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I test missilistici di Teheran

Condanna dell’Onu, richieste nuove sanzioni. Che si fa, Mr Obama?

17 Dicembre 2015 alle 06:27

I test missilistici di Teheran

Quando, il 10 ottobre scorso, l’Iran ha testato un missile balistico e i repubblicani americani hanno iniziato a ribadire che fidarsi degli ayatollah è un esercizio pericoloso quanto inutile, la reazione è stata pressoché unanime: siete i soliti detrattori del deal “storico” che ha sancito la fine dell’isolamento della Repubblica islamica d’Iran, e forse rosicate perché a siglare cotanto accordo è stato il presidente Barack Obama. Poi due giorni fa il panel degli esperti che si occupano di Iran all’Onu – l’accondiscendente Onu, custode del multilateralismo globale e delle azioni giuste – ha detto: quel test è in palese violazione della risoluzione 1929 del Consiglio di sicurezza, perché riguarda un missile, l’Emad, in grado di portare testate nucleari. Il Congresso ha subito chiesto nuove sanzioni per Teheran, mentre i diplomatici dell’Amministrazione Obama si precipitavano a precisare: l’accordo sul nucleare non è stato violato, quindi giù le mani dal nostro gioiellino di mediazione.

 

Certo, tecnicamente è così, ma come ha scritto Reuters, che per prima ha dato la notizia dell’esito dello studio del panel onusiano, “l’Amministrazione Obama si trova in una situazione complicata: l’Iran ha detto che qualsiasi nuova sanzione può compromettere l’intero accordo nucleare. Ma se Washington non chiede nuove sanzioni, finirebbe per essere considerata debole”. In effetti, con questo deal, il meccanismo è sempre stato questo: le provocazioni di Teheran passano sotto silenzio per non mettere in discussione un negoziato lunghissimo, e molti interlocutori della regione hanno l’impressione – c’è chi gongola e chi si spaventa – che gli Stati Uniti siano i partner deboli di questo matrimonio forzato.

 

[**Video_box_2**]L’Amministrazione Obama ripete sempre che tutto, nei rapporti con l’Iran, deve essere verificato, che con l’accordo parte un processo di conoscenza il cui esito resta incerto. Ma in questo momento l’America sta triangolando, malamente, sul terreno iracheno e siriano, tra le forze guidate da Teheran e quelle guidate dall’Arabia Saudita, ogni passo falso può risultare decisivo. Gli stati sunniti, con la regia di Riad, hanno annunciato la creazione di una forza composta da 34 paesi, che dovrebbe formare i “boots on the ground” della coalizione occidentale. L’Iran sostiene sul campo, e altrettanto nei negoziati diplomatici, le Guardie della rivoluzione, Hezbollah e il governo siriano di Assad, con la copertura politica e militare della Russia. I due schieramenti hanno tecniche e obiettivi inconciliabili, ma il lavorìo diplomatico americano cerca di trovare un terreno comune, ora e adesso, nella lotta allo Stato islamico, con Vladimir Putin e con gli ayatollah iraniani. Se Teheran inizia a testare missili che possono portare testate nucleari, la scommessa obamiana diventa difficile da vincere. Pericolosissima lo è da sempre.

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