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Il negoziatore di Bush

Nicholas Burns non pensa che il deal nucleare con l’Iran sia il migliore degli accordi possibili, ma il migliore fra quelli al momento raggiungibili sì. Non pensa nemmeno, come Barack Obama lascia intendere e la sua claque dice esplicitamente, che l’alternativa al patto nucleare sarebbe stata necessariamente la guerra.

4 Agosto 2015 alle 18:12

Il negoziatore di Bush

Nicholas Burns

New York. Nicholas Burns non pensa che il deal nucleare con l’Iran sia il migliore degli accordi possibili, ma il migliore fra quelli al momento raggiungibili sì. Non pensa nemmeno, come Barack Obama lascia intendere e la sua claque dice esplicitamente, che l’alternativa al patto nucleare sarebbe stata necessariamente la guerra, un modo truffaldino e ricattatorio per piazzare la propria merce politica. Per l’ex diplomatico, ora professore di Relazioni internazionali ad Harvard, il testo non dà nemmeno garanzie definitive sulle capacità dell’Iran di dotarsi di armi nucleari, altra truffa molto ripetuta. In una lettera al Congresso firmata assieme a cinque ex ambasciatori americani in Israele, Burns scrive: “Riconosciamo che l’accordo non raggiunge tutti gli obiettivi che i suoi detrattori vorrebbero attribuirgli, ma raggiunge tutti gli obiettivi necessari per avere la sicurezza che se l’Iran lo violasse, procedendo verso la costruzione di armi nucleari, la comunità internazionale e l’agenzia atomica scoprirebbero le sue azioni in tempo utile per mettere in campo forti contromisure per fermare le sue attività”. I diplomatici, citati ampiamente da John Kerry nella sua testimonianza al Congresso della settimana scorsa, concludono che “senza questo accordo i rischi sarebbero molto più grandi per Stati Uniti e Israele”.

 

Nel dibattito sull’accordo con gli ayatollah gli osservatori si rompono la testa con foga da sofisti per capire se buttarla sul confronto con scenari alternativi puramente potenziali è un argomento lecito oppure no. Leon Wieseltier ha provveduto la più robusta confutazione del gioco ipotetico fra le alternative possibili. Burns offre invece una terza via, dove l’ottimismo per l’accordo è moderato da ampie dosi di scetticismo, arte che il diplomatico ha imparato sul campo. George W. Bush aveva scelto lui, allora sottosegretario del dipartimento di stato per gli affari politici, per aprire un canale di dialogo con l’Iran nel 2006. Né i suoi sforzi né i report d’intelligence disegnati per togliere un po’ di pressione sugli ayatollah e spingerli al dialogo avevano funzionato: Teheran ha schiaffeggiato la mano tesa americana, e Burns è diventato il gran sanzionatore del regime. Anche allora, però, era convinto che la Repubblica islamica d’Iran fosse un essere razionale, non apocalittico; una tirannia che risponde agli stimoli con comportamenti prevedibili, seguendo pattern e facendo calcoli. Burns dice al Foglio che l’accordo raggiunto dopo anni di sanzioni e isolamento “dimostra che l’Iran risponde alla logica del potere, può essere intimidito, non è un governo che mette a repentaglio la propria sicurezza: se mostriamo di essere forti, come abbiamo fatto con il sistema di sanzioni, otteniamo risultati”. Questo non significa che la razionalità iraniana non sia ordinata verso scopi canaglieschi: “Non c’è dubbio su una cosa: l’Iran è pericoloso. Causa problemi enormi, provoca guerre civili, rivoluzioni, basta guardare a quello che sta succedendo in Yemen, e sponsorizza il terrorismo in diverse parti del medio oriente e non solo. In questo senso è uno stato-canaglia, ma non vuol dire che il suo governo è irrazionale”. Un altro punto interrogativo enorme dopo l’accordo riguarda la capacità iraniana di influenzare la regione, sfruttando i flussi economici che la revoca delle sanzioni riattiverà presto. Per Burns i vantaggi per Teheran saranno accompagnati da enormi danni economici: “Il congelamento delle sanzioni non significa affatto la riapertura di investimenti stranieri massicci, c’è, e giustamente, un enorme sfiducia degli investitori, ci sono ostacoli burocratici giganteschi e corruzione diffusa, in più l’Iran deve un sacco di soldi a un sacco di stati. Sbaglia di grosso chi crede che da domani tutto il mondo vorrà investire a Teheran”.

 

[**Video_box_2**]Era questo tipo di accordo che i diplomatici incaricati da Bush avevano in mente quando hanno iniziato il tortuoso percorso di apertura dei canali con L’Iran? Detto altrimenti: c’è una sostanziale continuità fra le due amministrazioni o una secca rupture? Burns dice che è impossibile stabilire in retrospettiva l’obiettivo negoziale che l’America si sarebbe data se la controparte si fosse seduta la tavolo, ma “certamente la volontà di negoziare, di raggiungere una soluzione per via diplomatica è un grande elemento di continuità. Teniamo presente però che anche le condizioni erano diverse: il programma nucleare iraniano era molto più arretrato, e il regime era di fatto meno pericoloso per noi e per i nostri alleati. Credo che lo status quo che si è consolidato nell’ultimo anno e mezzo fosse insostenibile: la guerra non era inevitabile, ma si trattava di uno scenario negativo per noi, con l’Iran libero di sviluppare il suo programma e l’occidente con poche opzioni per contrastarlo efficacemente”. Gli alleati, si diceva. Come giudica a questo punto il rapporto con Israele e i sauditi, entrambi frustrati da quella che vedono come una letale concessione al nemico? “Esiste un profondo disaccordo fra il governo degli Stati Uniti e quello di Israele sulla gestione della sicurezza in medio oriente. E’ profondo, ma è un disaccordo politico, non determinerà nessuna spaccatura né conseguenze permanenti sull’alleanza. Con i sauditi credo che il problema sia già risolto, le rimostranze sono state molto più contenute di quelle israeliane. Questo comunque è un accordo che va giudicato nel medio lungo periodo, è ancora troppo presto per valutare le ricadute sulle alleanze. Siamo soltanto alla fine dell’inizio”.

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