La centrale termoelettrica a carbone di New Florence, in Pennsylvania: sarà dismessa nel 2028 (foto LaPresse) 

Più razionalità, meno emotività sul clima. Non siamo ancora alla fine del mondo

Vince Ebert

Più che salvare il pianeta, si tratta di renderlo un poco migliore, e a dispetto di quanto si dice lo stiamo già facendo. Il capitalismo, non il problema ma la soluzione. La questione energetica, l’elefante nella stanza. I limiti delle rinnovabili

Molte persone istruite considerano pura follia l’idea che il futuro possa essere migliore del presente. La paura per la fine del mondo imminente domina il dibattito sociale. Nessun talk-show, nessuna rivista naturalistica, nessun telegiornale può fare a meno di avvertire che il nostro pianeta è sull’orlo del collasso. Questo clima catastrofista e apocalittico è ancora più preoccupante perché non esistono evidenze scientifiche reali a sostegno di tali visioni profondamente pessimistiche. 


Che si tratti di esseri umani o di animali, di fronte alla paura e al panico qualsiasi creatura vivente reagisce fondamentalmente in tre modi: fugge, attacca o si finge morta. Nessuna delle tre opzioni è particolarmente efficace per risolvere problemi complessi. In effetti le istanze e le idee degli allarmisti climatici contemporanei, e dei governanti che si rifanno alle loro istanze, sono piuttosto semplicistiche: spegnere o vietare il più rapidamente possibile tutto ciò che emette CO2, fino alla richiesta radicale di abolire il sistema economico nel suo complesso. Ogni giorno ci viene ricordato che non è tanto il nostro comportamento a rovinare il pianeta. No, è il fatto stesso che esistiamo.


Preoccupati per il nostro futuro, abbiamo cominciato a chiudere le centrali nucleari e vogliamo fare a meno dell’energia a carbone entro il 2030. Sogniamo di salvare il pianeta con le auto elettriche e le pompe di calore, e da anni puntiamo sempre più sulle energie rinnovabili, che purtroppo però sono disponibili solo quando soffia il vento e c’è il sole.


Chi crede di dover salvare il mondo intero non può che fallire, perché rincorre un’utopia. E come hanno dimostrato molte utopie sociali del passato, alla fine si verifica l’esatto contrario di ciò che si vuole ottenere.


La prima buona notizia, tuttavia, è che non dobbiamo salvare il mondo ma “soltanto” renderlo un po’ migliore. La seconda buona notizia è che, a dispetto di quanto si dice, lo stiamo già facendo! E, ovviamente, il capitalismo non è il problema ma la soluzione. I dati sono lì a testimoniarlo.


Da oltre venti anni, l’Università di Yale pubblica l’Environmental Performance Index (EPI), che indica come si classificano i diversi Paesi in materia di tutela ambientale. In totale vengono utilizzati trentadue indicatori in undici categorie: qualità dell’aria, igiene e acqua potabile, metalli pesanti, gestione dei rifiuti, biodiversità e habitat, servizi ecosistemici, riserve ittiche, cambiamenti climatici, emissioni inquinanti, risorse idriche, agricoltura. Secondo le analisi, Danimarca, Lussemburgo, Svizzera, Regno Unito e Francia sono i Paesi con il punteggio più alto, seguiti da Austria, Finlandia, Svezia, Norvegia e Germania.


Ancora più interessante è il confronto tra l’indice di sostenibilità ambientale e un’altra classifica: l’Index of Economic Freedom. L’indice di libertà economica di un Paese è determinato sulla base di dodici criteri: diritti di proprietà, efficienza del sistema giudiziario, integrità del governo, pressione fiscale, spesa pubblica, salute fiscale, libertà imprenditoriale, libertà del mercato del lavoro, libertà monetaria, libertà commerciale, libertà di investimento e libertà finanziaria. Sulla base di questi criteri, Singapore è il Paese economicamente più libero del mondo, seguito da Nuova Zelanda, Australia, Svizzera, Irlanda, Taiwan, Gran Bretagna, Estonia, Canada e Danimarca. I Paesi economicamente meno liberi sono Corea del Nord, Venezuela, Cuba, Sudan e Zimbabwe. Se confrontiamo i due indici, scopriamo che i Paesi economicamente più liberi hanno anche i punteggi più alti nell’indice di sostenibilità ambientale. I Paesi economicamente meno liberi sono quelli che hanno anche i valori peggiori di sostenibilità ambientale. Da un punto di vista ecologico, il capitalismo non sembra essere il problema ma la soluzione.


Ma come sono gli standard ambientali dei Paesi più poveri che hanno importanti relazioni commerciali con quelli ricchi? La tendenza è chiara: in pratica i Paesi ricchi con un indice di sostenibilità molto alto non cooperano con i Paesi in via di sviluppo che hanno un indice di sostenibilità estremamente basso. Anche il grado di cooperazione aumenta con l’aumentare dell’indice di sostenibilità. I Paesi in via di sviluppo che ancora oggi fanno scempio dell’ambiente lo fanno da soli o in collaborazione con Paesi poco sensibili alla questione ecologica.


Negli ultimi diecimila anni il mondo è cambiato come mai prima. Abbiamo inventato l’agricoltura e l’allevamento, fondato città e praticato il commercio. Nel 1500, sulla terra vivevano solo cinquecento milioni di persone. A quel tempo, quattro o cinque moderne navi portacontainer avrebbero potuto imbarcare l’intero carico di tutte le navi mercantili del mondo. Con l’inizio della Rivoluzione industriale, questa crescita ha subito una straordinaria accelerazione. Abbiamo inventato il motore a vapore, il telaio meccanico e il motore a ciclo Otto. Le lanterne a gas sono state sostituite dalle lampadine elettriche, hanno cominciato a diffondersi i fertilizzanti chimici, gli aeroplani e i microchip. Alexander Fleming ha scoperto la penicillina. L’agronomo Norman Borlaug ha creato una varietà di grano in grado di produrre il triplo, dando il via alla rivoluzione verde. Oggi sul pianeta vivono quasi otto miliardi di persone. E il paradosso è che, nonostante l’enorme crescita demografica, la maggior parte di queste persone sta meglio oggi di quanto siano mai stati i loro e i nostri antenati.


Dieci anni fa ho incontrato l’economista Max Roser a una conferenza sul futuro. Roser insegna a Oxford e ha fondato la piattaforma online gratuita Our World in Data. Qui, sulla base di fonti di dati serie, è possibile vedere in grafici interattivi come negli ultimi centocinquant’anni le condizioni di vita siano incredibilmente migliorate in quasi tutti i Paesi. La tendenza è chiara, è uguale se guardiamo l’evoluzione dei tassi di povertà, dell’aspettativa di vita, del lavoro minorile, dell’alfabetizzazione, dell’accesso all’acqua potabile, delle vittime dell’inquinamento atmosferico, delle catastrofi naturali o dei conflitti armati, delle calorie pro capite o del reddito medio. Cinquanta, cento o duecento anni fa tutti gli indicatori erano peggiori, a prescindere da quale decidiamo di considerare. Negli ultimi decenni persino la superficie forestale complessiva è cominciata ad aumentare. Negli ultimi trent’anni il nostro pianeta è diventato più verde! Non sarebbe una bellissima notizia da ascoltare al telegiornale? Nonostante le notizie del giorno suggeriscano il contrario, per molti aspetti il mondo è migliore oggi di quanto non sia mai stato dall’inizio della storia.


Fino a trent’anni fa la crescita economica di tutte le nazioni era sempre accompagnata da un contemporaneo aumento delle emissioni di CO2. Negli anni Novanta questo rapporto si è interrotto. Da allora il prodotto interno lordo dei Paesi industrializzati ha continuato a crescere, ma le emissioni pro capite di CO2 sono diminuite grazie a tecniche di produzione più efficienti e pulite, e al crescente utilizzo di fonti energetiche a bassa emissione di carbonio. Affermare quindi che dagli anni Novanta non è stato fatto niente di positivo in difesa del clima, non è del tutto vero. D’altronde negli anni Novanta, oltre al riscaldamento terrestre, avevamo anche altri problemi ambientali da dover affrontare con una certa urgenza: il buco nell’ozono, le emissioni dei motori diesel, l’inquinamento industriale, la contaminazione del suolo e delle falde acquifere, etc. Molti di questi problemi per fortuna li abbiamo risolti o quanto meno considerevolmente attenuati. Se nel 1900 avessimo detto a uno studioso che oggi sulla Terra ci sarebbero state quasi otto miliardi di persone, tutte sfamabili con i moderni metodi di produzione agricola, ci avrebbe guardato incredulo. E se gli avessimo spiegato che per produrre tutto il cibo sarebbe stato necessario solo il 3 per cento della popolazione, ci avrebbe preso per pazzi.


Molti paladini del movimento per la sostenibilità condannano il libero mercato e il capitalismo e ritengono che la minaccia più grande per il nostro pianeta sia la crescita economica mondiale. Non si rendono conto che la crescita economica dipende principalmente dallo sviluppo costante di nuove idee per utilizzare le risorse in modo più efficiente. Se una certa materia prima scarseggia, il prezzo aumenta inevitabilmente. Questo a sua volta crea una pressione economica per utilizzare la materia prima con maggiore parsimonia, per sviluppare tecniche di produzione migliori o addirittura per portare avanti innovazioni che sostituiscano del tutto la materia prima in questione.


Nel XIX secolo, ad esempio, l’olio di balena era una delle risorse più importanti della nascente società industriale. All’epoca i capodogli venivano cacciati senza pietà. Il grasso delle balene era la materia prima per le candele ed era necessario per la produzione di saponi, unguenti, lubrificanti, colori, grassi alimentari e prodotti per la cura del cuoio. Le baleniere si moltiplicarono, le balene si ridussero sempre di più e il prezzo dell’olio di balena salì alle stelle. All’apice della caccia al capodoglio, il geologo Abraham Pineo Gesner era alla ricerca di un’alternativa economica. Fece esperimenti con il carbone e lo scisto bituminoso e ideò velocemente una nuova tecnica che consentì di produrre “olio di scisto” a basso costo e senza sforzo. Nel 1850 fondò la Kerosene Gaslight Company, chiamò “petrolio” l’olio che aveva ottenuto e ne brevettò la produzione. Da un giorno all’altro l’olio di balena non interessò più a nessuno. E anche se in seguito le balene continuarono a essere cacciate per altri motivi, l’industria petrolifera emergente contribuì a farle riprodurre. Paradossale, vero? Probabilmente, senza volerlo, le grandi aziende capitalistiche hanno salvato più balene del popolo di Greenpeace. 


Invece di intervenire in modo “sostenibile”, l’umanità si inventa sempre qualcosa di nuovo. Le multinazionali hanno inventato la moderna protezione delle colture e i fertilizzanti chimici. L’agronomo Norman Borlaug, come accennato sopra, studiò e sviluppò colture ad alto rendimento, che portarono a un’esplosione dei raccolti di cereali in tutto il mondo. Nel 1972, mentre il Club di Roma rivendicava lo “stato di equilibrio” invece della crescita, Borlaug dimostrò che era vera e giusta una visione praticamente opposta e per questo fu insignito del Premio Nobel per la pace: non solo aveva salvato centinaia di milioni di persone dalla fame, ma anche miliardi di chilometri quadrati di natura e foreste che con la pura agricoltura biologica sarebbero stati distrutti. Paradossalmente, questo è considerato l’esatto contrario di “sostenibile” dagli odierni salvatori del mondo.


Tuttavia, serve un’ulteriore puntualizzazione di carattere generale, vorrei fare chiarezza su due cose del tutto diverse che vengono regolarmente confuse: la politica climatica e la politica ambientale. I gas serra non vanno equiparati all’inquinamento atmosferico causato da gas di scarico tossici, particolato o cose simili. La protezione dell’ambiente riguarda i danni concreti alla natura e le misure finalizzate alla sua salvaguardia. A proposito di protezione del clima, invece, non sappiamo nemmeno cosa dovremmo proteggere, preservare o salvare nello specifico. È molto più facile eliminare una sostanza tossica ben determinata da un fiume preciso che arginare intelligentemente un gas atmosferico senza il quale non ci sarebbe vita sulla Terra.


E questo argomento ci porta direttamente alla vera questione che rappresenta l’elefante nella stanza, ossia la questione energetica! Che ci piaccia o no, in molte parti del mondo avere una fornitura di energia sicura e a buon prezzo è una questione prioritaria rispetto al tentativo di mantenere stabile la temperatura globale. 


Nel 2022 il Sudafrica ha completato la quarta centrale elettrica a carbone più grande del mondo ed entro il 2025 la Nigeria, il maggiore produttore di greggio dell’Africa, avvierà circa cento centrali a petrolio e a gas. Il Paese più popoloso dell’Africa sta puntando su progetti di raffinazione e petrolchimica per soddisfare la crescente domanda interna e diminuire la dipendenza dalle importazioni.


I combustibili fossili sono più popolari che mai in tutto il mondo. Negli ultimi vent’anni, ad esempio, la Cina ha triplicato le emissioni di CO2. La Repubblica Popolare consuma già oggi più carbon fossile di tutti gli altri Paesi del mondo messi insieme. E la tendenza è in aumento. È vero che i cinesi stanno investendo anche nell’energia verde, ma questa quota è ancora di gran lunga al di sotto del 10 per cento del bilancio complessivo del Paese. L’Agenzia internazionale per l’energia stima che nel 2040 tre quarti della domanda energetica cinese proverrà ancora dai combustibili fossili. La situazione è simile in tutto il mondo. Secondo una previsione di ExxonMobil, nel 2040 petrolio, gas e carbone rappresenteranno ancora quasi il 75 per cento del mix energetico.


Sono proprio i Paesi svantaggiati a essere assetati di energia sicura ed economica. I carburanti a base di petrolio pesano poco, sono facili da stoccare, poco costosi da trasportare, veloci da rifornire e versatili nell’uso. Ecco perché sono ancora senza concorrenza. In termini di densità energetica, solo un’altra materia prima usata in ambito commerciale batte il petrolio: l’uranio. L’uranio ha una densità energetica davvero enorme, difficile da immaginare: è di circa due milioni di volte superiore al carbone e un milione di volte superiore al petrolio. Se l’intero fabbisogno energetico della nostra vita dovesse essere soddisfatto dalla fissione dell’uranio, si produrrebbe una quantità di scorie nucleari che entrerebbe facilmente in una lattina. 


Che oggi gran parte della popolazione mondiale abbia accesso a un’energia economica e stabile, che sempre più persone in tutto il mondo possano godere di un benessere generale dipende principalmente dal fatto che le tecnologie e le fonti energetiche inefficienti sono state sostituite da altre più efficienti: il cavallo dalla macchina a vapore, la stufa a legna dal riscaldamento a gasolio, la barca a vela dalla nave container, la centrale elettrica a carbone dal reattore autofertilizzante veloce.


Benessere e progresso sono sempre andati di pari passo con un aumento dell’efficienza. Ed è proprio questo il grande dilemma delle cosiddette “energie rinnovabili”, che non possono competere con le fonti di energia convenzionali in termini di rendimento. Quando in televisione un esperto di transizione energetica spiega con grande retorica che grazie alle reti intelligenti o ai rivoluzionari successi della tecnologia solare ed eolica siamo alle porte di un futuro d’oro, si tratta di una truffa della fisica. Il limite dell’energia eolica e solare non consiste nella loro tecnologia, non ancora completamente sviluppata (a quanto si insiste a sostenere), ma nella loro pessima densità energetica. E le leggi della fisica non possiamo cambiarle.

  

  
Una centrale nucleare di medie dimensioni produce circa undici TWh all’anno. Ciò significa che per sostituire una centrale nucleare con l’energia eolica è necessario un parco eolico con tremila turbine. Una centrale nucleare del genere occupa di solito un’area di 1,4 km². Un parco eolico dotato di tremila impianti richiederebbe invece un’area di ben 750 km². Il fotovoltaico ha bisogno di un’area ancora più grande.


Un altro aspetto da non sottovalutare è l’altissimo fabbisogno di materiale delle fonti rinnovabili. Il rendimento energetico di una fonte inefficiente può essere ottenuto solo con un maggiore impiego di materiale. Per ricavare un megawatt di energia dal vento è necessaria una turbina eolica da duecento tonnellate con un rotore dal diametro di cinquanta metri. Per ricavare un megawatt dalla benzina basta un motore di Formula 1 da duecento chili, grande come un forno. Nel caso di pale eoliche alte centocinquanta metri e dighe di sbarramento chilometriche, è evidente già a prima vista che la loro costruzione divora una grande quantità di risorse, soprattutto cemento. In confronto, i pannelli solari sottili e leggeri sembrano innocui, ma si sa, le apparenze ingannano. Se calcoliamo la quantità di vetro, metallo e altri materiali che devono essere utilizzati per generare un terawattora di elettricità, il fotovoltaico è molto più dispendioso di qualsiasi altra forma di produzione di energia.


Se da un lato abbiamo molta paura del riscaldamento globale, dall’altro temiamo ancora di più le centrali nucleari. Questo nonostante il fatto che l’energia nucleare produca elettricità quasi neutrale dal punto di vista delle emissioni di CO2 e sia quindi una delle misure più efficaci per proteggere il clima. Inoltre, dal punto di vista statistico, è la forma di energia meno pericolosa in assoluto. Particolarmente impressionante è la cosiddetta “Energy Deathprint”. Un valore che per ogni tipo di fonte energetica indica il numero di vittime per quantità di energia generata. Il pericolo dell’energia nucleare è allo stesso livello di quello dell’energia eolica o solare.


Dobbiamo a questo punto ricordare una cosa che può apparire generica ma che in realtà è centrale per capire la situazione in cui ci troviamo. Una società quanto più è sviluppata tanto più è un sistema complesso e dinamico. E nei sistemi complessi e dinamici non esistono equilibri permanenti. I sistemi dinamici crescono a spirale verso l’alto, verso stati sempre nuovi. Le invenzioni tecniche, le scoperte scientifiche, la crescita demografica, i disastri naturali, le rivoluzioni, i crolli in borsa, le pandemie, le nuove tecniche di produzione, i movimenti migratori, etc. Per sua stessa natura, quindi, la società moderna è in continuo cambiamento. Nessuno stato è uguale al precedente. L’idea che in un sistema dinamico si possa trovare uno stato di equilibrio che possa essere mantenuto è assurda.
Mi viene sempre da sorridere quando i paladini della sostenibilità accusano i loro detrattori di essere retrogradi e oscurantisti. In realtà è il concetto stesso di sostenibilità che contiene questo elemento di opposizione al progresso, l’idea errata che in un sistema dinamico esista uno stato statico perpetuo a cui si deve tornare con ogni mezzo.


Potrebbe suonare come una boutade ma, centocinquant’anni fa, gli esperti dell’epoca concordavano sul fatto che il più grande problema ambientale delle grandi città sarebbe stato lo sterco di cavallo. Forse i nostri pronipoti saranno altrettanto divertiti nell’apprendere che all’inizio del XXI secolo ci preoccupavamo delle nostre scorte di petrolio. L’essere umano è innovativo e inventivo. Dovrebbero esserci meno divieti e restrizioni, e dovremmo sostenere maggiormente l’apertura a tutti i tipi di tecnologia. Perché è così che in passato abbiamo creato il futuro. E siamo riusciti a estrarre e utilizzare le materie prime in modo più efficiente e parsimonioso. L’idea dei limiti alla crescita è un’idea sbagliata. La verità è che le nostre risorse sono praticamente inesauribili. E con l’ingegno e la fantasia saremo in grado di utilizzarle sempre meglio.


Sono dell’idea che più razionalità e meno emotività gioverebbero al dibattito attuale su come salvare il mondo. E infine, ma non per questo meno importante, c’è bisogno di più ottimismo!

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