Sbatti Uber in prima pagina

Pierre-Dimitri Gore-Coty e Thibaud Simphal, i general manager di Uber per l’Europa occidentale e per la Francia, sono stati rilasciati ieri dalla polizia giudiziaria di Parigi dopo un giorno e una notte passati in cella.

30 Giugno 2015 alle 17:49

Sbatti Uber in prima pagina

Manifestazioni dei tassisti francesi contro Uber la settimana scorsa (foto LaPresse)

Pierre-Dimitri Gore-Coty e Thibaud Simphal, i general manager di Uber per l’Europa occidentale e per la Francia, sono stati rilasciati ieri dalla polizia giudiziaria di Parigi dopo un giorno e una notte passati in cella. I due erano stati arrestati lunedì con l’accusa di aver organizzato un servizio di taxi illegale – UberPop, che consente ai comuni autisti di trasportare passeggeri –, e si dovranno presentare in tribunale a settembre per sostenere un processo. L’arresto dei due dirigenti è stata una pratica umiliante e dall’aria vagamente intimidatoria, nata dallo sciopero violento dei tassisti la scorsa settimana, e dalle parole del presidente francese François Hollande, che davanti allo spettacolo terribile di Parigi in subbuglio, di auto date alle fiamme, dell’aeroporto bloccato, di passeggeri presi in ostaggio, ha pensato bene di prendersela non con gli autori della rivolta – i tassisti – ma con Uber, che della rivolta è stato vittima: “UberPop deve essere fermato”, ha detto Hollande mentre ancora dalle strade di Parigi si rimuovevano le auto semidistrutte della compagnia. L’atteggiamento fazioso del governo francese è il sintomo più evidente di una tendenza che si è andata consolidando negli ultimi due anni in cui Uber si è espansa in 58 stati nel mondo, e che può essere identificata in una campagna costante di criminalizzazione.

 

Non parliamo soltanto delle decine di paesi in cui almeno un servizio di Uber è bandito, o in cui la compagnia sta affrontando processi, legislazione sfavorevole ad aziendam, e lotta quotidianamente (e con durezza) contro le corporazioni. Lunedì, mentre la Francia arrestava due dei massimi dirigenti di Uber in Europa, le cronache americane si riempivano di notizie dalla Florida, dove un driver di Uber, Steven Rayow, ha sparato nel piede a un passeggero dopo un litigio sfociato in rissa. Il riflusso di commenti su quanto Uber è inaffidabile e su come, signora mia, ormai a usare quella app si rischia di trovarsi con una pallottola piantata nel corpo è arrivato puntuale. Non è un caso isolato. Contro Uber si stanno scatenando alcuni istinti giustizialisti che in Italia vediamo applicati quotidianamente su altri fronti, e a leggere le cronache dei giornali internazionali, le dichiarazioni dei politici, i comunicati delle associazioni dei tassisti sembra di essere davanti a una banda di ex galeotti più cha a una compagnia di auto di lusso. Esistono siti internet con nomi inquietanti, come “Who’s driving you?”, che elencano le malefatte dei driver con sicumera: piccole rapine, molestie e incidenti danno l’impressione che viaggiare con Uber sia pericoloso, e il sottotesto è che solo una licenza da tassista può garantire la sicurezza dei passeggeri. Come se in alcuni paesi in cui Uber opera senza incidenti, per esempio il Messico, i crimini sui taxi non fossero un problema quotidiano ed endemico, come se la compagnia non avesse approntato contromisure efficaci e non usasse un sistema di rating dei driver. In questi giorni le associazioni dei tassisti con licenza hanno tappezzato Londra di manifesti che dicono tutto: “Perché correre il rischio? Usa un vero taxi e stai al sicuro”.

 

[**Video_box_2**]I giornalisti, anche loro categoria a rischio “disruption”, hanno un gusto particolare per le storie in cui l’eroe si trasforma in cattivo, deducono assunti generali dai singoli casi, lanciano la caccia al driver-mostro. Così usare Uber diventa “un rischio”, le ritrosie della politica non sono dettate dalla sudditanza alle corporazioni ma dall’amore per il bene pubblico, le proteste dei tassisti, anche quando sono violente, hanno una loro giustificazione. Reazioni spropositate come quella francese di questi giorni sono anche il frutto di questa campagna ben congegnata di criminalizzazione, che fa di Uber e dei suoi driver una casta di sorvegliati speciali, da cui non si solleva mai il sospetto.

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