Il premier Mario Draghi e il ministro dell'Economia Daniele Franco (Ansa)

Tra privato e pubblico 

Tim, Mps, Ita e Ilva. Il draghismo alla prova dell'industria

Stefano Cingolani

Stato dove si deve, mercato quando si può. Guai, discontinuità e quattro matrimoni che ora si possono fare

Con il nuovo anno fioccano le solite geremiadi su tutto quello che si doveva fare e non si è fatto, mentre si moltiplicano i buoni propositi che in questo 2022 davvero non mancano, fin dalle prossime settimane con l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Tra le new year resolution un posto non indifferente spetta ai dossier industriali, grandi partite sulle quali si giocano anche gli equilibri politici. Tim, Mps, Ilva, Ita, spiccano su tutte. I giornali ne scrivono sottolineandone le difficoltà, gli inciampi, le contraddizioni, scioperano gli operai dell’Ilva e quelli della ex Alitalia, si dividono gli azionisti sul futuro della compagnia telefonica e sulla rete unica, mentre per tenere a galla il Monte dei Paschi di Siena il ministro dell’Economia Daniele Franco deve trovare altri miliardi, almeno un paio. Eppure se apriamo i singoli fascicoli scopriamo che alcuni percorsi virtuosi sono stati individuati e il cammino verso soluzioni positive è già cominciato. Una via stretta, un ponte tibetano gettato tra pubblico e privato, tra stato e mercato.

 

Tim

Su Tim sembra di poter dire che il governo abbia fatto una scelta di fondo: trasformare l’ex monopolista delle telecomunicazioni in un’azienda normale, non più “strategica” che poi vuol dire politica. La leva per il cambiamento è lo scorporo dell’infrastruttura, così Tim diventa pienamente una società di servizi, come Vodafone. Questo significa che nascerà una rete unica? Non è ancora chiaro, anche se sembra più probabile dopo la netta dichiarazione di Giovanni Gorno Tempini, presidente della Cassa depositi e prestiti, quindi azionista di Tim con il 9,9 per cento e di Open Fiber con il 60 per cento. Il 2 gennaio in una intervista al Sole 24 Ore ha detto chiaramente che “l’avvento del Pnrr, dove il digitale è uno degli aspetti chiave, rende ancora più importante il disegno di una rete unica, senza duplicazioni di investimenti”. Vivendi, il principale azionista con il 23,9 per cento, non è più ostile, semmai le difficoltà maggiori emergono da Kkr che ha lanciato un’offerta amichevole (anche se solo esplorativa).

 

Secondo il Sole 24 Ore dai contatti tra gli advisor emerge che i tempi dell’Opa, ammesso che venga accolta, sono lunghissimi (un anno per completarla e due o tre anni per l’eventuale scorporo dell’infrastruttura) mentre fra sei mesi dovrebbero essere aggiudicate le gare per coprire le aree grigie (a metà tra concorrenziali e a fallimento di mercato). Resta poi il prezzo ritenuto troppo basso (50,5 centesimi di euro per azione) e va sciolto il nodo del debito (30 miliardi di euro). Il fondo americano non desiste, i suoi portavoce sostengono che l’Opa andrà avanti, mentre si cercano nuovi alleati come il fondo sovrano saudita che fa capo al principe ereditario Mohammed bin Salman. Martedì prossimo il direttore generale Pietro Labriola presenterà la bozza del piano industriale, mentre il presidente Salvatore Rossi ha convocato per il 21 un cda straordinario che dovrebbe nominare Labriola amministratore delegato con tutte le deleghe. A quel punto sarà lui a occuparsi della rete collocata in una nuova società sotto il controllo di Tim oppure da far confluire in un soggetto che comprenda anche Open Fiber. Per operare, Labriola deve evitare l’Opa di Kkr e negoziare con i creditori le condizioni per rifinanziare l’indebitamento. Mentre il governo dovrà chiarire se esercitare il golden power nel caso scatti l’offerta del fondo americano, oppure se esercitare la sua moral suasion alla ricerca di una soluzione concordata.
 

Montepaschi di Siena

Nella gara delle difficoltà arriva subito dopo il Montepaschi. Draghi tratta con la Commissione europea per avere più tempo, ma vuole maritare la banca, lo ha detto e ripetuto più volte. Per trovare una sposa adeguata dovrà attendere che si concludano altre cerimonie come quelle in corso per un terzo polo attorno a Unipol-Bper: è già nella rete Carige e sta per cadere anche la Popolare di Sondrio; se tutto procede con lo stesso passo, di qui alle assemblee di primavera ci sarà un nuovo protagonista tra i due giganti Intesa e Unicredit. A quel punto, molte altre caselle si potranno muovere: la prima, la più immediata, riguarda Banco Bpm che difficilmente potrà restare da solo; ma ce ne sono altre due italo-francesi. Il Crédit Agricole che possiede Cariparma si è candidato per Carige, ma è rimasto a bocca asciutta, potrebbe farsi avanti per Mps. Bnp-Bnl non sembra interessato, però mai dire mai, la storia anche recente mostra che fusioni, accordi, acquisizioni bancarie procedono a grappoli. Intanto corrono voci su operazioni ben più grandi come quella che potrebbe coinvolgere il Credit Suisse e Unicredit. Insomma l’antica foresta pietrificata è in marcia, come quella del “Macbeth”.

 

Ilva

Anche per l’Ilva di Taranto, ora Acciaierie d’Italia, si comincia a vedere una luce. Il progetto presentato al governo il 13 dicembre conferma una produzione di 8 milioni di tonnellate in dieci anni e non più in cinque, e con nuove tecnologie che consentano di ridurre del 40 per cento la CO2 e del 30 per cento le polveri sottili. Ma soprattutto la nuova scelta strategica è fabbricare acciaio alimentando il polo siderurgico con l’idrogeno, allo scadere del decennio. Nel frattempo il metano andrà a sostituire il carbone, come ha spiegato il presidente dell’Ilva Franco Bernabè in una intervista al Corriere della Sera. Il piano prevede un investimento di 4,7 miliardi di euro al quale contribuiranno il governo attraverso Invitalia, che possiede il 38 per cento delle azioni, e Arcelor-Mittal che ha il 62 per cento. Il ministro dello Sviluppo Giancarlo Giorgetti ammette che il rilancio è più complicato del previsto, ma invita ad avere fiducia. I sindacati sono divisi con la Fim più aperta mentre Fiom e Uilm restano critiche. Disponibile si è dichiarato Michele Emiliano, presidente della Puglia, che ha più volte messo i bastoni tra le ruote della vecchia Ilva. 

 

Ita Airways

Volano i 52 jet azzurri di Ita Airways la compagnia sorta sulle ceneri dell’Alitalia. Il presidente esecutivo Alfredo Altavilla ha promesso di individuare entro giugno il partner industriale e di aumentare a 78 gli aerei. Si è fatta di nuovo avanti la Lufthansa che ha apprezzato il taglio degli stipendi e del personale (oggi solo 2.100 addetti che potrebbero salire a 4 mila), due delle condizioni poste per intervenire. La compagnia tedesca ha più chance rispetto al vecchio partner Air France e alla British Airways, che si è affacciata sia pur con cautela, anche perché consente di mantenere in vita il marchio e l’identità. La Lufthansa infatti ha costruito una confederazione di piccole compagnie satelliti: prima l’ex Swissair (oggi Swiss), poi Austrian e l’ex Sabena (oggi Brussels), controllate al 100 per cento, in Italia possiede Air Dolomiti. Il modello piace ad Altavilla e ad Aeroporti di Roma, la società controllata da Atlantia (famiglia Benetton). Si comincerà con accordi commerciali e una partecipazione azionaria dal 15 al 20 per cento, poi si vedrà. Se entro l’estate si arriva al dunque il governo potrà dire di aver chiuso una telenovela costata almeno 13 miliardi di euro ai contribuenti italiani. La condizione, qui come per tutti gli altri dossier, è che i semi gettati da Draghi non vengano sparsi al vento di avventure elettorali. Lo capiremo da lunedì 24, ma forse anche prima. 

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