Il balzo improvviso del lavoro americano è una lezione sulla flessibilità

Mariarosaria Marchesano

A maggio gli Stati Uniti hanno creato 2,5 milioni di posti lavoro, senza ricorrere al congelamento dei licenziamenti. Mentre i paesi europei, che hanno affrontato meglio la prima fase, rischiano di attardarsi nella ripresa

Milano. Donald Trump è pronto ad intestarsi il merito della rapida ripresa dell’occupazione americana, ma questo risultato – positivo in una fase in cui il paese è infiammato da rivolte civili – più che alle sue politiche è dovuto all’automatico aggiustamento di un mercato del lavoro storicamente flessibile che ha lasciato alle imprese libertà di licenziamento come sempre è successo nelle grandi crisi economiche. Una deregulation sconosciuta in Europa, ma che per la particolare natura dell’emergenza Covid potrebbe rivelare una capacità di riequilibrio dell’assetto occupazionale più rapido che in passato. Tanto per cominciare, nessuno si attendeva, forse neanche la Casa Bianca a giudicare dal trionfalistico ma stupito tweet di Trump, che il mercato del lavoro negli Stati Uniti invece che continuare a peggiorare avrebbe creato nel mese di maggio 2,5 milioni di nuovi posti facendo scendere la disoccupazione al 13,3 per cento dal 14,7 per cento quando gli analisti avevano previsto un aumento al 20 per cento. Tanto è rimasto spiazzato anche il Dipartimento del Lavoro americano, che per cautela si è limitato ad osservare in una nota che il miglioramento “riflette una limitata ripresa dell’attività economica dopo il lockdown”. Insomma, le ragioni che stanno dietro all’impennata di posti di lavoro sono ancora tutti da esaminare anche se Trump si prepara a trarne vantaggio elettorale. Ma a prescindere da questo aspetto, il dato offre qualche spunto di riflessione in chiave europea. Alessandro Fugnoli, analista di Kairos esperto di geopolitica, aveva previsto a inizio maggio che le diverse strade intraprese da America ed Europa per rispondere alla crisi sanitaria avrebbero portato a un aumento di produttività nel nuovo continente molto più rapido che nel vecchio continente e di conseguenza a un rimbalzo dell’occupazione. “Quando è scoppiata l’emergenza sanitaria l’Europa ha scelto di congelare grandi imprese e forza lavoro – dice al Foglio Fugnoli – Il presidente francese Macron si è spinto a dire che nessuna impresa francese sarebbe uscita di scena e nel caso ci sarebbe stata una nazionalizzazione, non chiusura. L’America ha dato invece libertà di licenziare, provvedendo, per contro, a erogare sussidi che in alcuni casi sono risultati addirittura superiori al reddito. Moltissime imprese hanno tagliato manodopera, ma adesso stanno tornando ad assumere, anche se secondo me alla fine riassorbiranno meno addetti di quanti ne hanno licenziato perché approfitteranno per riorganizzarsi”.

 

Secondo l’analista, ci sono pro e contro in entrambi i modelli – flessibilità americana e rigidità europea – ma di sicuro quello americano “rende più facile il rimescolamento di carte che diventa necessario quando, come sta accadendo nella crisi Covid, alcuni settori si ridimensionano drasticamente e altri, invece, conoscono un’improvvisa fase di rilancio con bisogno di nuova manodopera”. Il tema delle due facce della ripartenza è già molto evidente in Italia con un andamento talmente contrastante dell’occupazione da diventare un vero rompicapo. Come dice al Foglio Maurizio del Conte, già presidente dell’Anpal (Agenzie nazionale delle politiche del lavoro) e oggi a capo dell’Asfol (l’Agenzia per la formazione e l’orientamento al lavoro), “il nostro approccio è più funzionale di quello americano quando si entra nella crisi perché di fatto congela i posti di lavoro, ma si rivela molto più lento nella fase di ripresa, a vantaggio di economie più dinamiche di cui non riusciamo a tenere il passo”. Secondo Del Conte, l’occupazione reagisce più rapidamente “quando la transizione tra le sue componenti e tra lavori diversi viene aiutata dal sistema”. Il che vuol dire, per esempio, provare a riconvertire gli addetti espulsi dai comparti colpiti dal Covid per inserirli in quelli che proprio questa crisi sta spingendo. “Misure del genere ancora non ne ho viste. E se dovessi dare un nome al prossimo decreto, dopo Cura Italia e Rilancio Italia, lo chiamerei Riattivazione Italia e lo dedicherei interamente al lavoro”.