C’è un caso al Jazeera

La rete del Qatar manda in prime time il capo di al Qaida. Le tecniche per rendere mainstreaming il jihad

5 Giugno 2015 alle 06:16

C’è un caso al Jazeera

Roma. Nell’ultima settimana il canale tv al Jazeera ha trasmesso in prima serata un’intervista in due puntate di un’ora ciascuna con il capo di al Qaida in Siria (il gruppo è conosciuto anche come Jabhat al Nusra), Abu Mohammed al Joulani. L’intervista è stata preceduta dalla trasmissione di due minuti di video ben confezionati sulla potenza militare di Jabhat al Nusra ed è considerata molto poco critica verso il gruppo, al punto che tra gli addetti ai lavori la domanda ora è: “Al Jazeera sta diventando la rete al Manar di Jabhat al Nusra?” (commento di Aaron Zelin, del Washington Institute). La rete al Manar è il canale libanese che trasmette 24 ore al giorno propaganda a favore del gruppo armato Hezbollah. La differenza è che al Jazeera è la rete satellitare all news più guardata nel mondo arabo, con un’audience effettiva di circa quaranta milioni di persone, e la sua linea editoriale fa capo al Qatar, che è una potenza politica di peso in medio oriente.

 

Emile Hokayem, autore di un saggio apprezzato sulla rivoluzione siriana (“Syria’s Uprising and the Fracturing of the Levant”), dice che è in corso un “mainstreaming” di Jabhat al Nusra, nel senso che il gruppo è reso “mainstream”, accettato dall’opinione pubblica. In un punto dell’intervista il giornalista di al Jazeera, Ahmed Mansour, tenta un apparentamento tra al Qaida in Siria e il gruppo della Fratellanza musulmana, che al Joulani cortesemente rifiuta. “Un giorno – scrive Hokayem – ci sarà da pentirsi di questo mainstreaming”. Di certo al Jazeera conferma per la seconda volta di avere una capacità di accesso  spettacolare ai gruppi di combattimento più importanti tra quelli che nel nord della Siria fanno la guerra al governo siriano di Bashar el Assad.

 

[**Video_box_2**]La linea politica molto determinata e deliberatamente sbilanciata di al Jazeera la sta mettendo nei guai. Il giorno prima della seconda puntata con al Joulani, il New York Times ha pubblicato una lettera aperta di un giornalista della rete finito in carcere al Cairo, in Egitto, dove l’edizione locale di al Jazeera è stata dichiarata fuorilegge perché considerata troppo schierata con la Fratellanza musulmana.  Il giornalista, Mohamed Fahmy, ha già passato 412 giorni in una prigione della capitale e ora attende il verdetto dei giudici, “ma a gettarmi in questa situazione che ha sconvolto la mia vita e quella dei miei cari non sono stati i magistrati egiziani, bensì il mio datore di lavoro” – a cui tra le altre cose ha fatto causa per ottenere un risarcimento di 83 milioni di dollari. Fahmy scrive che lui credeva di essere al sicuro perché lavorava per la rete internazionale di al Jazeera,  in inglese, neutra e distaccata, e non per quella egiziana, che cedeva spesso alla retorica incendiaria e in arabo. Ma il canale mescolava i servizi, il materiale, il girato, creando un’ambiguità in cui le due reti sembravano la stessa cosa proprio nei mesi in cui la Fratellanza era dichiarata “gruppo terrorista”, un’ambiguità in cui Fahmy e due colleghi sono rimasti prigionieri – compreso l’australiano Peter Greste, tirato fuori di cella dal suo governo dopo un anno di pressioni diplomatiche sull’Egitto.

 

Al Jazeera sta svolgendo il suo incarico ibrido di informazione e arma politica, quello che faceva irritare a tal punto l’ex presidente americano George W. Bush da farlo parlare, assieme all’ex primo ministro inglese Tony Blair, della necessità “prima o poi di bombardare” la tv del Qatar. Con un’egemonia mediatica fin troppo allargata. L’ex ostaggio americano di Jabhat al Nusra, Theo Padnos, che rimase prigioniero in Siria per due anni, raccontò al Foglio: “Dovunque mi spostavano, accendevano subito una tv su al Jazeera”.

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