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La nomenklatura della guerra

Chi sono gli uomini chiave dietro alle operazioni russe in Siria. Una campagna preparata con almeno tre mesi di incontri tra servizi segreti dal Cairo a Mosca.

1 Ottobre 2015 alle 20:25

La nomenklatura della guerra

L’operazione di Iran e Russia per soccorrere il presidente siriano Bashar el Assad comincia a giugno. E’ un periodo disastroso dal punto di vista del governo, l’esercito sta subendo una sconfitta dopo l’altra e ha speso invano la sua carta militare più preziosa, la cosiddetta forza Tigre guidata dal colonnello Suheil Hassan (nella foto a sinistra). Lui è considerato un eroe dai media del regime, la Tigre appunto, che dà il nome al suo reparto. Un ex addestratore delle Forze speciali che rifiuta da anni la promozione a generale per continuare a restare in prima linea con i suoi soldati, che in molti casi sono stati scelti da lui in persona. Si diletta di poesia, ma sono versi truci che lui recita ai nemici con un megafono. Il suo reparto è la Qawat al Nimr, la forza Tigre, che però a giugno cede  agli avversari e perde territorio, anche se si era distinta in questi anni di sfacelo generale delle forze armate. Con i suoi baffetti, l’ufficiale diventa materia per barzellettieri su internet. Roba classica, tipo che la forza Tigre arretra invece che avanzare  perché lui ha disegnato i piani della sua presunta travolgente controffensiva tenendo la mappa al contrario. La provincia di Idlib è perduta ed è un male perché a questo punto soltanto un crinale di monti bassi divide i nemici dalla costa siriana, abitata dagli alawiti e dai fedelissimi del presidente. Se i guerriglieri prendono anche quel crinale, poi è tutta discesa fino alla città di Latakia. Riescono anche a sparare un paio di razzi fino alla città.

 

A giugno arriva in visita a Latakia il generale iraniano Qassem Suleimani, che gode di uno status leggendario. Comanda la forza Quds, il reparto speciale delle Guardie rivoluzionarie iraniane che si occupa delle operazioni clandestine all’estero, ma negli anni il suo ruolo si è allargato fino a diventare quello di architetto della politica militare dell’Iran in medio oriente. Nel 2008 manda un sms di sfida al generale americano David Petraeus a Baghdad: “Generale Petraeus, dovresti sapere che io, Qassem Suleimani, controllo la politica iraniana che riguarda l’Iraq, il Libano, Gaza e l’Afghanistan. Il nostro ambasciatore a Baghdad è anche lui un uomo della forza Quds. E lo è anche l’uomo che lo sostituirà”. Petraeus legge il messaggio sullo schermo di un telefonino che gli è porto da un politico iracheno.

 

Suleimani (nella foto a sinistra) si occupa dal 2013 anche della guerra civile in Siria. S’infuria con l’atteggiamento disfattista dei generali siriani: “Perché tenete la testa bassa? Non voglio vedervi così. I siriani vi hanno pagato gli stipendi in questi anni proprio in attesa di un momento come questo, in cui si aspettano di essere salvati dall’invasione di una banda di bestie cattive”, racconta un testimone al Sunday Times. Suleimani è l’uomo che due anni prima aveva redatto il cosiddetto piano Suleimani (il nome glielo hanno dato gli israeliani), ovvero la strategia per salvare il presidente Assad – che nel gennaio 2013 aveva sfiorato il tracollo definitivo. Grazie al piano Suleimani le forze di Assad si sono riorganizzate e non hanno più perduto territorio per due anni, anzi in qualche caso l’hanno riconquistato, con l’apporto di un influsso massiccio di combattenti stranieri – e soprattutto del gruppo libanese Hezbollah. Ora però la ruota del conflitto si è rimessa in moto, il Tigre non ha fatto il miracolo e quelli di Hezbollah hanno già mandato un messaggio preciso: non sono venuti in Siria a sparare a tempo indeterminato, la guerra civile è un meccanismo atroce che logora tutti, stanno perdendo troppi uomini, la loro ragione d’essere è combattere contro Israele e non morire mese dopo mese alla periferia di Aleppo. Suleimani sgrida i generali rassegnati, ma si chiede: se Hezbollah se ne va, chi combatte questa guerra d’attrito contro un nemico che è superiore per numero e di molto? Si risolve con una leva obbligatoria che ormai viene fuggita da tutti i siriani sani di mente?

 

Alla fine di quel mese di giugno entra in scena – si fa per dire: è discretissimo – l’uomo che fa da ufficiale di collegamento tra gli iraniani e Assad, e vola a Mosca a incontrare Putin. Si tratta di Ali Mamlouk, capo del cosiddetto ufficio della Sicurezza nazionale. In pratica gestisce le quattro intelligence siriane che controllano il paese – e si sorvegliano a vicenda, in modo da evitare che un ufficiale troppo sveglio faccia quello che ha fatto il padre del presidente Bashar e si prenda la Siria con un golpe. Mamlouk è anch’egli, come Suleimani, uomo di quell’apparato opaco e onnipotente che decide le sorti della regione e non appare quasi mai sui media – tutto il contrario dei mujaheddin eretici e straccioni dello Stato islamico, che girano in sandali e ci tengono parecchio a esibire ogni esecuzione. Mamlouk fa parte del circolo di Damasco che prende le decisioni. Un dispaccio americano finito su Wikileaks descrive la sua apparizione a sorpresa a un incontro tra una delegazione americana e una del governo nella capitale siriana nel 2010. Si parlava di terrorismo, lui si presentò a spiegare che i servizi siriani non lavorano come quelli americani (che appena possono colpiscono): “Noi infiltriamo i gruppi e ci teniamo informati dal loro interno”, è un lavoro che richiede anni.
 

 

Mamlouk (nella foto) va a Mosca a chiedere aiuto. Un mese esatto dopo, alla fine di luglio, arriva a bordo di un volo commerciale anche il generale Suleimani, che va anche lui parlare con Putin per fissare una strategia. Il che lascia pensare che la visita di Mamlouk a nome di Assad abbia avuto successo. Il governo siriano ha bisogno dell’intervento della Russia. Mosca nega che ci sia mai stata una visita di Suleimani quando la notizia esce ad agosto. Del resto fino al 18 settembre – due settimane fa – hanno smentito l’intervento in Siria.

 

Mamlouk passa l’estate a fare il giro segreto delle sette chiese. A fine luglio – notizia incredibile – va persino nella tana del nemico, a Gedda, in Arabia Saudita. Non si sa cosa dice, questa informazione esce un mese dopo, ma già una settimana più tardi il quotidiano arabo al Hayat pubblica un pezzo insolito a proposito dell’esistenza di una proposta di pace saudita che suona così: “Noi cessiamo di aiutare i ribelli in Siria se gli iraniani e Hezbollah escono dalla Siria e cessano il loro appoggio sul campo”. E’ stata la questione discussa durante l’incontro riservato con il siriano, si capisce dopo (e notare che Mamlouk è pronto a far ritirare Hezbollah dalla Siria, perché sa che tanto deve tenersi pronto a farne a meno). Il 24 agosto Mamlouk vola al Cairo a parlare con il capo dell’intelligence egiziana, il generale Khaled Fawzi, e deve essere una conversazione interessante perché il 13 settembre Mamlouk torna al Cairo a parlare direttamente con il presidente Abdel Fattah al Sisi. Si sa che il rais egiziano avrebbe una gran voglia di maggior coinvolgimento nella guerra di Putin in medio oriente – del resto Sisi ha in casa il fronte del Sinai, che è una piccola Siria. Però lui non può, perché gli sponsor sauditi che prestano all’Egitto enormi quantità di denaro non tollererebbero un allineamento esplicito a favore di Assad (e invece vorrebbero un suo intervento in Yemen, ma Sisi si tiene fuori più che può).

 

I viaggi di Mamlouk sono stati ricostruiti a settembre da George Malbrunot, giornalista del Figaro, ma almeno uno non è citato: il siriano va in Oman, il piccolo regno della penisola arabica dove sono partite le trattative segrete tra americani e iraniani sul programma nucleare, e che gode dello status di porto franco dove si possono immaginare i negoziati più improbabili.

 

[**Video_box_2**]A maggio era uscito un rumor insistente sulla fine di Mamlouk, che talune voci danno agli arresti domiciliari e altre davano per malato terminale di cancro. Con il senno di poi, viene da pensare a una mossa di disinformatia da parte del governo siriano, perché il capo dei servizi in quel periodo è partito per viaggi cruciali per tutto il medio oriente, a fare le veci di un presidente che non può lasciare Damasco. Chissà cosa succede, viene da chiedere, se Bashar si allontana troppo. La notizia sarebbe considerata una resa? Qualcuno a lui vicino proverebbe a prendergli il posto?

 

Il terzo membro di questo triangolo iraniano, siriano e russo è Nikolai Patrushev (foto a sinistra), consigliere per la Sicurezza nazionale di Vladimir Putin, ex direttore dei servizi segreti dal 1998 al 2008 e prima agente del Kgb a Leningrado. Patrushev riceve il generale iraniano Suleimani a settembre (una seconda visita discreta a Mosca) e una settimana dopo è nella stessa stanza quando Putin riceve il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Pochi possono vantare questa agenda di appuntamenti. Patrushev teorizza e mette in pratica la necessità di rafforzare l’alleanza militare e di intelligence con i servizi speciali iraniani per affrontare assieme la questione Siria già dall’ottobre 2014, quando fa una visita significativa a Teheran. E’ lui che vuole formalizzare i legami tra i due stati con un meccanismo di collaborazione permanente. Un anno dopo, adesso, quel meccanismo esce dall’ombra e rimpiazza la guerra civile siriana con un conflitto nuovo e forse più ampio, di cui ancora non si capiscono tutti i contorni.

 


La target list di Putin in Siria

La mappa dell’Institute for the Study of War mostra l’area bombardata dai russi, lontano dallo Stato islamico. I russi sostengono che questi raid aerei fanno parte della guerra allo Stato islamico, ma la loro “target list” comprende anche altre fazioni. Le più importanti sono due, il Jaysh al Fath e il Jaysh al islam. Il primo gruppo è molto forte soprattutto al nord, nella regione di Idlib e minaccia da vicino la regione costiera di Latakia, dove vive la maggioranza dei siriani fedele al presidente Bashar el Assad e dove i russi sono ora presenti in tre basi militari. Il nome Jaysh al Fath in arabo vuol dire “Esercito della Conquista” e prima del 2015 non esisteva. E’ nato dall’alleanza di tanti gruppi islamisti, e i maggiori – come chiamarli? – azionisti sono Ahrar al Sham e Jabhat al Nusra.


Ahrar al Sham è un gruppo che a paragone degli altri non è estremista e non ha obiettivi internazionali, il suo nome vuol dire “gli uomini liberi di Siria”. Jabhat al Nusra è il nome di al Qaida in Siria. Il Jaysh al Fath è nemico dello Stato islamico ed è spesso attaccato con attentati suicidi, ma appartiene alla categoria dei gruppi jihadisti (ed è guardato con benevolenza, per così dire, da Turchia e Qatar). L’altro grande gruppo è il Jaysh al islam, l’esercito dell’islam, fortissimo nella regione di Damasco. Fortissimo non è enfatico: fanno parate con migliaia di uomini e decine di carri armati e sono la minaccia alla capitale, anche se i media ne parlano pochissimo. Detestano lo Stato islamico, che considerano un gruppo di eretici estremisti, sono islamisti e sono appoggiati dai sauditi. A giugno hanno messo su internet un video in cui uccidono alcuni uomini dello Stato islamico, che loro sospettano di complicità con Assad.

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