I (non) effetti del voto

I mercati, euforici per il calo dell'inflazione, non pensano al Mes

Mariarosaria Marchesano

Nonostante il voto del parlamento italiano la Borsa sale e lo spread scende. Merito dell'inflazione in crescita e dell'attesa degli operatori della riduzione del costo del denaro nel 2024

Bocciare il Mes in questo momento è come mettere una bomba in un negozio la notte di Capodanno, nessuno se ne accorge. La battuta, cinica, di un importante operatore finanziario sintetizza bene il clima che si respira sui mercati il giorno dopo la decisione del Parlamento italiano di respingere la ratifica della riforma del Meccanismo europeo di stabilità. Una figuraccia nei confronti dell’Europa, gridano allarmate le opposizioni (con i Cinque Stelle, però, che hanno votato come Fratelli d’Italia e Lega). Ma il buon umore sulle borse europee, in una giornata in cui lo spread Btp-bund è sceso a 156 punti base, livello che non si vedeva dal governo Draghi, racconta in parte un’altra storia. “E’ un rigurgito di populismo a tutti gli effetti e anche abbastanza trasversale – dice al Foglio l’economista Lorenzo Codogno (London School of economics) – ma in questo momento i mercati sono positivi per le aspettative di riduzione dei tassi e non vedono rischi imminenti per la scelta dell’Italia, che, comunque, secondo il mio punto di vista è un errore madornale”. 


In effetti, a partire dal 2024 sono previsti ben sei tagli del costo del denaro. Forse c’è anche un eccesso di ottimismo, ma tant’è e questo sentiment condiziona tutto il resto. “La palla sulla riforma del Mes passa al nuovo Parlamento europeo – prosegue Codogno – e nel frattempo gli investitori non percepiscono pericoli per la stabilità finanziaria  perché non ci sono crisi bancarie in vista, perché ci sono i fondi di Next generation Eu e perché c’è sempre il Tpi, lo scudo anti spread, a cui l’Italia può ricorrere in caso di difficoltà. I mercati ragionano così anche se questo non vuole dire che non vedano in prospettiva che non avere un argine più alto alle crisi bancarie possa essere un problema per l’Europa. Ma per ora non se ne preoccupano”. 


Ciò che ha fatto veramente tremare i governi dei paesi più indebitati fino a qualche settimana fa è stato il vertiginoso aumento dei rendimenti dei titoli di stato: i treasury americani decennali hanno raggiunto il 5,2 per cento a fine ottobre e i titoli italiani della stessa durata sono arrivati a sfiorare il 5 per cento mentre erano attesi i verdetti delle agenzie di rating. Le politiche fiscali di molti paesi sono fuori controllo: ecco quello che si sentiva ripetere nel mondo degli investitori. Poi l’inflazione è calata, anche più delle attese, e l’economia è rallentata. Così le due principali banche centrali del mondo, Fed e Bce, anche se la prima più della seconda, hanno fatto capire che la stretta monetaria è finita alimentando una fase di euforia. E’ stato un punto di svolta, che ha rimesso in sintonia gli investitori internazionali con i titoli di stato, anche con quelli tricolore a giudicare dalla riduzione dello spread. 


Ora, se nell’Eurozona c’è una schermaglia sul Mes, viene percepito come una questione prettamente politica. E’ così? “Esatto, anche perché tutta la vicenda ha assunto in Italia i tratti di una soap opera nazionale che in altri paesi europei non si vede – osserva l’economista – Io che da Londra tutte le sere guardo i tg nazionali resto esterrefatto per come vengono raccontati temi cruciali come quelli del Patto di stabilità e del Mes”. Che vuol dire esattamente? Autorevoli esponenti del governo stanno dicendo che con le nuove regole l’Italia guadagna 30-35 miliardi di maggiore ampiezza fiscale. Non è così? “Esiste la comunicazione tecnica e la propaganda. Direi che l’Italia non guadagna proprio nulla, ha sì conquistato una certa flessibilità con il nuovo Patto, ma sempre un paese fortemente indebitato resta e sempre dovrà dimostrare di poter ridurre il rapporto tra deficit e pil. Solo che avrà un periodo più lungo per poterlo fare. Come quando allunghi la durata di un prestito”. E sul Mes? A oggi, l’unico strumento di cui dispone l’Europa per affrontare le crisi bancarie è il Fondo di risoluzione, che ha una dotazione di 55 miliardi (a proposito, quest’anno viene versata l’ultima rata). Con il Mes riformato si sarebbero potuti utilizzare altri 68 miliardi ma non sarà così per colpa dell’Italia. 

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