Carne a rischio zero

Daniele Raineri

Perché in Italia possiamo (almeno) risparmiarci l’angoscia degli americani rimasti senza steak e bacon

Roma. E se in Italia succede come negli Stati Uniti, dove c’è il rischio concreto che la carne diventi rara sugli scaffali dei supermercati per colpa della pandemia? Martedì il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per obbligare alcuni dei grandi impianti che processano la carne americana a restare aperti – segno che c’è un problema reale. Domenica la Tyson Foods, una delle aziende più importanti del paese in quel settore, ha comprato una pagina sul New York Times e una sul Washington Post per avvertire che la filiera che rifornisce di carne il mercato potrebbe spezzarsi.

  

Una settimana fa l’azienda ha dovuto chiudere un impianto enorme perché a causa delle condizioni di lavoro era diventato un focolaio di coronavirus, come già altri impianti nel resto del paese, e accelerava il contagio anche fuori dall’impianto. La carne in America passa per pochi, giganteschi stabilimenti – meno di cinquecento – che però in caso di guai fanno da collo di bottiglia tra gli allevatori e la grande distribuzione. Se si bloccano a causa del coronavirus, si ferma il sistema: con dodici impianti sospesi la quantità di carne confezionata è diminuita già del venticinque per cento.

 

Il sistema in Italia è completamente differente da quello americano, spiega al Foglio il direttore generale di Assocarni, François Tomei, e quindi non corriamo rischi di vedere meno carne sugli scaffali dei supermercati. Gli impianti sono duemila e più piccoli, c’è la polverizzazione del sistema produttivo, c’è presenza capillare sul territorio e quindi non ci sono colli di bottiglia. La differenza più importante tuttavia – spiega sempre Tomei – riguarda le condizioni di lavoro, gli stabilimenti italiani hanno standard sanitari molto più elevati e rigorosi “e questo da prima della crisi, perché è così che si lavora da molto tempo”. “Se viene da noi a trovarci dovrà mettere la tuta usa e getta e la mascherina soltanto per entrare, forse non i guanti perché non deve toccare nulla, e fra un turno e l’altro c’è la sanificazione dell’ambiente, tutti i giorni”. Tanto che anche nelle zone più a rischio in Lombardia la media dei contagi tra i lavoratori del settore è più bassa rispetto agli altri lavori, “sono tra i posti più sicuri dove stare oggi in Italia”. Quindi niente rischio scarsità.

 

La grande distribuzione in Italia avrà sempre la carne. Certo, come molti altri settori, anche la nostra filiera è in sofferenza, ma non per quello che riguarda la produzione. Il trenta per cento della carne era destinato al settore ristorazione e quello adesso è chiuso. Prendeva i tagli migliori, più pregiati, che rendevano di più. Il problema è che noi gli animali li macelliamo lo stesso, ma quel mercato lì adesso è chiuso. Domani sarà approvato un regolamento comunitario che prevede il cosiddetto ammasso, quindi prendiamo i tagli migliori e li congeliamo in attesa di tempi migliori, diciamo quattro mesi, ma non è granché come soluzione. Nel momento in cui lo congeli, il pezzo pregiato perde valore. Poi ce ne sarà in grande quantità e quindi perderà ancora valore. E poi diciamolo, fra qualche mese quanti avranno voglia di uscire a mangiare filetto?”.

 

Per sapere se c’è qualche rischio per la filiera dei prodotti oltre alla carne abbiamo chiesto a Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia. No, ci dice, non ci sono colli di bottiglia come quelli americani bloccati dal virus. Il problema per l’Italia semmai è l’eccessiva dipendenza dall’estero per alcuni beni alimentari ed è una cosa sulla quale si sta lavorando, ma siamo ancora a un venticinque per cento di importazioni e questo in media: vuol dire che in alcuni settori il problema è molto più serio che in altri. Sul grano siamo esposti, dipendiamo dalle decisioni sul prezzo che prendono in Russia e in Canada. Sull’olio siamo esposti. Però questa faccenda degli stabilimenti americani colpiti dalla pandemia da noi non è possibile, chiediamo anche a lui. “E’ una questione di approccio al lavoro. In America c’è il cosiddetto trattamento a fine produzione. Prima lavorano la carne, poi la decontaminano prima di venderla. Ha mai sentito parlare di clorizzazione della carne di pollo? Quella. Da noi in Italia e nell’Unione europea si ragiona in modo differente. Non ci dev’essere mai, lungo tutta la catena del lavoro, la possibilità di contaminazione e quindi per legge non ci dev’essere decontaminazione chimica alla fine perché la carne non deve essere mai stata esposta al rischio contaminazione”.

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  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)