Occidente da difendere, imprenditori eroi e capitalismo come antidoto alla povertà. La lezione di Milei

Luciano Capone

Il neo presidente argentino al World Economic Forum, in quello che a sinistra viene considerato un “tempio del neoliberismo”, è andato a predicare il suo vangelo libertario

Nel 1947, al primo incontro della Mont Pelerin Society, il cenacolo di intellettuali liberali che si proponeva di rilanciare il libero mercato e la società aperta dopo la catastrofe della guerra, nel mezzo di una discussione su alcune misure redistributive a cui partecipavano liberisti integrali come Milton Friedman, il libertario Ludwig von Mises si alzò ed esclamò: “Siete tutti una banda di socialisti!”. E’ più o meno la scena, su una dimensione pubblica e globale, che si è manifestata a Davos con il discorso di Javier Milei. Il neo presidente argentino, che di Mises è un figlio intellettuale, in quello che a sinistra viene considerato un “tempio del neoliberismo”, è andato a predicare il suo vangelo libertario. “Oggi sono qui per dirvi che l’Occidente è in pericolo”, è l’attacco di Milei. Ed è in pericolo perché “coloro che dovrebbero difendere i valori occidentali sono cooptati da una visione del mondo che porta inesorabilmente al socialismo e, di conseguenza, alla povertà”. Il riferimento è alle leadership politiche, ma anche all’élite economica e intellettuale che si ritrova al World Economic Forum a descrivere i problemi e i fallimenti del capitalismo, anziché a esaltarne i successi e perorarne la causa. L’establishment occidentale “ha abbandonato il modello della libertà per diverse versioni di collettivismo”. E il suo paese, secondo Milei, rappresenta in anticipo cosa significa questa parabola per l’Occidente: l’Argentina è stata uno dei primi paesi nel 1860 ad “adottare il modello della libertà” diventando il più ricco al mondo; “mentre quando abbiamo abbracciato il collettivismo, negli ultimi 100 anni, siamo diventati sistematicamente più poveri fino a scendere al 140° posto”.

Milei ripercorre la cavalcata della crescita esponenziale prodotta dal modello liberale negli ultimi 200 anni, ma va oltre. Non sostiene solo che “il capitalismo della libera impresa” è il sistema più efficace per produrre prosperità e sradicare la povertà, ma è anche “l’unico sistema moralmente desiderabile per realizzarlo”. Tra una citazione di Israel Kirzner, che descrive il mercato come un “processo di scoperta”, e una implicita di von Hayek quando parla della “via della schiavitù” in cui è precipitata l’Argentina e verso cui rischia di incamminarsi l’Occidente, Milei esalta eticamente la figura dell’imprenditore (“un benefattore sociale”). E mette in guardia dalle nuove forme di socialismo, che non si manifesta più con la proprietà statale dei mezzi di produzione, ma con un’ideologia – ormai comune a tutte le famiglie politiche – che favorisce sempre di più la regolamentazione e l’intrusione statale. I socialisti hanno dovuto abbandonare la “lotta di classe”, ma hanno inventato altri due conflitti per portare avanti la loro agenda: lo scontro uomo-donna (femminismo) e quello uomo-natura (ambientalismo). Il messaggio di Milei, rivolto marxianamente “agli imprenditori di tutto il mondo”, è: “Non lasciatevi intimidire”. E non sentitevi in colpa: “Voi siete benefattori sociali, siete eroi, siete gli artefici del più straordinario periodo di prosperità mai vissuto. Che nessuno dica che la vostra ambizione è immorale”. Insomma, un manifesto politico e ideologico che ormai pochi capi di stato pronunciano, al limite in Sudamerica, ma solo contro il modello capitalista. Sembra paradossale che il defensor fidei del Capitalismo venga “dalla fine del mondo”, da un paese devastato dall’inflazione e sull’orlo del suo decimo default. Ma, vedendo la parabola dell’Argentina, ha una sua razionalità.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali