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Editoriali

Fatto, ma che stai a di'? Paragonare Davigo a Falcone è un affronto alla verità

Redazione

Sul suo giornale, Antonio Padellaro ha azzardato un parallelo davvero acrobatico tra l’ex pm di Mani pulite e il magistrato ucciso dalla mafia. Più che un confronto è un affronto, surreale

Più che un confronto è un affronto. Non tanto, o meglio non solo, alla memoria di un magistrato ucciso dalla mafia, ma alla verità. Sul Fatto quotidiano, Antonio Padellaro ha azzardato un parallelo davvero acrobatico tra Giovanni Falcone e Piercamillo Davigo. Entrambi invisi ai colleghi ed entrambi delegittimati, è il senso dell’articolo. Falcone, ricorda Padellaro, subì una “infame persecuzione nel contesto  di quella guerra ibrida”: si tratta della famosa vicenda del “Corvo di Palermo”, delle lettere anonime piene di calunnie e insinuazioni che avevano “come principale bersaglio la delegittimazione di quelle toghe coraggiose  impegnate nella costruzione del maxi processo” a Cosa nostra.

 

Veleni che venivano iniettati dall’interno del Palazzo di Giustizia, mostrando “uno spaccato impressionante della conflittualità esistente dentro la magistratura italiana fatta di invidie, gelosie, rancori, odi personali, allora come oggi”. Alla fine Falcone pagò a Capaci con la vita la sua lotta alla mafia, ma  era  “la sua fama  leggendaria a renderlo inviso nel suo stesso ambiente”, scrive Padellaro, che con un triplo salto mortale logico conclude che  “è il medesimo odio che ha finito per colpire”  l’ex pm di Mani pulite “Piercamillo Davigo, condannato per rivelazione di atti d’ufficio”. Il paragone ci appare surreale, a prescindere dalla differente statura tra i due. Perché nella vicenda dei verbali sulla “loggia Ungheria”, volendo restare nel parallelo di Padellaro, Davigo non è Falcone ma è il Corvo. E a prescindere dalla condanna  non  definitiva, Davigo ha diffuso all’interno del Csm i veleni di un calunniatore come Amara per regolare i conti con un altro magistrato, Sebastiano Ardita, additandolo come appartenente a un’inesistente loggia criminale e quindi isolandolo nel Consiglio. D’altronde, chi se l’immagina Falcone che nel palazzo del Csm invita un politico a lasciare il telefono e a seguirlo nella tromba delle scale, al riparo da intercettazioni, per spifferargli gli atti secretati di un’indagine al fine di delegittimare un altro magistrato?