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Cosa non convince ancora della normalizzazione tra Cuba e Stati Uniti

Nell'entusiasmo generale per il disgelo tra i due paesi restano alcuni punti irrisolti tra l'Avana e Washington: dal pagamento dei danni causati dall'embargo alla libertà d'espressione.

2 Luglio 2015 alle 17:55

Cosa non convince ancora della normalizzazione tra Cuba e Stati Uniti

Una coppia cubana guarda alla tv il discorso di Obama del 1° luglio, in cui annuncia la riapertura delle relazioni diplomatiche tra l'Avana e Washington (foto LaPresse)

Stati Uniti e Cuba sono d’accordo sulla riapertura delle rispettive ambasciate, ma bisognerà aspettare ancora il 20 luglio, e fino ad allora saranno ambasciate senza ambasciatori. Iniziato ufficialmente il 17 dicembre con l’annuncio da parte di Barack Obama e Raúl Castro di voler normalizzare le relazioni, il cosiddetto Cuban Thaw aveva avuto in effetti un lungo processo di preparazione segreta preventiva, attraverso un lavoro di mediazione della Santa Sede che era iniziato almeno dal giugno del 2010. L’11 aprile c’è stato poi l’incontro diretto tra il presidente statunitense e quello cubano al Vertice delle Americhe di Panama, e il 29 maggio gli americani hanno ufficialmente tolto Cuba dalla “lista nera” dei paesi accusati di sponsorizzare il terrorismo. È un processo dunque che va avanti, ma con molta lentezza. Un po’ come, d’altronde, va avanti con estrema lentezza il processo di riforme intrapreso da Raúl Castro. È possibile dunque che da entrambe le parti si cerchi più la cosmesi che non la sostanza di un cambiamento vero?

 

“Possiamo aiutare a migliorare le vite dei cubani. Non possiamo permettere che il futuro sia ostaggio del passato”, ha detto Obama nell’annunciare la riapertura delle ambasciate. Fatto inusuale, il discorso è stato trasmesso dalla tv cubana in diretta, con sottotitoli in spagnolo. Ma nella lettera di risposta che Raúl Castro ha subito fatto leggere si dice sì, che “Cuba è animata dalla intenzione reciproca di sviluppare relazioni rispettose e di cooperazione tra i nostri popoli e governi”. Però si aggiungono anche alcuni requisiti per arrivare a una normalizzazione totale: fine dell’embargo, restituzione del territorio “illegalmente” occupato della base di Guantánamo, fine delle trasmissioni radio e tv americane verso Cuba, tacciate di “violare le norme internazionali e lesive della nostra sovranità”, e il versamento di un compenso al popolo cubano per “i danni umani e economici provocati dalle politiche degli Stati Uniti”. Obama può provare a soddisfare la prima di queste richieste. Contestualmente all’annuncio sulla riapertura delle ambasciate ha infatti chiesto al Congresso di revocare l’embargo. “Non ha funzionato, ha fatto sì che la vita del popolo cubano fosse peggiore”, ha detto il presidente americano riferendosi alle misure restrittive adottate contro Cuba. “E quando qualcosa non sta funzionando deve esserci, e ci sarà, un cambiamento”. Ma bisognerà vedere se otterrà i voti necessari, un obiettivo che, al momento, con la maggioranza repubblicana appare problematico. Quanto alle altre richieste, sembrano irricevibili. Un po’ come se, vista dall’altro punto di vista, gli Stati Uniti avessero posto come pre-condizione per la normalizzazione libere elezioni e il ritorno al pluralismo politico. Circolano però voci secondo cui anche a proposito della richiesta di risarcimento danni per l’embargo potrebbe esserci una trattativa. Gli Stati Uniti potrebbero riconoscere le proprie responsabilità in proposito, e in cambio Cuba potrebbe a sua volta pagare risarcimenti  alle vittime di quelle nazionalizzazioni motivate dall’embargo.

 

[**Video_box_2**]Non solo per l’ostilità del Congresso di Washington, anche dopo la riapertura delle ambasciate resteranno vari problemi. Dalla libertà di movimento dei diplomatici in entrambi i paesi, a un accordo sulle attività bancarie di entrambe le ambasciate. Quanto al nome del diplomatico che rappresenterà gli Stati Uniti sull’isola, per ottenere dalla maggioranza repubblicana della commissione Esteri del Senato un via libera, Obama sarebbe disposto a nominare il cubano-americano Carlos Gutierrez, amico di Jeb Bush ed ex segretario al Commercio di George W. Bush, nonché mentore di Marco Rubio. Ma potrebbe non bastare. D’altra parte, non aiuta a semplificare le cose il modo in cui il regime cubano continua ad arrestare dissidenti. La Commissione Cubana dei Diritti Umani denuncia che ci sono ancora nell’isola almeno 71 detenuti politici, che è certamente molto meno dei 15,000 risalenti a una quarantina di anni fa, ed è anche meno dei 114 che c’erano a giugno, ma resta comunque una cifra considerevole. Anche la Società Interamericana della Stampa (Sip) ha appena denunciato gravi pressioni ai danni dei giornalisti indipendenti.

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