l'intervista

Oltre lo spread. Il riscatto dei paesi del sud Europa spiegato da Citi

Mariarosaria Marchesano

Per la banca d’affari americana Citi il differenziale scenderà a 110 entro quest’anno. Giada Giani, senior economist di Citi per l’Europa, dice al Foglio che questo fenomeno va inquadrato soprattutto “nell’inatteso riscatto dei paesi del Sud Europa"

Il buongiorno si vede dallo spread sovrano. E quello dell’Italia da qualche settimana sta scivolando piano piano, ma senza ripensamenti, verso i livelli dei primi mesi del governo Draghi. Ieri ha chiuso a 124 punti base, molto lontano dai livelli di allarme raggiunti in passato ma per la banca d’affari americana Citi il differenziale scenderà a 110 entro quest’anno. Giada Giani, senior economist di Citi per l’Europa, dice al Foglio che questo fenomeno ha diverse spiegazioni ma che va inquadrato soprattutto “nell’inatteso riscatto dei paesi del Sud Europa che crescono più della media dell’area”.

 

In ogni caso, la discesa dello spread, destinata a consolidarsi con l’atteso taglio dei tassi da parte della Bce, rappresenta una benedizione per il governo Meloni poiché riduce sensibilmente i costi del debito pubblico aiutando a far quadrare i conti dello stato. “Nella percezione del mercato – dice Giani – l’Italia ha un governo stabile, è dinamica dal punto di vista industriale e gode i benefici sia di riforme impopolari che sono state fatte in passato, come quella delle pensioni, sia del fatto di avere un sistema bancario risanato e più che solido”. Insomma, tanto per fare un paragone, è come quando un’azienda in crisi si risolleva dopo un piano di ristrutturazione: il nuovo management raccoglie i frutti di chi ha fatto svalutazioni e tagli, è così per il governo Meloni? “Nel complesso è così e nei confronti dell’Italia il sentiment dei mercati è positivo, anche se c’è consapevolezza del fatto che, rispetto ad altri paesi europei, deve affrontare sfide difficili come quella dell’invecchiamento della popolazione e dell’elevato debito pubblico. In più, questo governo eredita 170 miliardi di crediti fiscali dal superbonus, che rappresentano un rischio che pesa sulla crescita futura”.

 

Per spiegare, però, come si sia passati dai quasi 200 punti di spread registrati lo scorso autunno quando è stata varata la manovra economica che sforava il rapporto deficit/pil, e il feeling tra Palazzo Chigi e i mercati sembrava finito, bisogna partire un po’ più da lontano, secondo l’economista di Citi. “La performance economica della periferia dell’Eurozona ci ha sorpreso positivamente – comincia – tra il quarto trimestre del 2019 e il quarto del 2023 il pil del sud Europa, che comprende Italia, Spagna, Grecia e Portogallo, è cresciuto del 6,3 per cento a fronte di una crescita di solo 3 per cento dell’Eurozona nel suo complesso, e quindi ancor più bassa nei paesi del nord”. A cosa è dovuto questo? “Soprattutto a un maggiore dinamismo industriale ma anche a politiche fiscali che si sono rivelate favorevoli alla crescita economica. Ci aspettavamo che la crisi energetica, la stretta creditizia, l’affievolirsi degli effetti della riapertura post Covid e la diminuzione del sostegno fiscale avrebbero pesato molto su Italia e Spagna. Siamo stati smentiti. Così abbiamo rivisto al rialzo le prospettive di crescita della periferia dell’Eurozona per il 2024-25 poiché i venti si dimostrano più lievi ed emergono nuovi venti favorevoli”.

 

Si sente così ottimista anche in quest’anno elettorale per l’Europa? “Si, molto di più che in passato poiché mi pare che le forze populiste, italiane come di altri paesi, abbiano smesso di rivendicare l’uscita dall’Unione europea per concentrarsi su altre battaglie, come quella dell’immigrazione”. In più c’è un altro dato significativo: la crescita economica più elevata del sud Europa sta avvenendo senza generare più inflazione della media perché ad espandersi è anche l’offerta sostenuta dagli investimenti del Recovery Fund, il cui impatto positivo, secondo Giani, si comincia ad avvertire anche se non ci sono ancora dati su cui ragionare.

 

“L’Italia – osserva l’economista  – è inserita in questo mood positivo che sarà rafforzato dalle future mosse della Bce: tassi più bassi vuol dire meno pressione sugli spread sovrani dei paesi più indebitati come il nostro. Questi benefici di contesto, chiamiamoli così, si confrontano con fattori di rischio”. Che cosa vuol dire? “Guardando a un orizzonte più ampio, l’Italia si trova ad affrontare diverse, ben note, sfide di crescita rispetto al resto della periferia, che implicano uno sviluppo potenziale molto inferiore. Mi riferisco anche al tema dell’eredità della spesa fiscale per il superbonus. I generosi crediti d’imposta per le ristrutturazioni delle case hanno rafforzato l’attività edilizia di circa il 25 per cento rispetto al trend del 2021, con un incremento diretto del pil di un punto in tre anni. Le stime che includono anche gli effetti indiretti raggiungono 2,5 punti. Poi la misura è stata affievolita a inizio 2023 e dovrebbe essere eliminata del tutto quest’anno, anche se il governo potrebbe optare per una riduzione graduale proprio per non impattare sul pil del 2024 e del 2025. Ma, intanto, l’abbuffata del superbonus ha messo un’ipoteca sulla futura crescita dell’Italia se non si riesce a individuare un sistema per alleggerire o diluire nel tempo il peso dei crediti fiscali che lo stato si troverà a rimborsare”.

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