la trattativa a bruxelles

Ma davvero l'Italia è l'unica che non ha presentato un piano di riforme all'Ue? (Un po' sì)

Redazione

Il Pnr, indispensabile per ottenere i sussidi del Recovery fund, è stato approvato dal Cdm il 6 luglio scorso, ma il Parlamento non lo ha mai discusso. I passaggi da rispettare, le precisazioni del Mef

Durante questo fine settimana, animato dal Consiglio europeo in corso a Bruxelles, ha fatto molto discutere una foto circolata: vi si riproduceva l'elenco di tutti i paesi europei, e si indicava l'Italia come l'unico paese a non aver presentato alla Commissione il proprio Piano nazionale delle riforme. E, in virtù di questo, si è argomentato sulla nostra mancanza di credibilità. Insomma: se non ci danno i soldi del Recovery fund, se i paesi del nord vogliono introdurre delle condizionalità stringenti sui prestiti, è anche perché – questa era la tesi, ridotta all'osso – non siamo in grado  di fornire un progetto chiaro di come vorremmo spendere quegli stessi soldi. 

 

Ma è andata davvero così?

 

Innanzitutto: così il Pnr? 

A partire dal 2000, l'Unione europea ha stabilito che tutti gli stati membri sono tenuti a presentare dei Programmi di riforma – detti anche Piani di riforma: Pnr – in cui indicare le priorità nell'azione di governo per i successivi tre anni. Il Pnr si struttura in tre grandi capitoli: il primo sulle politiche di bilancio, il secondo sulle riforme strutturali (fisco, giustizia, burocrazia ecc.), il terzo sulle politiche del lavoro. L'Italia, per consuetudine, elabora il proprio Pnr come un appendice del Def, il Documento di economia e finanza con cui in primavera il governo indica le principali riforme in campo economiche da attuare nel corso dell'anno. In questo 2020, però, il Pnr ha avuto un'importanza particolare, in campo europeo: perché, nelle indicazioni della Commissione, quest'anno il Pnr doveva essere il documento con cui i vari stati membri avrebbero indicato a Bruxelles la loro ricetta economica per affrontare la crisi economica causata dal Covid sul breve e medio periodo. 

 

E l'Italia?

Il Consiglio dei ministri ha varato il Pnr il 6 luglio scorso: prima, dunque, del Consiglio europeo in corso, iniziato il 17 luglio scorso. Undici giorni di anticipo possono apparire molti: ma, nel nostro caso, non sono stati sufficienti perché il Parlamento, impegnato nel frattempo nell'analisi del decreto Rilancio e di quello sul rinnovo delle missioni all'estero, potesse esprimersi sul Pnr con un voto di convalida. L'approvazione delle Camere, tuttavia, non è una formula di rito: è, anzi, un passaggio formale obbligatorio prima dell'invio a Bruxelles. Così è stato chiarito anche dal Mef, il ministero dell'Economia e delle finanze che è responsabile dell'elaborazione del Pnr. Informalmente, spiegano dallo staff del ministro Roberto Gualtieri, la Commissione europea lo ha ricevuto dal momento della sua approvazione in Cdm.

 

Tutto svolto, comunque, in accordo con Bruxelles, a quanto sottolineano al Mef: "In questa procedura l’Italia – dicono da Via XX Settembre – ha deciso di avvalersi della possibilità concordata in Europa, quindi in pieno accordo ed in continuo dialogo con la Commissione europea, di non approvarlo insieme al resto del Def per evitare di varare un documento pre-covid di scarso contenuto informativo e insufficiente respiro strategico". Non solo. Al Mef giustificano questo ritardo alla luce dell'impegno italiano ad elaborare un Pnr aggiornato alla situazione attuale, valutando anche le ripercussioni del Covid e le sfide che l'epidemia pone all'economia italiana. "La scelta dell’Italia di presentare un Pnr post Covid che fungesse da base per il Recovery Plan – spiegano – è quindi non solo legittima dal punto di vista delle regole europee ma anche ambiziosa. Se l’Italia si è distinta, in questo caso lo ha fatto in positivo". Insomma: c'abbiamo messo di più, ma lo abbiamo fatto meglio. 

 

La verità è però che sì, senza l'approvazione del Parlamento la Commissione europea non può formalizzare la ricezione del Pnr italiano. Non un bel segnale, in effetti, anche se non sarà certo per questo ritardo che l'esito del Consiglio europeo, e la possibilità dell'Italia di accedere ai fondi del Recovery, verranno in alcun modo pregiudicati. 

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