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i dati

Bollette più care? Un po' di chiarezza sulla liberalizzazione dell'energia

Carlo Stagnaro

Il mercato è la vera tutela. Bugie da smontare in vista della fine del regime tutelato. La necessità di coinvolgere i consumatori, le colpe di politici e media

Davvero qualcuno pensa che l’Unione europea si sia sadicamente incaponita per obbligare gli italiani a pagare bollette più salate? 
Breve carrellata di come politici e giornali italiani hanno rappresentato la liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica, prevista dal Pnrr: “Il passaggio costerà miliardi di euro in più, ci saranno aumenti medi del 34 per cento” (Elly Schlein); “Un errore che ci siamo trovati sul tavolo” (Matteo Salvini); “Rischia di aggravare le difficoltà economiche delle famiglie” (Giuseppe Conte); “Una rapina sociale” (il Manifesto). Se la pensate così, allora chiedete scusa a Alberto Bagnai e Claudio Borghi per aver insolentito le loro posizioni anti euro. Se invece pensate che forse le cose stanno un po’ diversamente, dimenticate tutto quello che avete letto in questi giorni e proseguite la lettura.

 

Partiamo, allora, dal fondo. Salvo cambiamenti ormai improbabili, il 10 dicembre l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (Arera) celebrerà le gare per individuare i nuovi fornitori di circa 5 milioni di clienti domestici “non vulnerabili”, che ancora usufruiscono del regime di maggior tutela. I vincitori saranno obbligati a garantire, per almeno tre anni, la fornitura alle famiglie interessate, a condizioni economiche tali da riflettere l’andamento dei costi all’ingrosso (aggiornati trimestralmente, come nel caso della tutela) più una componente tariffaria finalizzata a coprire i costi di commercializzazione dell’energia elettrica. Nel caso della tutela, tale componente (che si chiama Pcv) vale il 7,7 per cento della bolletta del consumatore medio. Che le aste si chiudano con una richiesta tale da far crescere di oltre un terzo l’entità delle bollette, come ha detto Schlein, è semplicemente impossibile, perché vorrebbe dire moltiplicare per cinque tale valore. Lo dice l’aritmetica. Lo dice la disciplina dell’Arera, la quale fissa un tetto massimo oltre il quale non ci si può spingere. E lo dice l’esperienza. La stessa procedura si è svolta infatti nel 2021 per le piccole e medie imprese e nel 2022, nel bel mezzo della peggiore crisi energetica di sempre, per le microimprese, in entrambi i casi con risparmi considerevoli. Il commento dell’Arera è esplicito in proposito: “È ragionevole ipotizzare che qualora le procedure concorsuali si fossero svolte in un diverso contesto di mercato avrebbero registrato una maggiore partecipazione, con riflessi ancora più positivi sugli esiti d’asta, circostanza questa che sarà ancora più cruciale in vista delle prossime procedure” per i clienti domestici.

 
In sintesi, con la fine della maggior tutela i clienti coinvolti non verranno spinti direttamente sul libero mercato, ma saranno serviti da un nuovo fornitore a condizioni molto probabilmente migliorative. La ragione di questo passaggio – che non è previsto, per esempio, nel caso del gas, di cui nessuno sembra giustamente preoccuparsi – è che il grado di concentrazione del mercato elettrico è oltre i livelli di guardia. L’operatore dominante ha una quota di circa il 60 per cento e ce l’ha perché, al momento della liberalizzazione, si è scelto di assegnare l’erogazione del servizio di tutela, inizialmente riferito alla totalità dei piccoli consumatori, a società collegate agli operatori della rete di distribuzione locale. Questa scelta ha nei fatti artificialmente protratto negli anni l’eredità del monopolio che si stava cercando di smantellare. Ed è per questo che la fine della maggior tutela deve passare attraverso una riassegnazione dei clienti. Ma perché prendersi la briga di forzare i tempi? In fondo, si potrebbe obiettare, più del 70 per cento dei clienti ha già scelto un fornitore nel libero mercato, e molti di loro ne hanno tratto immenso beneficio l’anno scorso. Infatti, più dei tre quarti avevano sottoscritto contratti a prezzo bloccato. Per questa ragione hanno speso leggermente di più negli anni precedenti (mediamente 20-30 euro all’anno). Ma quando è stato necessario, hanno scoperto di aver vinto la scommessa, in quanto nel corso dell’anno hanno risparmiato circa 250 euro rispetto ai “tutelati”. Poiché ogni anno le uscite dalla tutela (attorno al 4 per cento del totale dei clienti, con un picco del 6,5 per cento nel 2022) sono di un ordine di grandezza superiori ai rientri (attorno allo 0,2 per cento annuo), il perimetro della tariffa regolata si andrebbe fisiologicamente a esaurire. 

  
Tuttavia, la stessa esistenza di un prezzo regolato – che tra l’altro si chiama maggior tutela, dando quindi un messaggio massimamente ingannevole – costituisce una distorsione del mercato. Infatti, o i prezzi di tutela sono superiori a quelli di mercato (nel qual caso rappresentano un costo sociale), o sono all’incirca allineati alla media (nel qual caso sono inutili), oppure sono sistematicamente inferiori (nel qual caso costituiscono un danno al buon funzionamento del mercato perché implicano una vendita sottocosto, possibile solo grazie all’intermediazione di un ente pubblico, Acquirente Unico, che non ha pressioni di bilancio). Come dimostra il confronto tra le offerte sul mercato e la tutela, non è così, anche perché in ogni momento esistono offerte comunque molto più economiche della tutela. Ma in alcuni momenti lo è stato e soprattutto questa era l’intenzione originale. Lo ha confermato, indirettamente, uno dei padri della liberalizzazione – improvvisamente risvegliatosi nonno della restaurazione – cioè Pier Luigi Bersani. L’ex ministro dell’Industria ha detto: “Questi piccoli utenti che diventano massa critica [grazie all’Acquirente unico] hanno potuto sempre spuntare prezzi migliori e funzionare da punto di riferimento per il resto del mercato che non poteva discostarsi troppo da tale prezzo”. Sta proprio qui il motivo per cui una cesura è necessaria, e non a caso è da anni sollecitata dal Garante della concorrenza e dalle istituzioni europee. Lo vediamo bene nei dati: la maggior parte dei consumatori ancora in tutela non ha mai cambiato fornitore. Chi lo fa, capisce come funziona il mercato e tende a scegliere offerte alternative, esattamente come accade per la telefonia e altri servizi. Nel caso delle pmi e delle microimprese, si è registrato un aumento dei cambi di fornitore o di offerta proprio all’indomani delle aste che le hanno coinvolte: attivare i consumatori è precisamente uno degli obiettivi della riforma, la cui importanza viene spesso sottovalutata. 

 
C’è un altro motivo ancora per cui, oggi, questa operazione è necessaria. Il settore dell’energia sta attraversando una trasformazione profonda, tecnologica, comportamentale e negli obiettivi da perseguire. Come ribadiscono a ogni piè sospinto i principali organismi internazionali, come l’Agenzia internazionale dell’energia, la transizione energetica non può essere delegata unicamente alle politiche pubbliche e agli investimenti dal lato dell’offerta, più o meno indirizzati dai governi. È necessario ingaggiare anche i consumatori, rendendoli concretamente partecipi dei mercati, e spingendoli, per esempio, ad adattare i propri comportamenti alle situazioni concrete. Per come funzionano i mercati elettrici, i prezzi orari sono generalmente maggiori quando per soddisfare la domanda è necessario bruciare gas naturale, mentre scendono quando le fonti rinnovabili coprono una quota maggiore del fabbisogno. Ciò significa che, spostando i consumi da un momento all’altro, si può contemporaneamente risparmiare e ridurre gli impatti ambientali. Perché questo avvenga è necessario costruire offerte commerciali più sofisticate e relazioni tra clienti e operatori più articolati rispetto alla tutela. Per esempio, alcune offerte contengono consulenze o apparecchi per migliorare l’efficienza energetica: in tal caso, è possibile che il singolo kWh in media costi di più, ma tale extra-costo è più che compensato dalla riduzione dei consumi o dal loro spostamento in momenti migliori. Processi di questo genere sono semplicemente impensabili all’interno delle rigide gabbie della regolamentazione.

 
Significa che tutto va bene? Certamente no: se tutto andasse bene, non ci sarebbe bisogno né di accelerare l’abbandono della tutela, né di farlo attraverso un processo tanto complesso. C’è, in particolare, un aspetto di fragilità del mercato che andrebbe messo nel mirino: hanno ragione le associazioni dei consumatori quando lamentano la confusione informativa. Le associazioni rappresentate nel Consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti hanno chiesto al ministro Gilberto Pichetto Fratin un incontro urgente per discutere della necessaria campagna informativa, che in teoria dovrebbe sensibilizzare i consumatori in generale sulle opportunità del libero mercato e spiegare le modalità della transizione a quelli “tutelati”. Tale campagna avrebbe dovuto essere varata fin dal 2017, ma finora tutto ciò che è stato fatto è inviare delle comunicazioni in bolletta tecnicamente ineccepibili, ma scritte in un oscuro burocratese incomprensibile ai più e con l’appeal grafico e comunicativo di un gatto vivo nello stomaco. Le dichiarazioni in libertà dei politici e gli strilli allarmistici dei giornali hanno fatto il resto. Così, la terribile esperienza di molti consumatori tormentati da call center truffaldini, che cercano di propinare contratti pirata veicolando messaggi infondati, si alimenta proprio dell’entropia determinata dal dibattito in corso. In fondo, se il vicepremier e la leader dell’opposizione dicono all’unisono che all’inizio del prossimo anno finirà il mondo, perché mai non dovremmo credere a un telefonista che dice di chiamare per conto del proprio fornitore e propone di passare con un concorrente perché “tra poche settimane finisce la tutela e le staccheranno la luce”? (esperienza reale di chi scrive).

 
Se avessero a cuore l’interesse dei consumatori, il governo e l’opposizione dovrebbero prendere di petto il problema del teleselling aggressivo e soprattutto fornire informazione concreta, verificabile e utile alle persone, perché solo così si possono gettare le fondamenta di una buona concorrenza. Invece, il Parlamento si è precipitato ad approvare un emendamento che impone la clausola sociale per i contact center, al di fuori di ogni logica, come denunciato immediatamente dall’inascoltata Arera. Il paradosso è che non c’è alcun rischio occupazionale all’orizzonte, nel senso che lo spostamento di clienti da un fornitore all’altro implica che, se l’uno avrà una riduzione delle chiamate da gestire, l’altro ne avrà un aumento. Sicché l’unico effetto della norma, oltre a fare ulteriore confusione, è di obbligare alcuni ad avvalersi di centralini scelti da altri e di creare, ancora una volta, quel caos informativo che è come benzina gettata sul fuoco degli operatori truffaldini. Sarebbe ingeneroso non riconoscere gli sforzi di quei rappresentanti politici della maggioranza e dell’opposizione che hanno cercato di mantenere il dibattito nel solco della razionalità, seppure in alcuni casi con toni critici, da Raffaele Fitto a Enzo Amendola, da Luigi Marattin a Luca Squeri, da Benedetto Della Vedova ad Antonio Tajani fino a Carlo Calenda. Ma è sconfortante vedere come un tema delicato e sentito sia diventato l’occasione di una rissa senza costrutto, che fa male alla fiducia reciproca, fa male ai consumatori e conviene solo a chi si agita nel fango della disinformazione. A dispetto di tutto e tutti, in qualche modo arriveremo alla liberalizzazione, non tanto perché fa parte degli obblighi europei, quanto perché è nella naturale evoluzione delle cose. Ma ancora una volta non si può che prendere atto di una sconfitta collettiva nel modo in cui stiamo affrontando la discussione, agitando problemi inesistenti e ignorando quelli reali, e in ultima analisi allontanando la soluzione di questi ultimi e creandone di nuovi.


Tra poche settimane, a Dio piacendo, si svolgeranno le aste e sarà evidente a tutti che, diversamente dai “vulnerabili” che ne sono stati esclusi, 5 milioni di famiglie avranno accesso a offerte più convenienti. Nel giro di qualche mese subentreranno i nuovi fornitori e molti clienti prenderanno confidenza col nuovo mondo, cambieranno venditore e cercheranno l’offerta migliore. Sarà evidente a tutti quel che dovrebbe essere ovvio già da tempo: anche nei mercati dell’energia elettrica e del gas, ogni individuo ha esigenze diverse che non possono essere soddisfatte da un istituto obsoleto e distorsivo come la tutela. E della buriana di questi giorni resterà solo il vago rumore di fondo di un conflitto politico inconcludente, che danneggia gli altri senza far bene a sé.