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Che c’entra la pattumiera con il deal iraniano? Guardate Beirut

“Dicci, o governo, sei o non sei un rifiuto?”, gridano i manifestanti, mentre si rischia la crisi sanitaria. Il conflitto siriano ha drenato risorse con l’emergenza rifugiati (1,2 milioni), mentre non si riesce a eleggere un presidente della Repubblica e a decidere le elezioni.

30 Luglio 2015 alle 11:47

Che c’entra la pattumiera con il deal iraniano? Guardate Beirut

Una strada della periferia di Beirut (foto LaPresse)

Milano. I libanesi hanno una qualità innata, quella dell’adattamento. Durante quindici anni di guerra civile, e gli aneddoti abbondano, gli abitanti di Beirut si rifugiavano nei villaggi di montagna. Là non rinunciavano alle feste, mentre il suono dei colpi di artiglieria rimbombava nelle notti levantine. Da quando il conflitto intestino è terminato, nel 1990, sopportano l’eterna carenza di servizi e infrastrutture, i continui tagli di corrente, in alcuni quartieri pure la mancanza temporanea di acqua. E anche dopo stagioni di attentati e sanguinose guerre come quella del 2006 tra Israele e le milizie sciite di Hezbollah, Beirut, città delle vetrine, dei bar e dei locali notturni più attraenti del medio oriente, dei tacchi a spillo e degli abiti da sera sfoggiati senza preoccupazione accanto al velo integrale, ha saputo riprendere il suo ritmo, nonostante le morti e la distruzione.

 

Dove non hanno potuto instabilità e pericoli, può però oggi l’immondizia. La caparbia e gioiosa resistenza libanese si è piegata in questi giorni davanti ai cumuli di pattumiera che invadono le strade della capitale e dei suoi sobborghi, senza fare differenza tra quartieri chic e periferie. E davanti alla puzza che, complici le alte temperature estive, appesantisce l’aria. Sono scene da Terra dei Fuochi in una capitale che con vanitoso snobismo ha sempre preso le distanze dalle altre città del traffico e del caos mediorientali, sottolineando con orgoglio la sua vocazione europea.

 

Dal 17 luglio è stata sospesa la raccolta rifiuti per l’area della capitale. Da anni, i cittadini della zona di Naimeh, a sud di Beirut, lamentano la prossimità con la discarica che dal 1997 serve tutta la regione. In seguito a un lungo scontro legale con le autorità, il sito è stato chiuso. Senza che il governo trovasse però un’alternativa. La discarica di Naimeh riceveva in media da due a tremila tonnellate di rifiuti al giorno, che ora invadono strade e vie della capitale, moltiplicate per i giorni di mancata raccolta. Si teme una crisi sanitaria. La popolazione è scesa sabato a manifestare davanti al Grand Serail, sede del Parlamento, ha fatto lo stesso domenica, lungo l’autostrada che da Beirut porta al sud, dove i politici proponevano di smistare le asfissianti tonnellate di pattumiera. “Puzzate”, è lo slogan della campagna partita anche sui social media e rivolta ai politici. “Dicci, governo, sei o non sei un rifiuto?”, hanno urlato i manifestanti.

 

In qualsiasi altro paese al mondo si parlerebbe soltanto di pessima gestione statale, di mancanze della politica. Certo, lo si fa anche in Libano, dove l’inazione delle autorità in questa crisi racconta l’endemica debolezze delle istituzioni. Soltanto in Libano, però, l’immondizia può avere un filo diretto con un’elezione presidenziale e con l’accordo sul nucleare iraniano. Da sempre, il piccolo paese mediorientale che aspira alla normalità è ciclicamente catapultato nel vivo delle crisi regionali: dal conflitto israelo-palestinese alla guerra civile siriana che ha portato negli ultimi anni 1,2 milioni di rifugiati su un territorio di 4,2 milioni di abitanti. Come si può chiedere a un Parlamento che da 14 mesi, da quando è scaduto il mandato del cristiano-maronita Michel Sleiman, è incapace di trovare un accordo politico sull’elezione di un nuovo presidente, di risolvere la crisi della pattumiera?, scrivono increduli gli editorialisti sui giornali locali. Senza contare che lo stesso Parlamento si è esteso il mandato di un anno, mentre cerca un compromesso sulle elezioni.

 

Bloccato nell’eterna lotta tra fazioni religiose – cristiani, musulmani sunniti e sciiti – e fra movimenti politici legati a poteri e governi esterni – l’Iran o l’Arabia Saudita – il governo libanese fatica a garantire i servizi. E la questione della mancata elezione del presidente è centrale in queste ore di pattumiera e miasmi.

 

Dal 2005, anno in cui in seguito a enormi manifestazioni di piazza l’esercito siriano – in Libano allora dalla fine della guerra civile – è stato cacciato dal paese, la politica locale è divisa in due coalizioni, sostenute da fazioni internazionali opposte. Prendono il nome dai diversi giorni in cui i loro sostenitori, nella primavera del 2005, scesero in piazza, contro o con Damasco, alleato dell’Iran. Il 14 marzo, blocco sunnita vicino alla famiglia dell’ex premier assassinato Rafiq Hariri, è appoggiato dalla comunità internazionale e da Riad. L’8 marzo, in cui siedono gli sciiti di Hezbollah, Amal e i cristiani del generale Michel Aoun, ha il sostegno di Teheran. I suoi deputati bloccano da giorni ogni approccio alla risoluzione della crisi della pattumiera.

 

[**Video_box_2**]Chiedono che prima sia discussa la nomina del capo dell’esercito. Il loro candidato è il genero del generale Aoun, Shamel Roukoz. I rivali politici si oppongono, ma la questione mette a rischio la risoluzione di problemi più pratici. Spiega al Foglio Mario Abu Zeid del Carnegie Endowment for International Peace di Beirut che la nomina ora indebolirebbe la carica – vacante – di un presidente della Repubblica, visto che è prerogativa di un capo di stato quella di scegliere la guida militare. In realtà, racconta, lo stesso Hezbollah non gradisce una vittoria del genero di Aoun, ma il movimento sciita è interessato all’alleanza con i cristiani e soprattutto in questo momento preferisce una situazione di limbo: le milizie sciite sono impegnate da anni a combattere in Siria accanto al regime di Bashar el Assad e l’attuale status quo di incertezza facilita loro le operazioni. “La crisi della pattumiera in Libano, come spesso accade nel paese, non è più una questione locale, è un affare regionale – conclude Abu Zeid – E nella risoluzione dell’emergenza avrà un impatto anche la ricaduta sull’area dell’accordo sul nucleare iraniano”.

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