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Pogrom xenofobi contro gli stranieri: in Sud Africa è caccia agli immigrati

Il Malawi invita i suoi cittadini ad abbandonare il paese. Le parole di un re zulu e del figlio del presidente Zuma incitano all’odio contro gli stranieri. E nel paese ci si comincia ad armare.

16 Aprile 2015 alle 16:58

Pogrom xenofobi contro gli stranieri: in Sud Africa è caccia agli immigrati

Alcuni protagonisti degli scontri in Sud Africa con gli stranieri

Nel paese che si è liberato dall’apartheid è iniziata la caccia agli immigrati. “Tornate a casa!”, è stato l’ordine che lunedì il governo del Malawi ha dato ai suoi cittadini residenti in Sud Africa. E non si è limitato a dirlo, ma ha pure avviato un’operazione di rimpatrio a proprie spese dopo gli ultimi episodi di violenza xenofoba partiti da Durban e che si sono estesi alle città vicine causando cinque morti, tra cui un ragazzino di 14 anni. Il Malawi è il primo paese africano a prendere una decisione del genere ma è probabile che altri lo seguiranno a breve. Tra le ultime quattro vittime, venerdì c’è stato anche un cittadino etiope, il cui negozio è stato incendiato a colpi di Molotov da una folla inferocita. Dei 250 stranieri che sono stati aggrediti in seguito agli ultimi moti di protesta, la gran parte proviene dalla Repubblica Democratica del Congo. 5 mila persone sono state costrette a fuggire dalle proprie abitazioni date alle fiamme, come i loro negozi.

 

A scatenare l’ira popolare è stato un discorso di Sua Maestà Goodwill Zwelithini kaBhekuzulu: il re degli Zulu, nono sovrano della dinastia iniziata nel 1816 dal “Napoleone zulu”, Shaka kaSenzangakhona. Ovviamente il regno dei suoi avi ormai è parte della Repubblica sudafricana, con il nome di Provincia del KwaZulu-Natal . Ma a Godwill passano uno stipendio e onori ufficiali, e in modo informale il “Napoleone zulu” ha ancora una notevole influenza su un’etnia che è la prima per numero tra quelle sudafricane, a cui appartiene lo stesso presidente Jacob Zuma. I pogrom contro gli stranieri si sono scatenati dopo che in un discorso il re aveva esortato gli immigrati a “tornarsene a casa”, per poi ridimensionare le sue parole dicendo che “era stato frainteso”, e che intendeva riferirsi solo ai “clandestini”. Ma nel frattempo il sangue era scorso, e gli edifici erano stati distrutti. “La situazione è tesa e quasi 360 malawiani sono bloccati dopo aver perso tutto, perfino i loro passaporti”, si è lamentato il ministro delle Informazioni del Malawi, Kondwani Nankhumwa. Tre mesi prima, peraltro, altri moti xenofobi si erano verificati a Soweto, la township di Johannesburg, già icona della lotta anti-apartheid. Il ricorso al collare di fuoco, un metodo di esecuzione che consiste in un copertone incendiato messo attorno al collo della vittima, in passato usato contro i “collaborazionisti” dei bianchi, è tornato a diffondersi dopo il 2008 e a essere usato contro i neri venuti dal resto del Continente a cercare pane e lavoro nel paese che è la locomotiva economica dell’Africa. Sono state almeno 62 le vittime degli attacchi xenofobi che ci sono stati in Sudafrica negli ultimi sette anni.

 

[**Video_box_2**]La polizia è intervenuta per sorvegliare i campi provvisori in cui gli stranieri fuggiti dalle loro case sono ospitati; 50 persone sono state arrestate a Durban per aver preso parte alle violenze, mentre contro gli episodi di violenza xenofoba è stata organizzata una marcia. Sebbene le autorità dicano che la situazione è ora “sotto controllo”, in realtà molti stranieri si stanno armando per potersi difendere: molte foto li mostrano provvisti soprattutto di machete, accrescendo la nota barbarica e tribale del conflitto. D’altra parte, tra i membri dell’élite nera, arrivata al potere dopo la fine dell’apartheid, non c’è solo re Godwill ad avercela con i troppi stranieri. Da una parte, il governo ha riconosciuto che c’è “da vergognarsi” per gli attacchi agli stranieri, ma dall’altra si è trovato in grande imbarazzo quando uno dei figli dello stesso presidente sudafricano, Edward Zuma, ha detto che gli stranieri “si stanno prendendo il paese” e che il Sud Africa “è seduto su una bomba a orologeria”. Considerato dai vicini una sorta di ‘paese della cuccagna’, nel paese la disoccupazione è al 24 per cento e gli emigranti sono accusati di portare via il lavoro ai residenti locali.   

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri" e, per ultimo, "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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