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Perché senza i boots on the ground dell’occidente e della Russia non si può battere lo Stato islamico

Se i leader mondiali non vogliono impegnarsi in maniera unilaterale, condividere il peso di un’azione militare in una grande coalizione è l'unico modo per sconfiggere il Califfato, scrive Bloomberg View

19 Novembre 2015 alle 14:21

Perché senza i boots on the ground dell’occidente e della Russia non si può battere lo Stato islamico

I peshmerga curdi sono attualmente tra i pochi boots on the ground che l'occidente abbia contro lo Stato islamico (foto LaPresse)

“Il presidente francese François Hollande ha promesso una guerra ‘senza pietà’ allo Stato islamico dopo il massacro a Parigi di venerdì. Il presidente russo Vladimir Putin dice che la sua nazione vuole ‘trovare e punire i colpevoli’ che hanno abbattuto l’aereo passeggeri russo sopra l’Egitto. Il presidente americano Barack Obama dice che l’obiettivo è ‘degradare e infine distruggere questa barbara organizzazione terroristica’”. Tobin Harshaw, columnist di Bloomberg View, riporta in un articolo pubblicato mercoledì la forza retorica dei leader mondiali nella guerra contro il terrore. Tutti concordano sul fatto che bisogna sconfiggere lo Stato islamico. Il problema però è: come? A questa domanda, nessuno dei leader vuole rispondere, scrive Harshaw. Secondo l’analista di Bloomberg View, “c’è solo un’ipotesi che, benché non perfetta a livello militare, potrebbe ripagare il rischio politico: formare un’ampia alleanza, come quella che ha respinto dal Kuwait le forze di Saddam Hussein nel 1991, per coordinare un attacco di terra contro l’armata jihadista. Nessuno pensa che sia facile. L’idea di truppe occidentali che operano insieme a quelle russe poco dopo l’aggressione di Putin all’Ucraina è improbabile e spiacevole. Ma finché questi leader escluderanno l’uso dei boots on the ground, in solitario o in coalizione, le loro parole forti saranno al meglio contraddittorie, al peggio ipocrite”.

 

Harshaw cita i “segnali di cooperazione” negli strike aerei sulla Siria visti dopo gli attacchi di Parigi, ma ribadisce che per ora ci sono state molte parole e poche azioni. “Nessun analista militare preparato pensa che le bombe da sole possano riuscire nell’impresa”, continua Harshaw. “Molti esperti, anche alcuni dei consiglieri di Obama, sono scettici davanti all’idea che gli strike aerei possano da soli consentire una vittoria delle forze locali nella regione”.

 

Harshaw cita in un lungo elenco di opinioni le ragioni degli analisti in favore dei boots on the ground. Tra questi Peter Mansoor, colonnello dell’esercito in pensione e ufficiale del generale David Petraeus durante il surge in Iraq, secondo cui “Droni e bombardamenti sono uno strumento di guerra, non una strategia. La distruzione dello Stato islamico richiede forze di terra capaci”. Per David E. Johnson, anche lui colonnello in pensione, “Forze di terra competenti sono fondamentali per l’equilibrio militare che serve per trovare e sconfiggere gli avversari”. Secondo James Jeffrey, ambasciatore americano in Iraq dal 2010 al 2012, “Il presidente dice che il suo obiettivo è ‘degradare e distruggere’ lo Stato islamico, ma non è possibile farlo solo con più bombardamenti”. Per Buck Sexton, un ex analista di antiterrorismo della Cia, “se lo Stato islamico sarà sconfitto, la strada è l’uso di truppe americane d’élite”.

 

Per Harshaw i nostri attuali boots on the ground, i peshmerga e le altre truppe curde, i ribelli siriani moderati, l’esercito iracheno e le milizie sciite che operano in Iraq, si rifanno al precedente dell’“alleanza del nord” che contribuì al ritiro parziale dei talebani in Afghanistan nel 2001 usando truppe locali e bombardamenti americani. “Ma un’occhiata più da vicino mostra che questo è un precedente non raccomandabile”, dice Harshaw: all’operazione dell’“alleanza del nord” parteciparono molti marine americani, e anche così la vittoria fu incompleta, e fu necessario l’intervento di 100 mila soldati americani dieci anni dopo – e adesso che Washington si prepara al ritiro, i talebani stanno tornando forti. Altri tentativi di guerre dall’alto per aiutare le truppe locali sono la Libia e lo Yemen, ed entrambi si sono conclusi in un flop. Anche i 500 milioni di dollari spesi dall’Amministrazione americana per creare una milizia forte di ribelli in Siria è stata abbandonata perché improduttiva.

 

[**Video_box_2**]“Dunque, se l’obiettivo è l’eliminazione dello Stato islamico, perché i leader del mondo non si impegnano a mandare le loro truppe?”, si chiede Harshaw. Per ora nessuno è pronto a mandare gli eserciti, sicuramente non in maniera unilaterale. “Per cui il punto è: visto che nessuno vuole andare da solo, l’impegno militare dovrebbe essere condiviso. La coalizione della Guerra del Golfo metteva insieme degli strani alleati, che comprendevano la Siria, allora sotto il controllo del padre di Bashar el Assad, Hafez”. Oggi un dialogo tra alleati improbabili come l’America e l’Iran è stato reso possibile dai colloqui di Vienna sul nucleare e dalle pratiche di addestramento dell’esercito iracheno che si sono fatte sempre più vicine.

 

“A livello tattico un’ampia coalizione potrebbe creare problemi”, conclude Harshaw. “Molti esperti temono che la richiesta di un mandato Nato in Afghanistan abbia reso meno efficiente la catena di comando. La Guerra del Golfo è sempre stata in essenza un’operazione americana – il contributo più importante delle nazioni arabe è stato finanziario, non militare. In termini di rapidità ed efficienza, l’America certamente farebbe meglio a mandare da sola truppe contro lo Stato islamico, anche se in coordinamento con l’esercito russo per evitare un conflitto accidentale. Ma finché Obama e gli altri leader mondiali vorranno mantenere la cautela, condividere il peso di un’azione militare potrebbe essere l’unica maniera per colpire lo Stato islamico dove c’è bisogno”.

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