs, ha subito cinguettato una verità provocatoria: “Quando lo stesso identico problema cresce in campagne diverse, con staff diversi, a che punto i capi dicono ‘ehi, forse il problema siamo noi’?”.

 

[**Video_box_2**]La campagna di Hillary s’è gettata subito nella trincea, con il capo dell’organizzazione, il fedele John Podesta, che ha dettato tono e messaggio: “Non c’è nulla di vero in quello che state leggendo. E’ sbagliato. Hillary sostiene il suo team, punto”. L’antifona è stata passata immediatamente a tutti i network, che ordinatamente hanno riportato il messaggio. Nel frattempo, come se non bastasse, Mike Bloomberg ha confermato direttamente al Financial Times il suo interesse per la corsa presidenziale, sconfortato com’è dal livello di “banalità” esibito dai candidati fin qui. Con le sue posizioni liberal su ambiente, armi da fuoco e temi sociali, chi teme di più il risucchio di voti al centro è il partito democratico.

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