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Così proviamo a riparlare con l’Ue, ci dice un diplomatico di Israele

Parla Aviv Shir-on, vice degli Affari europei al ministero degli Esteri di Israele, che sta lavorando a un piano per riportare le relazioni tra israeliani e Unione europea di nuovo “back on track”. "Ci sono contraddizioni in quello che ascoltiamo dall’Europa e a volte gli israeliani sentono di avere un trattamento che non è equo o decente".

8 Febbraio 2016 alle 15:26

Così proviamo a riparlare con l’Ue, ci dice un diplomatico di Israele

Aviv Shir-on, vice degli Affari europei al ministero degli Esteri di Israele (foto LaPresse)

Gerusalemme. Cena a Gerusalemme con Aviv Shir-on, vice degli Affari europei al ministero degli Esteri di Israele, dalla finestra si vede la linea di confine del 1967 tagliare la collina (il ristorante è fuori dal confine). Il diplomatico lavora a un piano per riportare le relazioni tra israeliani e Unione europea di nuovo “back on track”. Perché, le relazioni con Bruxelles sono ora in un fosso? “Ci dovrebbe essere tra poco una telefonata tra Federica Mogherini, il capo della diplomazia europea, e il primo ministro Benjamin Netanyahu. Ci sono contraddizioni in quello che ascoltiamo dall’Europa e a volte gli israeliani sentono di avere un trattamento che non è equo o decente. Prendiamo la questione del labelling, dell’etichettare in modo diverso i prodotti che arrivano da fuori la linea della tregua nel 1967. L’Europa vuole negoziati diretti tra israeliani e palestinesi, continua a dire di volerli. Ma poi decide in anticipo qual è la linea di demarcazione territoriale”. La misura interessa una percentuale inferiore all’1 per cento delle esportazioni israeliane, ma “è la questione di principio. L’Europa ha già deciso la divisione del territorio e poi noi dovremmo negoziare direttamente con i palestinesi? Non sto dicendo che Israele non ha commesso errori o non commette errori, ma ci sono casi in cui il trattamento è unfair. Un altro esempio. La lotta al terrorismo. Israele ha un’esperienza lunghissima in questo campo. Abbiamo una misura di sicurezza che si chiama ‘detenzione amministrativa’ che consente di far fronte al fenomeno delle cosiddette ticking bomb. Cosa fai quando hai informazioni solide di intelligence sul fatto che ci sarà un attentato e sai chi è coinvolto ma non hai già in tuo possesso le prove che di regola giustificano un arresto e un processo? Noi possiamo detenere per un certo tempo un individuo a rischio. Riceviamo molte critiche per questo, ma in Francia è stato fatto lo stesso dopo l’attentato di Parigi. Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza e il Parlamento ha approvato l’estensione e tra i nuovi poteri c’è anche una forma di detenzione preventiva. E di nuovo: ora che c’è questa ondata di attacchi con i coltelli, la polizia israeliana risponde alle aggressioni sparando. Siamo stati criticati, ma cosa è successo in Francia quando un aggressore ha tentato di attaccare un commissariato a Parigi con un coltello? Gli hanno sparato e lo hanno ucciso prima che varcasse la porta”.

 

Il diplomatico cita, in questo lavoro di preparazione, anche una recente sessione di brain storming a Gerusalemme cui sono stati invitati ex ministri degli Esteri europei, l’olandese Uri Rosemberg e l’italiano Giulio Terzi (ministro del governo Monti tra il novembre 2011 e il marzo 2013). “Il fatto che stiamo facendo questo tipo di lavoro non vuol dire che non abbiamo relazioni ottime con molti singoli paesi europei. Ma quando si ha a che fare con l’insieme riunito a Bruxelles, allora tocca fare i conti con il minimo comune denominatore di tutti i governi, e non con i governi. A volte la sensazione è che non si conosca bene la realtà di qui. Ricordo quando ero ambasciatore in Europa e gli svizzeri presentarono a sorpresa e in pubblico la cosiddetta iniziativa di Ginevra, la proposta di pace tra israeliani e palestinesi, che allora era discussa con molta discrezione e non dai governi. Ero nell’ufficio del ministro degli Esteri svizzero (Micheline Calmy Rey) e chiesi: lei è mai stata a Gerusalemme? Rispose: you have a point, è un’osservazione giusta, non ci sono mai stata. C’è da dire che venne tre volte nel corso dell’anno successivo”.

 

[**Video_box_2**]E sulla lotta allo Stato islamico? “Non si vincono le guerre soltanto dall’aria. Non so chi metterà i boots on the gorund, per ora vedo che sono alleati locali molto coraggiosi come i curdi che combattono a terra, ma soltanto con gli aerei le guerre non si vincono. Sono preoccupato da quello che succede in Siria, perché questa guerra è anche un’occasione per i nemici di Israele, stanno aumentando la loro presenza: gli iraniani, i libanesi di Hezbollah. Israele ha sempre individuato i nemici in anticipo. Ricordo che quando bombardammo il reattore nucleare di Saddam Hussein nel 1981 in Iraq fummo criticati, ma quanti vennero da noi dieci anni dopo, durante la prima guerra del Golfo, a dirci nell’orecchio: ‘Grazie, senza di voi oggi avremmo un Saddam con l’arma atomica’. Abbiamo messo in guardia anche su Assad, quando tutti s’illudevano che fosse un riformista arabo, e invece sta ammazzando siriani. Come ha fatto prima suo padre. E’ come lui. Ricordo quando ci attaccarono a sorpresa nel 1973, ero carrista sul Golan, arrivavano centinaia di carri armati siriani, noi ne avevamo qualche decina, tenemmo la posizione in condizioni di svantaggio assoluto”.

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