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Le domande, i vezzi, i soprannomi dell’algida Theresa May (con l’acca!)

L’Europa ha risposto piccata a Theresa May, ministro dell’Interno britannico che ha avuto l’ardire di immaginare un Regno Unito in cui non entrano nemmeno più gli europei se non hanno un lavoro: le frontiere non si toccano, la libertà di circolazione è un diritto, ha ribadito Bruxelles.

2 Settembre 2015 alle 10:26

Le domande, i vezzi, i soprannomi dell’algida Theresa May (con l’acca!)

Theresa May, ministro dell’Interno britannico

Milano. L’Europa ha risposto piccata a Theresa May, ministro dell’Interno britannico che ha avuto l’ardire di immaginare un Regno Unito in cui non entrano nemmeno più gli europei se non hanno un lavoro: le frontiere non si toccano, la libertà di circolazione è un diritto, ha ribadito Bruxelles. E negli ambienti europei devono essere risuonate dolcissime ieri le parole di Yvette Cooper, ministro dell’Interno ombra, laburista a caccia di leadership, alter ego almeno formale di May, che ha definito “codarda” la posizione del governo Cameron, e ha detto: “Voglio in un futuro guardare in faccia i miei nipoti e poter dire che non ho voltato le spalle a questa gente”. I commentatori di sinistra, sull’onda della reprimenda di Bruxelles, sono andati in visibilio, finalmente qualcuno dice le cose giuste, siamo “umanitari” e accoglieremo tutti. La May ha risposto e precisato, com’è sua abitudine, ma al fondo non deve essersela presa più di tanto, perché la promessa dell’accoglienza non si può mantenere, e questo lo sanno anche quelli che camuffano l’egoismo con la retorica, e perché da quando è diventata ministro non ha fatto altro che imbattersi in controversie.

 

Altissima, regale, freddina, secchiona, con il vezzo delle scarpe pazze e i vestiti di Vivienne Westwood (una volta amava anche i vestiti stampati a fiori, oggi inorridisce riguardandosi), May è la donna più influente nel Partito conservatore inglese, e il paragone con Margaret Thatcher viene banalmente immediato. Non è però così corretto, se si pensa che da sempre il soprannome della ministra è “Theresa May, or maybe not”, potrebbe ma forse non può, perché non prende rischi, è cauta, si muove adagio. Più Angela Merkel forse, ma anche qui siamo sempre nei cliché stantii, se si pensa che il parallelo viene fatto perché May, come la cancelliera tedesca, non ha figli. Certo in comune c’è l’ambizione, e anche se i detrattori ricordano, del suo esordio, il tentennamento, la domanda ossessiva che May faceva: “Come si fa ad avere successo?”, oggi la ministra aspira a un ruolo sempre più rilevante, persino prendere il posto del premier, David Cameron (del suo passato si ricorda anche la precisazione sullo spelling del suo nome: c’è una acca, in Theresa, se provate a cercare chi è Teresa May vi imbatterete in immagini di uomini nudi legati e frustini).

 

I suoi piani si sono raffreddati, perché la compagine al governo – lei è il ministro dell’Interno che ha resistito più a lungo negli ultimi decenni, ed è un record, perché quello è un ruolo brucia-carriera – è fortissima, dopo la vittoria elettorale. Ma quando invece regnava l’incertezza, e i destini di Cameron non parevano così rosei, la May aveva preparato il suo esercito, aveva contato gli alleati, si addestrava per lo scontro diretto non tanto con il premier, che si sarebbe più o meno messo da parte, ma piuttosto con il cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, altra star dei Tory. Allora, secondo i retroscenisti, si è creata una frattura con i cameroniani, ma da sempre la May combatte con buona parte del partito che ancora ricorda, con toni aspri, la frase che la rese famosa, agli inizi degli anni Duemila, quando i conservatori tentavano di trovare un modo per abbattere lo strapotere laburista: è sua la definizione dei Tory “nasty party”, il partito brutto e cattivo che non attira più né idee né elettori. Un partito da riformare. Non era sbagliata, quell’analisi, e anzi il primo obiettivo di Cameron, all’esordio della sua leadership, è stato proprio quello di levare la patina “nasty” ai Tory, ma per molti costituisce un regalo fatto dalla May ai rivali, che hanno usato quell’espressione per tenere i conservatori lontano dal potere per un bel pezzo.

 

[**Video_box_2**]Ora il partito la ama di più, soprattutto le riconosce la fedeltà e l’esperienza, ama i suoi toni tranchant, il suo sopravvivere alle accuse, l’impegno nel garantire la sicurezza del paese senza snaturare l’identità britannica. Parla spesso di valori, la May, e alle proposte pragmatiche, tra rifugiati e controllo dei passaporti dei giovani musulmani inglesi che si fanno affascinare dallo Stato islamico, associa sempre una domanda sul futuro del paese, che la rende più visionaria di molti suoi colleghi: come vogliamo essere, cosa vogliamo diventare.

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