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La versione fragile del governo di Bangkok

Troppe cose non tornano nelle spiegazioni date dalla polizia dopo l'arresto di un sospettato per l'attacco bomba nella capitale. Per le autorità non è terrorismo internazionale, ma certi indizi parlano diversamente

31 Agosto 2015 alle 17:14

La versione fragile del governo di Bangkok

L'uomo arrestato sabato e sospettato di aver compiuto l'attacco a Bangkok (foto LaPresse)

All’alba di sabato, la polizia thailandese ha fatto irruzione in un appartamento di Nong Chok, nel nord-est di Bangkok, e ha arrestato uno “straniero”. L’uomo ha 28 o trent’anni (la data di nascita sul falso passaporto non è chiara) e ha “aspetto mediorientale”. Sembra sia uno dei responsabili, anche se non l’esecutore, dell’attentato del 17 agosto che ha provocato 20 morti e oltre 100 feriti. Nell’appartamento sono stati trovati esplosivi, materiali per la fabbricazione di bombe, pile di passaporti falsi. Nella notte di sabato, forse su informazioni fornite dall’arrestato, in un appartamento del vicino sobborgo di Min Buri sono state scoperte altre “parti per costruire bombe e collegamenti elettrici”. Simili alle componenti della bomba esplosa nel tempietto di Erawan. Nel pomeriggio di lunedì, sono stati emessi due mandati d’arresto: per una donna thai e un altro straniero. La donna è stata identificata come Wanna Suansan, 26 anni, e nella foto diffusa dalla polizia ha il capo coperto dallo hijab. L’uomo è senza nome, ma nell’identikit appare anch’esso di “aspetto mediorientale”, dalla vaga somiglianza col primo arrestato.

 

Negli avvisi della polizia, sono definiti pericolosi e sono sospettati di far parte di un gruppo che stava preparando altri attentati. Gruppo criminale, secondo il capo della polizia, generale Somyot Pumpanmuang: “Non si tratta di un atto di terrorismo internazionale”. In questo momento l’ipotesi più accreditata dalle autorità è che l’attentato sia una “vendetta” nei confronti della polizia da parte di una gang specializzata nella contraffazione di passaporti (come dimostrerebbero i 200 falsi trovati) e nel traffico di clandestini. La gang, ha dichiarato Somyot, sarebbe inferocita per le operazioni che hanno portato all’arresto di molti suoi affiliati e clandestini.

 

Che la Thailandia sia una delle centrali asiatiche nella contraffazione di documenti, che le sue frontiere siano permeabili, che sia un punto di passaggio e smistamento nel traffico di esseri umani, nonché un santuario del crimine transnazionale è rilevato in molti rapporti di polizia e servizi d’intelligence. Concludere che l’attentato a un luogo sacro sia da attribuire a una gang criminale, tuttavia, è stato considerato un po’ affrettato, quasi si volesse scegliere la spiegazione meno compromettente per l’economia.

 

Tutta la vicenda continua ad avere troppi punti oscuri. A cominciare dalle contrastanti notizie sulla nazionalità del primo arrestato. Il colonnello Banphot Phunphien, portavoce del Comando delle operazioni per la sicurezza interna, aveva dichiarato che si trattava di un cittadino turco, basandosi su uno dei passaporti falsi sequestrati con la sua fotografia. In seguito è stato smentito dall’ambasciata turca a Bangkok, ma non è chiaro se la smentita si riferisca al nome di Adem Karadag che figura sul passaporto oppure sia stato accertato in modo sicuro che non si tratta di un cittadino turco. La nazionalità non è un dettaglio: la Turchia è destinazione di molti uiguri, etnia turcofona di religione islamica, in fuga dalla Cina. Il che ha fatto anche pensare che l’attentato fosse sì una “vendetta”, ma rivolta al governo thai che ha rimpatriato in Cina un centinaio di uiguri.

 

Altro elemento poco evidenziato: i luoghi dell’arresto e del secondo covo, genericamente definiti sobborghi. Chi conosce bene Bangkok sa che si tratta di quartieri musulmani, disseminati di moschee, ristoranti halal, scuole islamiche. A Nong Chok, in particolare, il 75 per cento della popolazione è musulmano. Il quartiere fu popolato nel XIX secolo dai profughi che provenivano dalle province del sud (quelle che oggi reclamano l’indipendenza) in fuga dalle guerre e dalle rivolte che sconvolgevano la regione. E l’insorgenza islamica nel sud della Thailandia era – e per alcuni resta – una delle piste da seguire.

 

[**Video_box_2**]Piste e voci continuano a intrecciarsi, paradossalmente alimentate dai moniti del primo ministro, il generale Prayuth Chan-ocha che diffida dal criticare la polizia per non danneggiare la reputazione del regno. Probabilmente è stato proprio per riaffermare la capacità della polizia che il suo capo, il generale Somyot, ha deciso di assegnare la taglia di 3 milioni di baht (circa 74.000 euro) offerta a chi fornisse informazioni utili alle indagini al suo team investigativo. L’arresto è dovuto solo ed esclusivamente “alla loro abilità”.

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