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Buone ragioni per diffidare dell'ecobonus

Luciano Capone

Un incentivo alla sovrafatturazione che favorisce comportamenti collusivi

Roma. Se c’è un momento giusto per spendere in deficit è questo, ma non vuol dire che bisogna farlo senza senso. Siccome la capacità di indebitarsi non è infinita – e anche in questo caso le risorse sono limitate – ogni spesa continua ad avere un costo opportunità. Vuol dire che non basta dire in senso assoluto se un nuovo provvedimento sia “giusto” o auspicabile, ma bisogna valutare in maniera relativa se sia il modo migliore per spendere i soldi presi a debito. E’ il tipo di valutazione che i governi italiani non hanno mai fatto – né ex ante né ex post – ogni volta che hanno introdotto un nuovo “bonus”. Ma ora si è andati anche oltre, con il nuovo “maxi ecobonus” introdotto con il decreto “Rilancio”, perché in questo caso non c’era bisogno di alcuna valutazione economica: un incentivo al 110 per cento è qualcosa che non dovrebbe essere neppure immaginato. E’ un premio alla dissipazione delle risorse, distolte da altre finalità ben più urgenti, che un paese ultraindebitato e impoverito non può permettersi economicamente e neanche – si passi il termine – eticamente.

 

Il bonus ha come finalità il rilancio dei cantieri e dell’edilizia e prevede, per tutte le spese di efficientamento energetico e messa in sicurezza degli edifici, una detrazione fiscale del 110 per cento in 5 anni. In pratica il cittadino migliora la sua casa e lo stato gli ripaga tutto il capitale – fino a un massimo di 60 mila euro – e in più gli garantisce un 10 per cento di rendimento cash sull’investimento. In sostanza chi spendesse 50 mila euro per migliorare l’efficienza energetica riceverebbe come sconto fiscale 11 mila euro l’anno per 5 anni: alla fine si ritroverà con casa nuova, risparmi consistenti sulla bolletta e 5 mila euro in più sul conto corrente. Perché bruciare soldi in questo modo?

 

Il maxi ecobonus presenta evidenti criticità, già descritte da Carlo Stagnaro e Edoardo Zanchini. Ma inserisce anche una serie di distorsioni che lo rendono peggiore di quanto possa già apparire a prima vista un credito d’imposta superiore al valore nominale. La norma prevede infatti la facoltà di cedere il credito fiscale a una banca o a chiunque altro voglia acquistarlo. Una possibilità in principio giusta, perché così consente l’accesso al beneficio anche alle persone incapienti (che cioè altrimenti non potrebbero scaricare il credito fiscale dalle tasse). Ma con un bonus del 110 per cento, la possibilità di acquistare crediti sotto la pari (al di sotto del valore nominale) dagli incapienti diventa una rendita notevole che spiazzerà i capitali da investimenti più produttivi e necessari.

 

Il problema non è solo che lo stato spenderà il 10 per cento in più della spesa dei privati, ma che questo meccanismo porterà inevitabilmente a far gonfiare i costi sostenuti. Perché tutte le parti avranno interesse a spendere di più: sia chi richiede i lavori, sia chi li fa. I primi perché otterranno un rimborso fiscale più generoso (il 10 per cento di extrabonus sui lavori pagati sarà più grande), i secondi perché semplicemente guadagneranno di più dai lavori effettuati. La logica di mercato, che è ancora presente con gli attuali ecobonus generosi ma limitati al massimo al 65-75 per cento, verrebbe completamente ribaltata: il cliente non farà il giro delle imprese per chiedere uno sconto, ma – al contrario – un aumento del prezzo. In pratica, con questo sistema, il governo introduce un enorme incentivo alla sovrafatturazione e favorisce comportamenti collusivi tra i privati. In pratica lo stato mette in palio un bonus per chi lo truffa, incoraggiando così comportamenti economicamente razionali ma quantomeno eticamente discutibili. Dopo tanta retorica sul “contrasto d’interessi” che avrebbe dovuto stroncare l’evasione fiscale – anche lì, senza mai fare i conti – ora il governo introduce un meccanismo esattamente opposto: una “concordia d’interessi” che replica e incentiva le dinamiche e gli effetti dell’evasione fiscale. Così il nero diventa “green” e tutti sono contenti.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali