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Tanti soldi dati a Srebrenica, e in centro non c’è una panetteria

L’Italia ha contribuito con dieci milioni, l’ambasciatore italiano in Bosnia Erzegovina: “Srebrenica ha rappresentato la presa di coscienza collettiva di un fallimento dell’umanità”. A vent’anni dal massacro però la città è spettrale, non sono state ricostruite le case (e la Russia ancora mette veti).

10 Luglio 2015 alle 06:16

Tanti soldi dati a Srebrenica, e in centro non c’è una panetteria

Il cimitero di Potocari, a Srebrenica (foto LaPresse)

Srebrenica. “Quanti soldi sono stati investiti a Srebrenica dalla fine della guerra? Non lo saprà mai nessuno”, sorride rassegnato Marinko Sekuliç. Nato a Srebrenica, lavora per la radiotelevisione locale, oltre che per la tedesca Deutsche Welle. Negli anni, è stato l’unico giornalista che abbia tentato di dare una risposta a quello che qui si chiedono tutti: quanti soldi ha  dato la comunità internazionale a Srebrenica? E come sono stati utilizzati? “Non sono mai riuscito a condurre la mia ricerca – dice Marinko – Quasi subito sono cominciate le minacce, le intimidazioni. Molta gente si è arricchita grazie agli aiuti internazionali, soprattutto chi siede oggi al governo del paese. Di una cosa tuttavia si può essere certi: la comunità internazionale ha speso così tanto che Srebrenica avrebbe potuto essere ricostruita da zero. Con quei soldi avrebbero potuto rifarla in oro”.

 

L’11 luglio 1995 la città di Srebrenica e i rifugiati bosniaci musulmani che vi avevano cercato riparo caddero nelle mani delle truppe del generale serbo Ratko Mladic, abbandonati dai Caschi blu olandesi che avrebbero dovuto proteggerli. 8.372 uomini, giovani e anziani, furono massacrati in quello che nel 2007 la Corte dell’Onu ha riconosciuto come un “atto di genocidio”. Il massacro di Srebrenica è una ferita nella coscienza dell’occidente e dell’Onu, un momento che ha cambiato il modo di guardare il mondo e le oppressioni – in riparazione, i governi stranieri hanno riversato nella città una miriade di finanziamenti.

 

Che vi sia una correlazione tra impegno alla ricostruzione e senso di colpa è dimostrato dallo sforzo compiuto dal governo olandese, sul quale pesa la corresponsabilità nella strage: in vent’anni, L’Aia ha stanziato 122 milioni di euro nella città, diventando di gran lunga il suo primo donatore. La cifra elargita dagli olandesi basterebbe, da sola, a finanziare le spese dell’amministrazione locale per i prossimi trentacinque anni (il bilancio annuale si aggira attorno ai 3,5 milioni di euro). Altri governi hanno impiegato ingenti risorse nell’area. Tra i principali vi sono gli Stati Uniti (13 milioni di euro); la Gran Bretagna (6,5 milioni); la Malesia (600 mila euro); la Grecia (230 mila); il Giappone (138 mila) la Svizzera (68 mila). A questo bisogna aggiungere i fondi donati dalle organizzazioni internazionali: l’Undp ha investito 31 milioni di euro per la ricostruzione di Srebrenica, l’Unione europea 17. L’Italia ha contribuito con circa 10 milioni di euro. “Srebrenica ha rappresentato la presa di coscienza collettiva di un fallimento dell’umanità”, ha detto l’ambasciatore italiano in Bosnia Erzegovina, Ruggero Corrias.

 

Si tratta di dati parziali, ai quali bisognerebbe aggiungere i contributi dei soggetti non istituzionali (fondazioni, ong, privati) e quelli donati dai paesi musulmani (come l’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia) impegnati a favore dei “fratelli di fede” bosniaci musulmani ma restii a fornire informazioni ufficiali. Il totale potrebbe essere ben più elevato dal momento che, come riportato dalla stampa bosniaca, la procura di stato ha recentemente iniziato a indagare sulla malversazione di fondi per un totale di circa 500 mila euro. Parlando con il Foglio l’ufficio del procuratore di Bosnia Erzegovina non ha smentito la notizia, ma ha precisato “di non poter fornire ulteriori informazioni al riguardo”.

 

“In questa città sono stati investiti milioni e milioni di euro”, dice l’attuale sindaco di Srebrenica, Camil Durakovic. “Certo, occorrerebbe verificare come sono stati utilizzati questi soldi. Le organizzazioni e i governi internazionali qui hanno fatto soprattutto il proprio interesse. Gli stanziamenti sono serviti principalmente a pagare i salari dei loro esperti, le spese amministrative, pochissimi di questi fondi sono arrivati fino a noi. In compenso, la comunità internazionale può lavarsi la coscienza e sentire di avere fatto il proprio dovere nei nostri confronti”.

 

[**Video_box_2**]Il “proprio dovere”, la comunità internazionale a Srebrenica l’ha fatto per due decenni. I giornali bosniaci, nel periodo a cavallo tra il 2006 e il 2007, avevano persino soprannominato la città “il più grande cantiere di Bosnia Erzegovina”. Ma oggi Srebrenica resta una città fantasma, che si riaccenderà con la commemorazione dei vent’anni dal massacro, e con le polemiche. L’8 luglio il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha bocciato una risoluzione, proposta dalla Gran Bretagna per commemorare la carneficina del 1995, a causa del veto della Russia. L’ambasciatore russo all’Onu, Vitaly Churkin, ha definito la risoluzione “inaccettabile” perché qualificava apertamente la strage come “genocidio” – un’accusa che i serbi di Bosnia Erzegovina, storicamente vicini a Mosca, hanno sempre rigettato. Il voto ha avuto un ampio impatto nell’opinione pubblica, a Sarajevo come altrove. Questo ventesimo anniversario, più dei precedenti, è stato seguito da vicino dai giornali bosniaci e da quelli internazionali. Dal 12 luglio, però, Srebrenica tornerà a essere sola. Dei 36 mila abitanti originari, oggi in città non ne vivono più di cinquemila. Pochissimi, tra quelli che se ne andarono, vi hanno fatto stabilmente ritorno. Il centro resta uno dei più depressi dell’area – il solo, in tutto il paese, a non avere nemmeno la propria “pekara”, la panetteria. La ricostruzione delle abitazioni procede a rilento. “Durante la guerra 6.400 case sono andate distrutte”, dice Abdurahman Omiç, il responsabile per la ricostruzione: “Dopo vent’anni, ne abbiamo ripristinata soltanto la metà. Abbiamo ancora 2.700 richieste, ci troviamo in enorme difficoltà”. E ammette: “Il sostegno internazionale diminuisce di anno in anno”.

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