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Perché Assad ride (per ora)

Grande festa del dittatore di Damasco per il deal iraniano, arrivano soldi e uomini che garantiscono la sopravvivenza. L’opa militar-finanziaria di Teheran sulla Siria - di Paola Peduzzi

23 Luglio 2015 alle 06:18

Perché Assad ride (per ora)

Sostenitori del rais siriano Bashar el Assad a Damasco durante le elezioni presidenziali del 2014, considerate illegali dalla comunità internazionale. Assad ha vinto con l’88 per cento dei voti (foto

Una grande vittoria, un punto di svolta, un exploit diplomatico. Per il rais siriano Bashar el Assad l’accordo internazionale sull’Iran è una gioia, significa che il suo partner più munifico e potente non sarà più isolato e sotto sanzioni: se Teheran è più forte anche Damasco lo è. Secondo alcune fonti – lo ribadiva ancora ieri il Monde – l’Iran ha appena sbloccato una linea di credito di un miliardo di dollari verso Assad: dal 2011, l’anno in cui è cominciata la rivolta contro il dittatore siriano (era una rivolta popolare contro un regime, e se si leggono oggi le interviste dei ribelli, o di quel che rimane di loro, viene da piangere: non pensavamo che ci saremmo ridotti a questo punto, lo Stato islamico di qui, il regime di là, due nemici spietati, moriamo come mosche) a oggi il regime di Teheran ha passato miliardi di dollari a Damasco. L’inviato delle Nazioni Unite Staffan de Mistura dice che sono da 6 a 35 miliardi ogni anno, i numeri sono evidentemente molto vaghi, ma si tratta comunque di un bell’investimento.

 

La Repubblica islamica dell’Iran ha mobilitato nuove forze sciite per sostenere Damasco, soprattutto dopo che il regime siriano ha subìto delle perdite in primavera sul fronte nord di Idlib e su quello sud di Deraa. Sul campo, che è uno dei più complicati nella regione ed è il motivo per cui l’unica risposta trovata dalla comunità internazionale è stata la paralisi, si sono messe in moto dinamiche strane.

 

Ieri il Financial Times ha raccontato la competizione tra l’esercito siriano e le milizie sciite e i suoi effetti sulla configurazione futura del potere a Damasco. Formalmente il sostegno di Teheran, di uomini e fondi, è destinato a rafforzare l’esercito di Assad, ma in realtà sta accadendo qualcosa di diverso. “Frustrato dalla debolezza e dalla corruzione dell’esercito siriano – scrive Erika Solomon da Beirut – il patrono regionale iraniano sta reclutando milizie per tenere Assad al potere. Ma questa strategia ha un costo: più le milizie proliferano, più queste si muovono indipendentemente dal controllo del governo che Teheran sta cercando di proteggere”, cioè quello siriano.

 

I soldati dell’esercito regolare sono pagati circa 60 dollari al mese, quelli reclutati dagli iraniani in milizie dipendenti da Teheran possono prendere anche 200 dollari al mese, un gran bottino, le operazioni delle milizie “possono suonare come una missione suicida, ma circa un centinaio di volontari ha aderito”, ha raccontato un reclutatore di base a Homs, in Siria, che i locali chiamano “Haj Jawad” ed è iraniano. La milizia paramilitare più importante, costituita qualche anno fa, è la National Defence Force (Ndf), che è una creatura del generale iraniano Qassem Suleimani, il capo delle forze di al Quds nonché kingmaker militare di tutto quel che avviene nella regione su iniziativa di Teheran (cioè ogni cosa). L’Ndf è costruita a immagine e somiglianza dei bassiji, che vuol dire flessibilità, ferocia e fedeltà a Teheran, e per molti siriani oggi rappresenta quasi l’unica occasione di avere un impiego: rischio di morte altissima, ma uno stipendio che più o meno può mantenere una famiglia. Un giovane dell’Ndf intervistato sempre dal Financial Times dice: “Preferisco un contratto chiaro, un buono stipendio e un’assicurazione per mia moglie se muoio, piuttosto che combattere per niente”. Pare che il baco della corruzione abbia ora avvelenato anche l’Ndf, nascono altre milizie – come quella che opera, sempre al soldo dell’Iran, ad Aleppo, si chiama “Maghaweer”, che vuol dire commando – ma i combattenti dell’Ndf sperano che un’eventuale cambiamento della struttura possa portare più soldi. Investimento vuol dire anche influenza, e tra i sostenitori delle milizie ci sono anche businessmen siriani, che tollerano in modo sempre meno entusiasta l’opa militar-economica che l’Iran sta facendo sulla Siria. Il gruppo di potere che da sempre sostiene Assad poi è sempre più debole, come ha scritto il Times qualche giorno fa. Alcuni documenti pubblicati da Zaman al Wasl, un sito dell’opposizione siriana, mostra che nei primi sei mesi del 2015 686 soldati provenienti da Qardaha, la città degli Assad nella provincia di Latakia, hanno disertato. C’è la sensazione che non sia più il potere siriano a decidere in Siria, ma quello legato all’Iran, e che questo stia portando a un nuovo equilibrio anche nell’entourage di Assad. Il destino del rais è mai come ora legato alla volontà di Teheran.

 

Ora che sta uscendo dall’isolamento, l’Iran vuole giocare anche un nuovo ruolo diplomatico, soprattutto nella gestione del futuro della Siria, su cui si sono già organizzati tanti vertici uno più inutile dell’altro. E’ chiaro che l’uomo di Teheran a Damasco è al momento al sicuro, ma nemmeno Assad sa se lo sarà per sempre. La comunità internazionale ha sempre insistito per un allontanamento del rais siriano, anche se i toni sono stati via via sempre meno perentori. Al momento gli Stati Uniti vorrebbero che il rais se ne andasse, non per una questione di principio o umanitaria – sono temi, questi, che a Washington non si portano più – ma per puro pragmatismo: premono per un’uscita negoziata tra le varie parti. L’incapacità di gestire la ribellione al regime prima e il governo delle varie forze terroriste – al Qaida e lo Stato islamico – che hanno riempito il vuoto occidentale dopo ha fatto sì che gli americani non abbiano idea di chi possa prendere il posto di Assad, e la transizione è stata delegata a colloqui di pace sotto la regia di Mosca e di Teheran – con gli altri interlocutori formalmente coinvolti, ma di fatto irrilevanti.

 

Ora che la legittimità dell’Iran è stata restaurata – o lo sarà – il suo ruolo in Siria sarà ancora più decisivo, e arbitrario. C’è chi addirittura se lo augura – tutti gli esperti e i politici che pensano che il deal con l’Iran porterà una stabilizzazione in Siria – ignorando il fatto che il regime di Assad ha ammazzato almeno 220 mila persone e costretto sette milioni e seicentomila siriani a lasciare la propria casa, più di quattro milioni sono nei paesi confinanti, un’emergenza profughi che molti comparano a quella palestinese. Assad continua i suoi attacchi feroci contro il popolo, con le barrel bomb che cadono senza tregua – il 18 luglio, uno dei siti di monitoraggio della guerra civile siriana, Archicivilians, segnalava che soltanto nella città di Zabadani, al confine con il Libano, negli ultimi quindici giorni, erano cadute 520 barrel bomb. E’ circolata negli stessi giorni la foto di una ragazza portata a braccio ad Aleppo colpita da quelle bombe piene di chiodi lanciate dagli aerei del regime.

 

La motivazione del pragmatismo occidentale è sempre la solita: Assad combatte contro lo Stato islamico, che è il nemico più pericoloso nella regione, e quindi in qualche modo contribuisce alla causa comune. Non è quel che ci si augurava, ma ora che la minaccia jihadista di Abu Bakr al Baghdadi è tanto forte, la tenuta di Assad è il male minore. Solo che non è così: il regime di Damasco non attacca lo Stato islamico, anzi. Il 2 giugno scorso, l’account Twitter usato dall’ambasciata americana in Siria (che formalmente è un consolato generale, le attività dell’ambasciata sono state sospese a causa della guerra civile), @USEmbassySyria, ha scritto: “Alcuni report dimostrano che il regime di Assad sta dando copertura aerea allo Stato islamico ad Aleppo, aiutando gli estremisti contro il popolo siriano”. E ancora: “Da tempo rileviamo che il regime siriano evita le linee dello Stato islamico, in completa contraddizione con le dichiarazioni di Damasco sulla lotta comune allo Stato islamico”. I nemici comuni, seppure non dichiarato, sono i ribelli, indebolirli è parte della strategia di Assad e dello Stato islamico.

 

[**Video_box_2**]Come tutto quel che riguarda la crisi siriana, si è sempre costretti a domandarsi che prezzo ha ogni scelta. L’ex generale e capo della difesa britannica fino al 2013, Lord Richards, qualche giorno fa ha ricordato gli errori del passato. Mente il Regno Unito sta pensando di combattere con forza e con una strategia nuova lo Stato islamico in Siria, dove per ora fornisce soltanto sostegno agli americani, senza escludere nemmeno l’utilizzo di mezzi e uomini di terra, Lord Richards dice: “E’ una grande vergogna, una cosa di cui ci vergogneremo per sempre, il fatto che avremmo potuto stroncare lo Stato islamico dalla nascita se avessimo attaccato Assad nel 2013”.

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