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L'intervista

L'Italia di Draghi? È in sicurezza. Parla il ministro Cingolani

Claudio Cerasa

L’unico sovranismo buono è quello dell’indipendenza energetica. Rischio embargo? Il paese è forte. Cinque regole per non consegnare l’Italia alla “agenda Tafazzi”.  Niente ecologismo ideologico e basta Nimby. Intervista al ministro della Transizione ecologica 

E’ in moto, Roberto Cingolani, e la conversazione viene e va. Ministro, sta scappando? “No, prendo aria”. Si prepara al dopo? “Mi preparo all’estate”. E dopo l’estate?  “Mi preparo al dopo estate”. E dopo l’estate? “Scusi, c’è una galleria”. Clic. Riproviamo. Ministro, si è messo in fuga? “Ci sono”. Cosa c’è per Cingolani dopo l’estate? “C’è il dopo estate”. Ministro, divaga? “Come tutti i ministri che avevano un lavoro importante prima di andare al governo sono diligentemente in cerca di opportunità. In Italia funziona così: fai un lavoro importante, vai al governo a servire il tuo paese, finisce il governo e devi giustamente occuparti anche della tua vita.  Me ne sto occupando”. Si sta occupando anche della vostra eredità? “Oddio, quale?”. Quella del vostro governo. “Certo”. Ne parliamo? “D’accordo, proviamo”.

È preoccupato da ciò che accadrà dopo di voi? “In che senso?”. L’Italia ha di fronte a sé una fitta agenda dei doveri. Riuscirà chi verrà dopo di voi a considerare quell’agenda come un’opportunità e non come una minaccia? “Guardi, io non ho motivo di dubitare che il prossimo governo, qualunque esso sia, non manterrà l’agenda molto serrata del Pnrr. Ne sono profondamente convinto. Sia per questioni di responsabilità, come è ovvio che sia, perché solo un irresponsabile potrebbe pensare di rimettere in discussione un contratto firmato con la Commissione europea, sia per questioni di opportunità, perché il Pnrr è un patto vincolante e non tenere fede a un patto vincolante significa minare alla radice la credibilità di un paese. Io,  se posso essere sincero,  sono ottimista. In questi mesi, il governo Draghi ha lavorato bene. Le strutture predisposte non solo nei ministeri ma anche a livello centrale, anche all’interno di Palazzo Chigi, hanno la forza di lavorare garantendo continuità a un percorso che considero irreversibile”. Ci sta dicendo che chiunque andrà al governo avrà le mani legate e non potrà fare nulla? “Sto dicendo una cosa diversa. Credo che l’Italia, oggi, goda di grande credibilità a livello internazionale. Credo che gran parte del  merito sia legato a ciò che in questi mesi ha rappresentato una figura come Draghi. Ma credo  che parte del merito sia legata anche a una rotta che l’Italia mi sembra abbia imboccato. Un posizionamento a livello internazionale chiaro, senza ambiguità, e un impegno costante a trasformare la sua credibilità in un  valore aggiunto per contare in Europa.  E  qui però la credibilità  non dipende da una sola persona. Dipende dalla capacità di prendere degli impegni e di rispettarli. Dipende dalla capacità di  andare avanti verso questa direzione. Passo dopo passo. Non ripensamento dopo ripensamento. O rallentamento dopo rallentamento. E se mi consente, i risultati del  nostro  lavoro sono sotto gli occhi di tutti. Guardate la crescita.  Guardate l’occupazione”.

Guardiamo anche l’energia, però. L’inflazione spaventa, lo sappiamo, ma con l’inverno che si avvicina non ci si può non porre una questione cruciale: l’Italia è pronta a fare i conti con una eventuale chiusura dei rubinetti del gas da parte della Russia?I numeri ormai li conosciamo e li conoscete a memoria. L’obiettivo dello stoccaggio al  90 per cento, per l’Italia, è  facilmente raggiungibile. Al momento, mentre parliamo, abbiamo da poco superato il 74 per cento. Fra ottobre e novembre centreremo il risultato, senza derogare ai nostri doveri sulla decarbonizzazione. E centrare il risultato significa almeno due cose: sovranità energetica. Ma per poter lavorare con serietà, anche nel futuro, su  questo fronte dovremmo essere in grado di combattere e non assecondare alcuni tabù”. Ce ne dica uno. “Un tabù, ovviamente, è quello della necessaria diversificazione delle fonti di approvvigionamento. L’Italia sta rimpiazzando i trenta miliardi di metri cubi russi non solo con una grande accelerazione sulle rinnovabili ma anche con circa 25 miliardi di metri cubi di  altra provenienza, prevalentemente africana, che andranno a regime all’inizio del 2024. Il percorso è segnato, così come la strategia, che prevede anche una diversificazione dei paesi da cui ci andremo a rifornire di gas negli anni a venire, per non essere dipendenti da nessuno, ma per poter essere fino in fondo padroni del nostro destino occorre avere il coraggio di non fare passi indietro laddove dobbiamo fare passi in avanti. E’ vero che sono paesi un po’ complicati, però diciamo meglio cinque paesi complicati con un contributo di ciascuno minimo che un paese molto complicato che offre un contributo totalizzante”.  


E con i rigassificatori, con Piombino, come la mettiamo? “E’ inutile girarci intorno. Per essere padroni del nostro destino, occorre avere una capacità superiore rispetto a quella che abbiamo, come capacità di trasformazione del Gnl, e per farlo ci servono due navi di rigassificazione, come quelle che abbiamo già acquistato  e che resteranno non per trent’anni ma per due anni in porti come quelli di Piombino. Due navi che ci consentono di aumentare la capacità di rigassificazione di dieci miliardi di metri cubi. Dieci miliardi che se aggiungiamo ai tre attualmente disponibili ci aiuteranno a essere sovrani e indipendenti e ci consentiranno, qualora dovesse succedere, di affrontare senza drammi l’eventuale, anche se al momento remota, chiusura dei rubinetti della Russia”. E dovesse succedere? “Lo dico assumendomi la responsabilità di quello che sto per dire. Io credo che l’Italia sia all’interno di un perimetro di sicurezza energetica credibile. Un perimetro che ci permette di essere in una posizione di forza vera nei confronti dei nostri colleghi europei. Abbiamo il gas, abbiamo le alternative, abbiamo una strategia, abbiamo un progetto e abbiamo la forza di poter trasformare la nostra nuova posizione di forza in una grande leva anche per far pesare la nostra politica estera”. A cosa si riferisce?  “Mi riferisco al fatto che nessun paese come l’Italia può vantare di avere cinque gasdotti che arrivano sul suo territorio e che nessun paese come l’Italia può candidarsi a essere il nuovo hub energetico dell’Europa. E’ un’opportunità geopolitica enorme. Che ci fortifica, che ci responsabilizza e  che ci impone di avere un approccio diverso, forte, serio, pragmatico, risoluto anche con tutti i paesi che si trovano nel Mediterraneo. L’agenda dei doveri può essere un  limite per chi fugge dalle sue responsabilità, ma può essere un’opportunità per chi sceglie di trasformare le transizioni in occasioni per rigenerare il paese”.

 

Non ha paura Cingolani della così detta agenda Tafazzi? “Sarebbe?”. La particolare capacità dell’Italia di martellarsi da sola in mezzo alle gambe. “Ci sono cinque modi per evitare questo scenario, diciamo così. Un primo tema: porre un freno all’ambientalismo ideologico. Un secondo tema: porre un freno  all’egemonia delle burocrazie che considerano l’immobilismo come l’unica forma possibile di tutela del paese. Un terzo tema: porre un freno alla sindrome Nimby. Un quarto tema: non aver paura di considerare la neutralità tecnologica come un motore della transizione ecologica. Un quinto tema: non derogare per nessuna ragione ai nostri doveri sulla decarbonizzazione, ricordandosi però che la tutela dell’ambiente non deve mai e poi mai essere messa in contrapposizione con la tutela del nostro benessere. Vi faccio un esempio. C’è qualcuno al mondo che ama il gas? Ovviamente no. C’è qualcuno che può negare che ricavare energia dalle rinnovabili sia preferibile che ricavarle dal gas? Ovviamente no.  Ma allo stesso  tempo, mi chiedo, in modo retorico: c’è qualcuno che può negare che, nell’attesa di avere maggiore energia rinnovabile, sia preferibile avere più gas rispetto ad avere più carbone? Ovviamente no. Vede, direttore, il punto è questo. Non bisogna pensare al  futuro del nostro comparto energetico avendo la presunzione di credere che possa esistere un silver bullet. Occorre essere più umili, mettere da parte i pregiudizi e rendersi conto che un’azione di governo responsabile debba essere neutrale, complessa, non ideologica. E per fare questo  occorre, se mi consente,  non una burocrazia che frena ma una burocrazia che aiuta”. Ci fa un esempio? “Ce ne sarebbero troppi di esempi, esempi che ho sperimentato in questi mesi sulla  mia pelle.  Me ne viene in mente uno: le sovrintendenze”. A cosa si riferisce? “Mi riferisco ad alcune procedure,  forse dovrei dire pratiche, che sembrano essere costruite più per bloccare che per promuovere. Mi riferisco a  tutta quella serie di  poteri frenanti, se mi è consentita l’espressione, che più che agevolare la semplificazione promuovono la complicazione. Non c’è  un caso specifico, direi più che altro che  esiste un metodo specifico. Mi verrebbe quasi da dire: una forma mentis”. Ministro, esempi? “Me ne viene in mente uno, fra i tanti. Tutti sono d’accordo sulla grande necessità di accelerare le rinnovabili. Nei primi 7 mesi del 2022, Terna ha comunicato richieste di allacciamento per 9 gigawatt, quindi sicuramente un risultato enorme se si considerano gli 1,3 gigawatt dell’anno precedente. Nonostante questo, continuiamo ad avere qualche problema perché ci sono un sacco di impianti che per questioni paesaggistiche non vengono autorizzati. E, ripeto, io sulle rinnovabili scommetto: ogni 8 gigawatt di rinnovabili si risparmiano circa due miliardi di metri cubi di gas, ma se le rinnovabili vengono continuamente ostacolate come si fa a far fare un passo in avanti all’Italia?”. Ce lo dica lei. “Il punto è ragionare sulle priorità. La priorità è l’ambiente e l’indipendenza energetica o la priorità  è la tutela dogmatica di un paesaggio? Sono domande difficili da porsi, lo so, ma  essere responsabili, a  volte, significa anche saper scegliere. Significa anche capire quali sono le priorità di un paese. Significa capire che a volte non scegliere significa condannare il paese a non essere credibile”.


Saper scegliere, però, ministro, significa anche avere il coraggio di  compiere scelte impegnative. Significa anche guardare in faccia la realtà. Significa ammettere che piazzare navi con rigassificatori per lavorare il gas liquido ignorando che sotto quelle navi vi sono miliardi di  metri cubi in attesa di essere estratti non  è un grande servizio che viene offerto al paese. “E’ un tema, sì. Con la massima onestà intellettuale, bisogna ricordare che, purtroppo, nel 2000 l’Italia produceva più del 20 per cento del nostro gas, mentre nel 2020 ne produce appena il 3 per cento. E la quantità di gas totale consumato, dal 2000 a oggi, è purtroppo sempre la stessa. Quindi non è che abbiamo migliorato l’ambiente: consumiamo sempre lo stesso gas, ma invece di prendere il nostro lo abbiamo comprato da fuori.  La posizione del governo Draghi è sempre stata coerente: ricominciamo, laddove è possibile,  ad aumentare un po’ la nostra quantità di gas in modo da ridurre l’importazione, creando un’economia di scala capace di generare a sua volta occupazione. Se mi chiede, poi, se non sia stato un errore micidiale quello compiuto negli ultimi anni, di ridurre la produzione di gas italiano senza ridurre il consumo di gas e senza dunque migliorare l’ambiente, dico di sì: è stato un errore grave. Rispetto alla sua domanda, invece, dico che no: all’Italia servono risposte urgenti e  per avere risposte urgenti non ci si può mettere a scavare,  perché i risultati di quel lavoro sarebbero apprezzabili solo nel futuro, tra dodici o diciotto mesi. Dopo di che, sì, è il caso di ammetterlo: sul medio-lungo termine una riflessione su questo tema andrebbe fatta e aumentare la produzione di gas per diminuirne l’importazione mi sembra un percorso che merita di  essere seguito”.

 

Ministro, possiamo dire che tra le eredità consegnate da questo  governo ai suoi successori vi è anche un approccio meno ideologico sul nucleare? “E’ un argomento sensibile, come è noto, e io penso che tutte le sensibilità sul tema vadano rispettate. Però, sì, possiamo dire che oggi, sul tema, c’è un approccio diverso, per fortuna più pragmatico, e si è scelto di riflettere. Oggi si può parlare di centrali di quarta generazione, di fusione, di futuro. Non dico che è una soluzione pronta, ma dico che lasciarsi aperte le porte per studiare è saggio, è corretto. Ci sono nuove tecnologie in  arrivo e discuterne non  può più essere un tabù”. Ministro, ma nel concreto, che cosa vuol dire che la difesa dell’ambiente deve essere compatibile con la difesa del nostro benessere? “Vuol dire una cosa semplice. Vuol dire mettere a fuoco due parole: ‘Just Transition’. La transizione giusta. Un’idea non di Cingolani o di Draghi ma dell’Unione europea, della Commissione, che dovendo trovare un modo per sintetizzare la sua idea di transizione ecologica non ha mancato di ricordare che una transizione debba essere anche giusta, oltre che efficace. Questo vuol dire lavorare per un compromesso. Lavorare per non mettere la transizione in mano all’ideologia”.

 

E’ ideologico dire che il New Green Deal europeo e il Pnrr debbano essere modificati anche alla luce delle trasformazioni indotte dalla guerra in Ucraina? “Se ci fossero delle criticità, non sarebbe ideologico, ma è ideologico non riconoscere che la road map energetica è ancora solida e continua ad andare nella direzione giusta. Vale per i piani sulla transizione, vale  per i piani sulla circolarità, vale per i piani sull’idrico. L’impianto tiene, regge, e mi sembra molto significativo che il percorso immaginato prima della guerra sia ancora solido, capace di reggere alle emergenze del presente e a quelle eventuali del futuro. Dunque no. Più che occuparci di come cambiare qualcosa che funziona mi preoccuperei di pensare a come attuare qualcosa che potrebbe far funzionare meglio la nostra economia”. Se dovesse immaginare le questioni cruciali sulle quali dovrebbe lavorare con urgenza il suo successore? “I temi, andando all’osso, sono due. L’energia da un lato, con l’agenda dei doveri che abbiamo appena declinato, e la circolarità dall’altro lato. Sono due dossier complementari, che non possono però essere declinati senza mettere a fuoco un altro grande tabù: l’organizzazione della macchina dello stato”. Ancora, ministro? “Ancora. Non mi smetterò mai di ripetere, a costo di attirarmi antipatie, che senza una macchina dello stato organizzata, senza macchine anche ministeriali adeguate alla velocità di crociera che meriterebbe l’Italia, per un paese ambizioso come il nostro non sarà mai possibile essere fino in fondo un modello di internazionalità e di credibilità adeguato alle sfide della nostra epoca. Non basta un singolo per cambiare un processo, occorre cambiare un modello di gestione dell’ordinario. Parlo di procedure, di policy, di organizzazione, di deleghe, di responsabilità”. 


In conclusione, ministro, ci aiuti a risolvere un mistero. Ci spiega, di grazia, se esiste questa benedetta agenda Draghi? “Certo che esiste”. E cos’è? “E’ una prassi di governo che funziona su due livelli. Innanzitutto è un metodo di lavoro: usare la credibilità di una figura autorevole come quella di Draghi per poter aumentare il peso specifico dell’Italia sui dossier internazionali. In secondo luogo è un approccio per così dire di sistema: usare l’Europa non come un nemico da cui difendersi ma come un vettore per sostenere il paese. E dunque, usare i contratti firmati, gli impegni sottoscritti, l’integrazione tra le istituzioni come una leva per governare le emergenze e far crescere un paese. Mi pare abbia funzionato bene”. Domanda secca, per concludere. Se la Russia dovesse chiudere i rubinetti in autunno, o anche prima, l’Italia resterebbe in mutande? “Domanda secca e risposta secca: no. Glielo spiego anche con qualche numero. I russi in questo momento stanno offrendo all’Italia qualcosa come 20-25 milioni di metri cubi al giorno. Quindi se dovessero tagliarli tutti, sui circa 100 milioni di metri cubi che ha a disposizione oggi l’Italia, si sopravviverebbe tranquillamente. Sarebbe un problema da gestire, ma sarebbe gestibile. L’Italia che consegniamo a chi verrà dopo di noi in fondo è questa: un’Italia più forte, più centrale, più consapevole dei suoi vizi e delle sue virtù”. 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.