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Francia cupa e frou frou, hai perso la frequentazione della forza

Ci sono nomi che ricorrono nei momenti tragici della storia francese, Charonne è uno di questi, ma su quei morti all’ingresso della metro, nessuno ricamò, nessuno parlò di generazione Charonne. Erano gli anni della guerra d’Algeria, degli attentati dell’Oas, i militanti del Fln nella metropoli sparavano ai poliziotti nelle strade.

18 Novembre 2015 alle 10:55

Francia cupa e frou frou, hai perso la frequentazione della forza

Foto LaPresse

Anche allora la folla presa nella tenaglia cercò scampo nella disperazione, correndo a perdifiato per stradine laterali, forzando porte di cantine, acquattandosi nelle corti interne, salendo ai piani alti degli immobili, anche allora una parte rimase intrappolata, massacrata a colpi di manganelli e di griglie metalliche sradicate dalle aiuole degli alberi, si ritrovarono uno sull’altro, schiacciati. Anche allora ci furono morti, otto sul posto, all’ospedale per le ferite riportate il nono.

 

Ci sono nomi che ricorrono nei momenti tragici della storia francese, Charonne è uno di questi, ma su quei morti all’ingresso della metro, nessuno ricamò, nessuno parlò di generazione Charonne. Erano gli anni della guerra d’Algeria, degli attentati dell’Oas, i militanti del Fln nella metropoli sparavano ai poliziotti nelle strade: quella Francia cupa, livida aveva il senso della ineluttabilità dell’uso della forza, senza la quale un paese non va avanti e nemmeno può provare a fare le cose giuste.

 

Anche allora fu decretato il coprifuoco, per la prima volta dalla Liberazione. Il prefetto di Parigi, Maurice Papon, “consigliò nel modo più pressante” ai lavoratori algerini di non circolare dalla sera all’alba e mai in gruppo. Il Fln si ribellò, un martedì di ottobre, dalle periferie a est, a ovest e a nord, dai dormitori per lavoratori dell’industria automobilistica, migliaia di donne e uomini, con i vestiti della domenica per affermare la loro dignità, cercarono di raggiungere da più punti il centro, piazza dell’Etoile, l’Opera. Furono fermati a migliaia, internati in centri di raccolta, portati al quai des Orfèvres, bastonati, colpi di “bidules pour les bougnouoles”, manganello e staffile per i topi del Maghreb: sul numero dei morti si discute ancora, gli storici che hanno avuto acccesso agli archivi di stato e a quelli del Fln dicono da quaranta a oltre i duecento, per anni girarono voci secondo cui decine di feriti furono gettati direttamente nella Senna, altri impiccati al Bois de Bouloigne, al parco di Vincennes, ma in verità non furono mai ritrovati resti umani.

 

La Francia oggi ha perso la frequentazione della forza anche quando si trasforma in brutalità, non riesce più a vederla in faccia, a conviverci, nemmeno i Le Pen padre e figlia: a lanciare insulti razzisti sono rimasti gli ubriachi di pastis nei bistrot di infima categoria. Il grande ventre molle rumina alimentando il rifuto di chiamare le cosa con il loro nome, ci si mette di tre quarti e si parla di sguincio pur di mostrarsi indenni dal pregiudizio.

 

Si placa il dolore, si elabora il lutto nella fraternità e nella sorellanza, lacrime lumini e jesuischarlie e noussommestousparisiens, lampi pubblicitari per la gioia dei corrispondenti stranieri e dei commentatori: a chi non piacciono l’unione sacrée e quella manifestazione di grande solidarierà dopo la strage di gennaio alla rivista satirica e all’ipermercato kosher, un corteo sì degno, compassato, nobile. I funerali delle vittime alla stazione del metro Charonne furono accompagnate da una folla oceanica e molto incazzata, fu una prova di forza che mandò le cose nel verso giusto, verso la chiusura della questione coloniale.

 

[**Video_box_2**]Oggi invece sui morti si ricama, si fa sociologia. Inventano la generazione Bataclan, ventenni e trentenni che dovranno vivere con il piombo nella mente e il cuore stretto dal senso di colpa per essere sopravvissuto, i giovani assassini musulmani erano invidiosi della loro libertà. Ma davvero si può credere che borghesi progressisti e cosmopoliti in via di hipsterizzazione avanzata, come ha scritto a caldo il quotidiano Libération, uno dei riferimenti culturali della gauche, siano un modello da imitare e una barriera di democrazia, che attaccano il cuore dell’Europa perché non sopportano la società aperta e l’idealtipo del giovane urbano cool? E’ certo invece che i tagliagole quel modello l’hanno conosciuto, visto da vicino, frequentato, già venti anni fa le bande multi etniche di “La Haine” sciamavano sugli Champs Elysées e verso Belleville, il quartiere più hipster di Parigi. E’ che non li attiri più questo mondo amorale, anarchico, gentile e civilizzato, che vuole vivere senza radici, evitare il dolore e come il Bianco negro di Norman Mailer intraprendere un misterioso viaggio negli eversivi imperativi dell’io. Questi di noi rifutano tutto. Compreso i soldi, il welfare, la mucca statale che pure elargisce generosi sussidi alle famiglie numerose: ci usano perché siamo ricchi, ci disprezzano perchè siamo molli e obesi, ci odiano perché siamo cristiani, non musulmani e comunque infedeli.

 

La Francia di oggi è lo specchio meno appannato del mal di vivere europeo, di quanto sia difficile se non impossibile ricomporre l’identità sfrangiata: basta vedere la ministra dell’Istruzione, che più di altri ha dato una mano a introdurre la pedagogia gender nelle scuole, mentre canta impettita la Marsigliese per capire che l’occidente, almeno da questa parte, soffre di disturbi bipolari.

 

E se nel foro interiore siamo convinti che occorra fare qualcosa di terribile, forse di ripugnante, non riusciamo ad abituarci all’idea e nel discorso pubblico facciamo di tutto per svicolare. D’altronde persino il Generale aveva qualche momento di cedimento, non parlava di Terzo mondo ma di terzo stato del mondo, quasi auspicasse che come nel 1788 chi non aveva nulla potesse aspirare a tutto.

 

Possiamo essere al di sopra dell’insulto, dell’ingiustizia, del dolore e della derisione, scriveva La Bruyère, ma non saremo mai invulnerabili, perché soffriamo di compassione.

 

Proprio di questo noi oggi soffriamo.

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