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Lo scaffale di Tria

Meglio favorire i consumi attuali o quelli futuri? I dubbi di Luigi Einaudi sono gli stessi di oggi

Giovanni Tria

Le sfide economico-finanziarie del 2024 richiamano quelle esposte e anticipate dall'ex presidente della Repubblica già nel 1956. Il futuro è pieno di decisioni cruciali sulle quali pendono anche investimenti, trasformazione verde e transizione digitale 

"Aumentare la percentuale del reddito nazionale prodotto all’interno destinato a investimenti lordi (netti o nuovi o per incremento) dal 12,9 al 18,2 vuol dire tuttavia diminuire la percentuale destinata al consumo; nell’ipotesi dello schema Vanoni dal 78,4 al 74,6 per cento. Non si può gridare ogni giorno che importa investire, investire, che gli investimenti devono essere ‘massicci’ e poi strillare che bisogna anche consumare di più, star meglio, dare salari migliori agli occupati e salari invece di sussidi ai disoccupati. Bisogna scegliere; o una proporzione maggiore al risparmio e una proporzione minore al consumo; ovvero una proporzione minore al primo e una maggiore al secondo; ma non si può aumentare ambe le proporzioni; che i conti non tornerebbero. Trascuro l’ipotesi che la proporzione rimanga invariata; perché ciò non solo sarebbe un caso inverosimile, ma vorrebbe dire stazionarietà e disoccupazione". 
 

La lunga citazione è dal saggio di Luigi Einaudi dal titolo Di Ezio Vanoni e del suo piano, compreso nelle “Prediche inutili” (Dispensa seconda, giugno 1956, Giulio Einaudi Editore).
 

Non è qui il luogo per entrare nel dibattito di teoria macroeconomica, keynesiana o post-keynesiana, o sul giudizio storico sul Piano Vanoni, che riguardava il decennio 1954-1964. Ma non è male rileggere come sia possibile scrivere cose chiare, comprensibili ai cittadini, circa gli obiettivi che un governo si vuol dare, e le compatibilità tra i diversi obiettivi. In particolare, è di tutta evidenza che la scelta sottolineata nel brano riportato è quella tra investimenti e consumi, laddove l’auspicata maggiore crescita dei primi è diretta a sostituire alcuni consumi presenti, da cui dipende il nostro benessere attuale, con maggiori consumi futuri e quindi il benessere futuro. Ciò è sempre vero, almeno se si mantiene l’assunzione che gli investimenti siano utili.  Naturalmente programmare maggiori o minori investimenti non implica che questi poi si realizzino in una economia di mercato in cui la gran parte degli investimenti dipende dalle scelte di risparmio e di investimento di privati. Ma un obiettivo un governo dovrebbe porselo, in modo da utilizzare i vari strumenti di politica economica, diretti o indiretti, in modo coerente all’obiettivo stesso, e dovrebbe spiegarlo in modo chiaro ai cittadini.

Ora qual è oggi l’obiettivo del governo in tema di quota degli investimenti sul prodotto interno lordo? Se guardiamo ai dati contenuti nel Documento di economia e finanza, vediamo che nel triennio programmatico di previsione (2024-2026) la quota degli investimenti fissi lordi sul pil, che non si discosta da quella relativa allo scenario tendenziale, è previsto in media intorno al 22,2 per cento. Si tratta di un incremento di meno di un punto percentuale rispetto al triennio precedente post pandemico (2021-2023), di un incremento sostanziale rispetto ai sette anni pre-pandemia dove in corso di “austerity” questa quota oscillava intorno al 18,5 per cento, ma ancora al di sotto della quota di pil destinata a investimenti nel primo decennio di questo secolo, almeno fino alla crisi del 2008, che oscillava tra il 23 e il 24 per cento. Ora i dati macroeconomici dello scenario presentato dal Def appaiono più previsioni che obiettivi e probabilmente le previsioni di crescita verranno corrette, come tutte le previsioni, non dipendendo peraltro solo da variabili manovrabili dal governo nazionale.

Ma in un contesto di possibile minore crescita come si cercherà di sostenere la quota destinata agli investimenti rispetto a quella destinata ai consumi? E in ogni caso, può essere considerata soddisfacente la quota di investimenti prevista oggi? Nella prospettiva di dover presentare, in base alle nuove regole del Patto di stabilità e crescita, un piano settennale di aggiustamento strutturale, la domanda non è del tutto irrilevante. Come non lo è nella prospettiva di un compito di trasformazione strutturale dell’economia italiana alla ricerca di una riconversione green e digitale necessaria a mantenere la posizione dell’Italia nell’economia globale. Di qualunque cosa parliamo oggi, parliamo di fatto di investimenti aggiuntivi, investimenti “massicci” per richiamare il termine usato da Einaudi. E per di più di investimenti non tanto destinati ad aumentare la capacità produttiva, ma a mutare la capacità produttiva, cioè a produrre in modo diverso, probabilmente cose diverse e servizi diversi. E quindi si dovrà consumare diversamente, ma probabilmente non di più, almeno per un certo periodo. Le scelte a cui chiamava Einaudi nel 1956 sono davanti a noi nel 2024.

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